ISSN: 2038-0925

Focus: i negoziati per il Trattato di Varsavia

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I primi passi per tracciare una Ostpolitik nei confronti della Polonia vennero mossi nel dicembre 1967: in quell’occasione Egon Bahr incontrò a Vienna il consigliere dell’ambasciata polacca Jerzy Raczkovski. Il presupposto per intavolare le trattative era che difficilmente si sarebbe ripetuta l’esperienza della Große Koalition tra cristianodemocratici e socialdemocratici: un accordo che, del resto, era nato nel dicembre dell’anno precedente a seguito della rottura fra CDU e liberali. Bahr cercò allora di convincere la controparte polacca che un accordo per la stabilizzazione delle relazioni fra i due paesi avrebbe fatto il bene di entrambe le parti; il fatto di non avere la CDU/CSU con cui dover mediare durante le trattative avrebbe consentito di agire con maggior libertà. Nel 1968, assecondando questa linea, lo stesso Brandt avrebbe ribadito nel suo Friedenspolitik in Europa [La politica di pace in Europa] l’importanza dei rapporti con la Polonia: il futuro Cancelliere affermava di comprendere appieno la necessità della Polonia di vedere riconosciuti i propri confini occidentali, così da uscire dalla condizione propria di uno Stato ancora in via di definizione; i rapporti di Bonn con Varsavia dovevano divenire strategici e quanto lo erano quelli con Parigi. La riconciliazione con la Polonia era da lui ritenuta «un nostro dovere morale e politico». Le dichiarazioni di Brandt erano il segnale più evidente del nuovo atteggiamento che avrebbe assunto la politica estera della Germania Ovest.

Nel maggio 1969, a pochi mesi dalle elezioni, fu il Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, Władysław Gomułka a proporre di avviare un negoziato finalizzato a stabilire relazioni diplomatiche. Brandt, all’epoca ancora ministro degli Esteri, replicò che qualsiasi negoziato sarebbe stato soggetto ad una precondizione: la rinuncia all’uso della forza (Gewaltverzicht) nelle relazioni fra i due paesi. Il riavvicinamento delle diplomazie giunse a coronamento quando, a seguito delle elezioni nella RFT – che videro l’affermazione della SPD e la formazione di una coalizione con i liberali della FDP – Stefan Jędrychowski, allora ministro degli Esteri polacco, riaffermò in un intervista rilasciata ai media tedeschi, la volontà polacca di intavolare un vero negoziato.

Due questioni premevano in particolar modo a Varsavia: la prima di queste era trovare una formula soddisfacente che potesse fissare i confini in maniera duratura. Per comprendere l’importanza di questo aspetto è necessario fare riferimento alla storia della Polonia nel Novecento: tornata indipendente dopo la Prima guerra mondiale, costretta ad un nuovo conflitto con l’Unione Sovietica (1919-1921), invasa dalla Germania nazista e smembrata tra questa e dall’URSS, al termine della guerra aveva visto i propri confini spostarsi verso Ovest di centinaia di chilometri. Per Gomułka, così come per molti polacchi passati attraverso l’esperienza del conflitto, poter vivere entro confini stabili una volta per tutte era una questione vitale. Il confine Oder-Neiße era stato sino a quel momento riconosciuto dalla Repubblica Democratica Tedesca e dall’Unione Sovietica, ma il fatto che la Repubblica Federale Tedesca potesse riconoscere l’avvenuta incorporazione nel territorio polacco di alcuni dei territori appartenuti al Terzo Reich aveva una valenza cruciale. L’altra questione sollevata da Varsavia – ma immediatamente accantonata come segno di buona volontà di fronte alla disponibilità tedesca a discutere della questione del confine – era la richiesta di compensazioni economiche per i polacchi vittime del nazismo.

Il 'ponte dell'amicizia' fra la Repubblica Democratica Tedesca e la Polonia, a Francoforte sull'Oder (1964). Qui correva il confine fra il territorio tedesco (orientale) e la Repubblica popolare polacca e passa oggi il confine fra la Germania riunificata e la Polonia.Egon Bahr colse le difficoltà della leadership polacca nel portare avanti una trattativa con la Germania e la necessità di rispettare la sensibilità dei polacchi, prime vittime dell’invasione nazista: riaffermò perciò, mettendolo nero su bianco, il principio per cui l’unificazione della Germania non sarebbe potuto dipendere solamente dall’accordo con Mosca ma che il consenso di Varsavia – e quindi l’accordo sulla linea di confine – sarebbe stato vincolante e imprescindibile. Per i polacchi, del resto, la determinazione della linea di frontiera sullo spartiacque Oder-Neiße sarebbe valsa la metà se fosse giunta sotto forma di “dono” di Mosca. Questa affermazione preventiva acquisì un’importanza ancora maggiore anche in considerazione della scansione cronologica con cui giunsero gli accordi: Gomułka comprese che il Trattato di Varsavia non sarebbe potuto essere stato firmato prima di quello di Mosca. Le rassicurazioni di Bonn erano perciò quanto mai necessarie.

La richieste della Repubblica Federale ruotavano invece intorno al riconoscimento del diritto per i tedeschi “etnici” di emigrare dalla Polonia alla Germania federale. Le resistenze di Varsavia – restia a concedere a una parte della propria popolazione, spesso facente parte delle élites intellettuali o tecniche, di trasferirsi – furono infine superate, ma i polacchi richiesero allora di considerare nuovamente il tema delle compensazioni economiche nel trattato. Ciò mise in difficoltà Brandt, che il 20 novembre 1970, durante un discorso trasmesso in televisione e in radio, preannunciò ai tedeschi la necessità di affrontare dei sacrifici, la cui causa diretta risiedeva nei crimini di Hitler.

Come ebbe modo di osservare Bahr, il viaggio di Brandt in Polonia si rivelò più problematico di quello in Unione Sovietica. Molti tedeschi considerarono il trattato e le concessioni nei confronti dei polacchi come un abbandono delle posizioni intransigenti mantenute sino ad allora e un tradimento della nazione: la stessa ratifica del trattato suscitò un intenso dibattito parlamentare che portò ad una ratifica dei trattati da parte del Bundestag solamente il 17 maggio 1972. I 18 mesi di ritardo nell’approvazione furono frutto della feroce opposizione della CDU/CSU all’approvazione dell’accordo, cosa che non mancò di generare serie preoccupazioni anche a Varsavia. Il 26 maggio 1972 il Consiglio di Stato polacco, su mozione del governo, approvò il trattato con la RFT. Nel marzo del 1974, infine, il Politburo polacco accettò l’offerta di Bonn: un prestito di 1 milione di marchi in cambio del permesso per i polacchi “di origine tedesca” di trasferirsi in Germania. Questo implicava però per la Polonia una rinuncia alle compensazioni individuali per i danni subiti durante il conflitto.

Bibliografia essenziale

Bibliografia

  • BRANDT, Willy, Politica di pace in Europa, Milano, Sugar, 1971.
  • JUNEAU, Jean-François, Egon Bahr, l’Ostpolitik de la République fédérale d’Allemagne et la transformation de l’ordre européen, 1945-1975, Pessac, Presses Universitaires de Bordeaux, 2014.
  • RUCHNIEWICZ, Krzystof, Ostpolitik and Poland, in FINK, Carole, SCHAEFER, Bernd, Ostpolitik, 1969-1974. European and Global Responses, New York, Cambridge University Press, 2009, pp. 39-57.
  • STEHLE, Hansjakob, «Zufälle auf dem Weg zur neuen Ostpolitik. Aufzeichnungen über ein geheimes Treffen Egon Bahrs mit einem polnischen Diplomaten 1968», in Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 43, 1/1995, pp. 159-171.

Sitografia

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