ISSN: 2038-0925

EDITORIALE. Davanti e dietro le sbarre : forme e rappresentazioni della carcerazione

a cura della Redazione
Diacronie. Studi di Storia Contemporanea : il dossier : Davanti e dietro le sbarre : forme e rappresentazioni della carcerazione, N. 2, 1|2010
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Nel suo processo di costituzione in ente titolare della sovranità, lo Stato moderno ha incontrato come necessità prima quella di istituzionalizzare il conflitto interno e rego-larizzarne le modalità e, soprattutto, gli esiti. L’esercizio della capacità di esclusione di soggetti o di determinate categorie di individui è l’espressione interna della sovranità statuale, della sua potestà di garanzia e di limitazione.
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Carcerazione: teoria e pratica

La notte in prigione fu abbastanza insolita e interessante […]
Stare là per una notte fu come viaggiare in un paese lontano […]
Era una visione più intima della mia città natale.
Ero proprio dentro di essa. […]
Vedevo ancora più chiaramente lo Stato nel quale vivevo.

Henry David THOREAU, Disobbedienza civile((1))

La tematica del carcere implica una serie di difficoltà di natura concettuale, che toccano le ragioni della sua istituzione e qualificano in maniera decisiva la natura di una forma politica: le condizioni di carcerazione dei detenuti di un paese hanno sempre rappresentato uno dei più importanti indicatori dello stato di civiltà e di tenuta della democrazia. Così, nel caso di Alexis de Tocqueville, è possibile identificare l’analisi della società americana((2)), ed anzi trovarvi le ragioni, con lo studio delle forme di detenzione di quel paese. Nel corso dei secoli, intellettuali, filosofi e umanisti hanno portato al centro delle loro letture il tema del carcere, del rapporto tra pena e reato, della dialettica tra giustezza e giustizia, della sicurezza tanto della colpa quanto della condanna.

Cesare Beccaria nel suo Dei delitti e delle pene ((3)) sposta l’attenzione dalla crudeltà della pena all’infallibilità delle stesse: la loro moderazione deve essere strettamente connessa al criterio di utilità generale. La giustizia diventa quindi un fatto unicamente umano, sganciato da ogni legame con la religione e ogni pena deve rimanere, in tale prospettiva, entro i limiti del vincolo dell’interesse comune, derivante dalla somma delle singole libertà individuali, a favore del patto sociale sottoscritto fra cittadini e Stato((4)).

La stessa trattazione della pena e delle punizioni difficilmente può prescindere dalle rappresentazioni simboliche presenti in Surveiller et punir: Naissance de la prison di Michel Foucault((5)). Nella sua analisi sulla costruzione del carcere come fulcro della pena, l’autore introduce l’idea del luogo di detenzione come parte di un più ampio “sistema carcerario” che tende ad egemonizzare ogni altra struttura all’interno della società. La prigione si inserisce in tal senso in un più vasto ambito, comprendente scuole, istituzioni politiche e militari, ospedali e fabbriche. Foucault giunge così a prefigurare una società pan-ottica costruita su delle “carriere disciplinari” che condizionano chiunque accetti di far parte della rete di relazioni proprie del sistema.

Se è vero che tali precedenti hanno profondamente condizionato il dibattito che ne è seguito, è anche vero che idee di carceri presenti in opere come il Panopticon di Jeremy Bentham hanno avuto scarsi effetti e conseguenze. Esse costituivano non solo delle strutture perfettamente funzionali alla migliore gestione possibile della funzione detentiva, ma soprattutto «un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima» come scrisse lo stesso Bentham.((6))

Il tema del rapporto tra individuo e Stato, come si evince dalle riflessioni di questi autori, è primariamente l’analisi di una dialettica, centrale per la statualità tanto moderna quanto contemporanea. Questa dialettica si rappresenta come variabile, nelle ragioni che ne giustificano l’esistenza come nelle modalità della sua applicazione: e allora l’esclusione sarà di volta in volta, a seconda dei contesti, la risultante di una motivazione politica; una misura di guerra, preventiva o punitiva, rivolta ai civili come anche ai militari; oppure una modalità di rieducazione gestita dallo Stato in vista della reintegrazione dell’individuo all’interno del tessuto sociale.


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Il carcere. Istituzione e luogo fisico

Alle otto e un quarto di un mercoledì d’agosto
sto finalmente abbandonando questo posto
dopo trent’anni carcerato all’Asinara
che vuoi che siano poche ore in una bara.
Ché in una bara in fondo non si sta poi male
basta conoscersi e sapersi accontentare

Daniele SILVESTRI, Aria((7))

Partendo da quest’ultimo caso, il carcere, come luogo istituzionalizzato, fisico e limitato, non esaurisce i suoi effetti nella semplice attuazione dell’esclusione ma genera delle implicazioni legate alla ragione stessa della sua applicazione: il tema è qui la modalità di rappresentazione dell’Altro, di chi è dentro rispetto a chi è fuori e delle relative forme di manifestazione di quest’esclusione. Storicamente il detenuto è segregato, tenuto nascosto, fuori dal corpo sociale, estraneo alla vita collettiva. Oggi le carceri non sono più costruite in luoghi isolati, rappresentano luoghi non-luoghi, istituzioni e realtà sociali “nascoste” alla città ma presenti nella città o nelle sue periferie. Questo processo di identificazione tra luogo fisico e universo carcerario pone delle problematiche politiche e sociali: Martina Sanna, proponendo un’analisi del carcere dell’Asinara non soltanto come luogo di detenzione ma come punto di qualificazione di un intero sistema territoriale, analizza gli aspetti più rilevanti di quell’identità. Il saggio è corredato dalla documentazione fotografica proveniente dalla collezione privata del Maresciallo Lorenzo Spanu, per molti anni a capo della polizia penitenziaria dell’Asinara.

L’isola ha successivamente assunto – una volta esaurita la sua funzione di luogo di detenzione per condannati – i connotati di topos di un’altra esclusione, quella dalla società del lavoro «L’isola dei cassintegrati» è la singolare forma attuata dagli operai dell’industria chimica Vynils di Porto Torres. Rielaborando uno dei format televisivi più in voga– il reality show – gli operai hanno scelto di recludersi nel carcere dell’Asinara nel tentativo di attirare l’attenzione dei media sulla loro condizione di cassintegrati.((8)). Il carcere è divenuto il luogo dell’esclusione volontaria e della protesta.

Oggi possiamo affermare che diversi muri nel rapporto carcere-società siano stati abbattuti; c’è un avanzamento delle relazioni interne tese alla costruzione di comunità carcerarie che nonostante tutto non riescono a diventare tali. La realtà carceraria, e ciò che essa implica, ha chiaramente una valenza non solo giuridica ma anche e soprattutto socio-antropologica. Essa svolge “un ruolo di mezzo”, di mediazione, che però non riesce a superare le difficoltà dovute alle condizioni dei singoli istituti di detenzione e ai limiti impliciti dell’organizzazione carceraria, oltre che caratteristici del momento storico. Il carcere diventa quindi un punto di identificazione per entrambi i poli dell’identità, per chi è dentro e per chi è fuori, ma è un’identificazione per opposizione in cui trova la propria genesi una specifica sociologia carceraria, chiamata a rispondere degli effetti della rappresentazione dicotomica. Sono queste le tematiche che Elena Schlein e Fausto Pietrancosta si sono proposti di mettere in risalto nei loro interventi e che costituiscono la prima parte del dossier.

L’istituzione carceraria non è un semplice luogo fisico in cui relegare “chi sbaglia”, ma porta con sé implicazioni sociologiche e antropologiche legate alle modalità di esclusione dalla società. Immagini come quella della cattura o della punizione, sono gli elementi che richiamano con più incisività la funzione di deterrente sociale e riportano inevitabilmente alla dimensione del carcere come “istituzione totale”. Questa, intesa come complesso unitario e durevole di norme, è analizzata da Erving Goffman come un insieme di persone che perseguono determinati fini con mezzi appositi, rapportandosi gli uni agli altri secondo schemi prestabiliti. In essa l’organizzazione è costituita dalla struttura del carcere, dalle persone che vi lavorano o che vi sono recluse, dalle loro metodologie, tecniche e dalle attrezzature impiegate. Goffman al riguardo scrive che «ogni istituzione si impadronisce di parte del tempo e degli interessi di coloro che da essa dipendono, offrendo in cambio un particolare tipo di mondo: il che significa che tende a circuire i suoi componenti in una sorta di azione inglobante. Nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste o brughiere. Questo tipo di istituzioni io le chiamo “istituzioni totali”»((9)). Lo svolgimento della vita nello stesso luogo, sotto la stessa autorità, e a stretto contatto con un ampio gruppo di persone sono le caratteristiche principali dell’istituzione carceraria. A ciò si aggiunge una totale uniformazione dei detenuti e delle loro attività, ma anche dei tempi e dunque delle diverse fasi di vita giornaliere, rigorosamente schedate secondo ritmi prestabiliti, imposti dall’alto da un sistema di regole formali esplicite e da un corpo di addetti alla loro esecuzione.

Inoltre, la prigionia non è soltanto una misura di rieducazione decretata e diretta dal potere politico di uno Stato. Nella storia, essa è stata soprattutto un modo di esercizio legato alla guerra e, nel Novecento, l’esplicitazione del carattere primario della guerra totale: l’avvenuta diluizione dei confini tra società civile e piano militare, interessati indistintamente nelle operazioni belliche e nella mobilitazione economica e sociale. Neue Krieg significa soprattutto questa relativizzazione della classica separazione tra interno / esterno (all’esercizio della guerra).

Le forze che la contingenza richiede sono e tali saranno anche le misure. Per esempio, quella di sistema di internamento sia civile che militare, motivato da ragioni insieme politiche, razziali e di guerra: è questa la rappresentazione che ne dà Giampaolo Amodei, che inquadra nel contesto abruzzese l’esperienza concentrazionista nell’Italia fascista. Il carcere, strumento di guerra e di azione politica, ha assunto e assume declinazioni molteplici, ma sempre coercitive: parallelamente a queste si originano forme di opposizione. L’internato subisce una violazione della dimensione privata e la mortificazione della propria identità; tuttavia, manifesta una capacità di resistenza alle pratiche di spoliazione intraprese dalle «istituzioni totali». A fronte delle imposizioni subite dai carcerieri, il carcerato non può creare – come farebbe in condizioni di normalità – una barriera tra sé e la realtà mortificante.La forma di resistenza privilegiata viene definita da Goffman «influenza riorganizzativa»((10)), e consiste in un processo di fraternizzazione tra gli internati – anche laddove si tratti di persone appartenenti a contesti sociali diversi – che si oppongono al sistema coercitivo. L’internato non rifiuta le attività imposte, ma l’identità imposta. Quattro sono le forme di adattamento individuate dal sociologo canadese: il «ritiro dalla situazione», ovvero una partecipazione minimale agli eventi connessi con la carcerazione; la «linea intransigente», ossia il rifiuto a collaborare con il personale; la «colonizzazione», caratterizzato dalla mancata presa di coscienza della realtà in cui si vive; la «conversione», consistente nell’accoglimento del giudizio formulato dal personale carcerario nei propri confronti. Proprio sulle modalità di non accettazione dell’ordine imposto si concentra il contributo di Deborah Paci, che prende in esame le testimonianze orali degli IMI siciliani deportati in Germania nei campi di lavoro e presenta queste esperienze come forme di resistenza passiva al nazionalsocialismo. Il carcere è stato utilizzato anche come strumento per condurre campagne propagandistiche: il caso, analizzato da Mario De Prospo, dei 50.000 militari italiani fatti prigionieri durante la seconda guerra mondiale e della propaganda americana esercitata nei loro confronti affinché divenissero volontari a fianco degli Alleati è accomunabile a quelli più noti e – già oggetto dell’analisi storiografica – dei cittadini di origine giapponese((11)). Il secondo conflitto mondiale è oggetto di indagine anche per Barbara Galimberti che offre una panoramica bibliografica sul tema dei campi di internamento in Svizzera. La carcerazione si è trasformata, sotto i regimi autoritari, in persecuzione politica delle forme di opposizione, allo scopo di gestire il fronte interno: dell’argomento si occupa Matteo Tomasoni, che analizza le forme di internamento politico nella Spagna del XX secolo. Le differenti forme di opposizione e dissenso sono alla base dello studio comparativistico, condotto da Marco Abram e Jacopo Bassi, sulla modalità e sulle finalità della prigionia politica nei contesti jugoslavo e albanese tra il 1946 e il 1989.

La prigionia non è tuttavia solo uno strumento politico, una modalità di conduzione della guerra, un simbolo delle prospettive inedite assunte dal conflitto. Il carcere non si riduce ad un semplice contrasto tra dentro e fuori, alla mera dialettica con le reti sociali e politiche esterne, proprie del territorio in cui è inserito.


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Oltre le sbarre. Come rappresentare “ciò che è dentro” a chi è fuori

(Se il solo mondo al mondo fosse il «Cottolengo», pensava Amerigo, senza un mondo di fuori che, per esercitare la sua carità lo sovrasta e schiaccia e umilia, forse anche questo mondo potrebbe diventare una società, iniziare una sua storia…)

Italo CALVINO, La giornata d’uno scrutatore ((12))

Si è in precedenza affermato che il carcere pone una serie di problematiche, principalmente di natura antropologica oltre che politica. Il tema della prigionia comporta la necessità di descrivere universi carcerari specifici, il raccontarne le forme di esclusione a chi non partecipa di tali esperienze. E questo, nel modo più obiettivo e razionale possibile. Il rapporto tra chi è dentro e chi è fuori, anche questa volta, non si struttura in un’identità. Così, al di là delle implicazioni sociali e interpersonali, si colloca la tematica della rappresentazione, centrale quando il sistema di reclusione impedisce l’accesso e dunque la comprensione all’esterno o la realtà si colloca oltre le possibilità esplicative o di sintesi proprie del “mondo esterno”.

Nel primo caso, il problema è quello di riportare la veridicità di una condizione estranea ed esterna, non vissuta e lontana dalla quotidianità “tradizionale”, nel modo più reale. La stampa, i media in generale, affrontano in primis la difficile dialettica tra rappresentazione e carcere, sperimentandone fino in fondo le contraddizioni: è in questo contesto che si introduce Stefania Giovenco, con un’analisi della rappresentazione della carcerazione femminile in Italia negli anni Cinquanta così come emerge nella stampa popolare e nel melodramma cinematografico. Un percorso tra iconografia, “luoghi comuni” e modelli di reclusione femminile quotidiana.

Limiti fisici del carcere ma anche limiti della rappresentazione. Come ovviare l’inadeguatezza della parola e il pericolo di un oblio di determinate fonti, specie quelle orali di fronte al dramma della prigionia?

Nel Novecento, l’evento della Shoah ha posto una serie di difficoltà: non solo la questione della scelta delle modalità più adatte alla rappresentazione, ma anche della liceità della narrazione stessa, della rappresentabilità dello sterminio. È necessario quindi interrogarsi sui rapporti che si possono instaurare tra storia, memoria, media e immaginazione al fine di trovare nuove soluzioni comunicative. L’utilizzo delle immagini insieme alla scrittura può rappresentare una risposta a questi interrogativi. Lungo questa linea si muove l’intervento di Alessandro Cattunar, che affronta la problematica tra rappresentabilità dell’esperienza concentrazionaria (nei suoi aspetti concreti ma soprattutto emotivi) provando ad analizzare il fumetto, un medium particolare e spesso poco considerato, ma che si è posto in maniera critica e problematica la questione della rappresentazione della Shoah, sia per quel che riguarda l’esperienza della prigionia, sia per quanto riguarda l’ “inimmaginabile sterminio”. In questo modo si è provato a raccogliere la sfida lanciata da Didi-Huberman, secondo il quale, nonostante tutto, «dobbiamo provare a immaginare l’inferno di Auschwitz»((13)).
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«Editoriale: davanti e dietro le sbarre : forme e rappresentazioni della carcerazione», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea : il dossier : Davanti e dietro le sbarre : forme e rappresentazioni della carcerazione, N. 2, 1|2010,
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Diritti


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Note
  1. THOREAU, Henry D., Disobbedienza civile, Milano, ES, 1992, pp. 36, 38-39.[]
  2. De Tocqueville, Alexis, La democrazia in America, Torino, UTET, 2007 [Ed. originale: De la démocratie en Amérique, Paris, Librairie de Charles Gosselin, 1840]. []
  3. BECCARIA, Cesare, Dei delitti e delle pene-Consulte criminali, Milano, Garzanti, 2007 [Ed. originale: Livorno, Coltellini Marco, 1764].[]
  4. Cesare Beccaria affronta il problema della legittimità dei governi di punire coloro che in qualsiasi modo agiscono contro le leggi, assumendo come premessa del suo ragionamento il “patto sociale” stipulato tra Stato e cittadini in base al quale ogni individuo rinuncia ad una parte della propria libertà per il raggiungimento della maggior felicità possibile, garantita a ciascuno dall’azione dello Stato. L’azione dei governi e del legislatore deve essere improntata al criterio dell’utilità pratica generale per tutta la comunità, e non solo rispetto al singolo individuo, per cui la legge e le eventuali sanzioni penali, devono portare ad impedire al cittadino di arrecare danni alla collettività e di evitare che altri possano seguire l’esempio del reo. Uno dei freni al delitto non deve essere dunque la crudeltà della pena, ma la certezza della stessa. La sanzione penale deve perciò tener conto dell’utilità sociale. È evidente in questa concezione la presenza dell’istanza umanitaria che pretende siano fissati paletti e limiti precisi alle pene comminate.[]
  5. FOUCAULT, Michel, Surveiller et punir: Naissance de la prison, Paris, Gallimard, 1975 [Trad. di Alcesti TARCHETTI, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi,1976].[]
  6. BENTHAM, Jeremy, Panopticon ovvero la casa d’ispezione, a cura di Michel FOUCAULT e Michelle PIERROT, Venezia, Marsilio, 1983 [Ed. originale: Panopticon; or, the Inspection-House, London, T. Payne,1791].[]
  7. SILVESTRI, Daniele, Aria, in «Sig. Dapatas», BMG Ricordi, 1999.[]
  8. Isoladeicassintegrati.com : il blog [on line], 14/03/2010, URL: <http://www.isoladeicassintegrati.com/> [accesso del 16/04/2010].[]
  9. GOFFMAN, Erving, The Presentation of Self in Everyday Life, New York, Doubleday Anchor, 1959 [Trad. di Margherita CIACCI, La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino, 1969].[]
  10. GOFFMAN, Erving, Asylums. Essays on the Social Situation of Mental Patience and Other Inmates, New York, Doubleday Anchor, 1961 [Trad. di Franca BASAGLIA, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Torino, Einaudi, 2003, pp. 87-91].[]
  11. Sull’argomento: LEE, Fred I, «The Japanese Internment and the Racial State of Exception», Theory & Event, Vol. 10, 1/2007.[]
  12. CALVINO, Italo, La giornata d’uno scrutatore, Milano, Mondatori, 2002, p. 27.[]
  13. DIDI-HUBERMAN, Georges, Immagini malgrado tutto, Milano, Raffaello Cortina, 2005.[]
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