ISSN: 2038-0925

Introduzione. La Rivoluzione d’Ottobre: letture di una cesura

di Andrea GRIFFANTE

Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, N. 33, 1|2018

"Russian Revolution: Bolsheviks in Moscow. Red Guard" by rosaluxemburg on Flickr (CC BY-NC-ND 2.0)

La Rivoluzione d’Ottobre:

letture di una cesura

Il ruolo di cesura giocato dalla Rivoluzione d’Ottobre nella storia del Novecento è un dato difficilmente confutabile. Gli eventi rivoluzionari che caratterizzarono l’Impero zarista al terzo anno di guerra non rappresentarono solo un punto di svolta per le sorti di questo Stato e del conflitto nel complesso, ma divennero un vero e proprio paradigma politico che avrebbe goduto di un’eco globale di lunghissima durata ed enorme portata. Come modello politico e luogo della memoria, tuttavia, la Rivoluzione d’Ottobre ha rivelato fin da subito la sua natura ad alto potenziale conflittuale. E questo non solo o non tanto per questioni di semplice determinismo politico, ma perché il putsch bolscevico rimanda necessariamente alla sua più prossima precondizione storica, gli avvenimenti rivoluzionari del febbraio 1917. Le valutazioni sulla e le interpretazioni della Rivoluzione bolscevica e della dittatura del proletariato da essa instaurata sono quindi nate e cresciute in uno stretto rapporto dialettico contrastivo con il carattere democratico della Rivoluzione di Febbraio, rapporto sul quale si è andato addipanando il confronto tanto tra i sostenitori dell’utopia sociale, quanto tra i suoi oppositori.

In questo numero completiamo la pubblicazione dei contenuti dedicati al Centenario della Rivoluzione bolscevica, pubblicati nei numeri 31 e 32 di Diacronie. Questi articoli intendono concorrere all’analisi della Rivoluzione bolscevica come di un evento paradigmatico, concentrandosi sulle due caratteristiche poco sopra menzionate: la sua globalità e la sua natura conflittuale. Fin dai suoi primi giorni, la Rivoluzione bolscevica divenne un elemento di conflittualità per la variegatissima galassia della sinistra che stava assistendo all’evoluzione della situazione in Russia. Gli eventi del 1917, come fa notare nel suo articolo Giovanna Savant (32, 4/2018), furono oggetto di accesi scambi di opinioni all’interno del Partito Socialista Italiano. Le riflessioni apparse sulla stampa socialista coeva non solo evidenziarono un’ampia gamma di interpretazioni degli eventi, ma confermarono quelle divergenze strategiche e culturali tra le anime del partito che avrebbero portato alla scissione del 1921. In altri casi, il lato conflittuale della Rivoluzione è leggibile all’interno dell’esperienza biografica. È questo il caso degli anarchici Emma Goldman e Alexander Berkman su cui si sofferma Frank Jakob. L’iniziale entusiasmo di Goldman e Berkman per i rivolgimenti del 1917 si trasformò in aperta opposizione al regime politico instauratosi solo dopo il loro arrivo nella Russia rivoluzionaria nel tardo 1919. Jakob illustra come l’esperienza diretta sia divenuta la base di una nuova categorizzazione che scorporò gli ideali della Rivoluzione; il regime politico che essa aveva partorito fu considerato un tradimento dello stesso ideale rivoluzionario. Non è stato tuttavia solo il campo della sinistra a essere diviso dagli eventi di Russia. La Rivoluzione bolscevica divenne anche – se non soprattutto – uno spauracchio: attraverso di esso si cercò di creare le condizioni per ottenere il consenso necessario a “sanare” le società ritenute in potenziale o imminente pericolo. L’analisi di Lili Zách rivela come l’eco dei fatti di Russia si sia fatta sentire anche in un contesto che la storiografia ha a lungo considerato isolato come l’Irlanda interbellica. In particolare, Zách si concentra sull’attenzione prestata nel discorso pubblico irlandese al caso dell’Ungheria, considerato dagli intellettuali dell’Isola come un interessante analogo del nascente stato irlandese. L’osservazione della breve esperienza della Repubblica dei soviet d’Ungheria e della tensione tra afflato democratico e spinta rivoluzionaria dei primi anni post-bellici sono considerati da Zách come i due elementi basilari per la crescita del discorso anticomunista irlandese. In Italia, dove i moti rivoluzionari scatenarono con un’ondata di dissenso popolare, le autorità guardarono alla Russia come a un modello da combattere. Nella sua analisi, Graziano Mamone (31, 3/2017) spiega come l’introduzione del reato di disfattismo nel 1917 abbia rappresentato uno strumento di dubbia efficacia, la cui adozione fu stimolata da sospetti rivoluzionari talvolta esagerati. Il contributo di Andrea Donofrio e José Carlos Rueda Laffond (31, 3/2017) analizza come in Italia e in Spagna la celebrazione dell’anniversario della Rivoluzione sia andato incontro a mutamenti nel corso del Novecento modulando i motivi internazionalistici su discorsi in cui le peculiarità dei contesti politici nazionali – e finanche i riferimenti alla peculiarità nazionale – sono sempre evidenti. Il conflitto riguarda in questo caso il concetto di internazionalismo, la cui pratica si rivela condizionata (e, alla fine, vinta) da quello stesso particolarismo verso cui l’internazionalismo comunista fu sempre critico. Nella sua Riflessione, Valerio Romitelli (31, 3/2017) si sofferma, per finire, sulla frattura della memoria della Rivoluzione in un contesto post-ideologico come quello del Ventunesimo secolo.
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Per citare questo articolo


GRIFFANTE, Andrea, «Introduzione. La Rivoluzione d’Ottobre: letture di una cesura», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, N. 33, 1|2018
URL: <http://www.studistorici.com/2018/03/29/introduzione-sezione_II_numero_33/>
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