ISSN: 2038-0925

Józef Cyrankiewicz

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L’eterno ministro

Cyrankiewicz ricopriva l’incarico di Primo ministro da così tanti anni che avevano iniziato a circolare una serie di salaci battute proprio sulla sua permanenza in quel ruolo; battute così insistenti da stimolare quell’ironia che certamente non gli faceva difetto. «Sono un ministro economico» diceva, scherzando sul fatto che non fosse necessario sostituire il suo ritratto negli uffici pubblici. In tanti anni gli incontri diplomatici a cui aveva preso parte erano stati numerosi, ma raramente di una simile importanza. Il trattato che si doveva firmare era quello che poteva garantire alla Polonia il riconoscimento dei confini determinati dalla Seconda guerra mondiale e, con essi, la sicurezza dei propri confini.

Josef Cyrankiewicz a colloquio con Egon Bahr e Willy Brandt. Disegno di Giulia Giaccaglia ©

C’era poi da tenere in conto l’ospite e ciò che questo rappresentava. Per Brandt si trattava della prima visita in Polonia, anche se aveva già collaborato con i socialisti polacchi durante la guerra. Per Cyrankiewicz – amante dell’arte e della cultura – si trattava di una nuova occasione di misurarsi con il tedesco. Lui, che era stato suddito dell’imperatore Francesco Giuseppe dal momento che era nato a Tarnów, città divenuta parte integrante dell’Impero austroungarico dopo la smembramento della Polonia, aveva coltivato sin da piccolo un rapporto con la lingua tedesca. Ma ciò che più lo aveva segnato non era la bellezza della lingua di Goethe e di Schiller, ma quella che insieme a lui avevano conosciuto i prigionieri politici suoi pari durante l’invasione e l’occupazione tedesca del territorio polacco: quella degli ordini brutali, degli eufemismi che velavano le atrocità, delle “marce della morte” e di tutto il triste corollario dei lager. Ma di tutto questo, Cyrankiewicz non avrebbe fatto menzione…

La grande famiglia socialista

Josef Cyrankiewicz al termine della discussione con Willy Brandt. Disegno di Giulia Giaccaglia ©

Cyrankiewicz era socialista. Aveva militato nel partito socialista polacco fino a ricoprire incarichi di una certa importanza. Poi era venuta la guerra, i nazisti, la Resistenza e dopo di loro l’Armata Rossa, i sovietici e l’alleanza – con poche alternative – con i comunisti. Ma a quel punto Cyrankiewicz era già divenuto il principale sostenitore della stretta collaborazione dei socialisti con il Partito comunista. E dal 1947, quasi ininterrottamente, si era ritrovato a presiedere i governi della Polonia divenendo il campione del conformismo. Malgrado ciò, come ebbe a confessare a Brandt, sentiva un’appartenenza forte – o gli sembrò giusto tirarla in ballo in quell’occasione – alla famiglia socialista. Il discorso passò presto al tema della sicurezza europea e al mantenimento della pace nel continente. Il cancelliere e il suo braccio destro, Egon Bahr, espressero allora le loro idee, manifestando così il convincimento che alla riconciliazione con la Francia dovesse corrispondere, per la RFT, un riavvicinamento con la Polonia: a una politica occidentale, doveva corrispondere una politica orientale. Manifestando una grande soddisfazione, dopo una conversazione che si era avviata con la rigida formalità tipica della diplomazia, Cyrankiewicz affermò che quelle che avevano portato avanti era stato davvero un dialogo europeo.

Guardare al futuro, superare il passato

Il rapporto di Cyrankiewicz con la Germania non poteva prescindere da ciò che aveva vissuto sulla propria pelle dopo l’invasione nazista della Polonia, quando era entrato nella Resistenza, era stato catturato dai tedeschi e internato ad Auschwitz come prigioniero politico. Fu lì che iniziò una stretta collaborazione con i comunisti, organizzando la rete della Resistenza, dentro e fuori dal campo. Fu sempre lì che divenne protagonista di vicende mai del tutto chiarite – sulle modalità con cui aveva gestito i resistenti all’interno del campo e su sue presunte collaborazioni con la Gestapo – e che avrebbero gettato un’ombra sulla sua figura molti anni dopo. Ma Cyrankiewicz non aveva intenzione di rievocare nulla di quel periodo. Marek Edelman, uno dei comandanti della rivolta del ghetto, rimase colpito dal suo silenzio, un riservo che avrebbe mantenuto sino all’ultimo dei suoi giorni. Neanche una parola sulla collaborazione con i comunisti, né sulla sua permanenza ad Auschwitz e neppure sul suo ruolo all’interno della Repubblica popolare polacca. Forse era giusto tacere, forse era giusto pensare al futuro accantonando un passato di cui non era possibile parlare.

La firma del Trattato di Varsavia. Disegno di Giulia Giaccaglia ©

Quel che avvenne in seguito davanti al monumento dovette in qualche modo toccarlo. O forse comprese le ragioni che animavano Brandt. Fatto sta che quell’inginocchiamento di cui non si fece menzione sui giornali polacchi (se si fa eccezione per il quotidiano della comunità ebraica), colpì Cyrankiewicz. Lo toccò al punto da sentirsi in dovere di confessargli la propria commozione (e quella della moglie) di fronte al suo gesto.

Dopo la genuflessione

Il colloquio in macchina, sulla via dell'aeroporto, fra Cyrankiewicz e Brandt. Disegno di Giulia Giaccaglia ©

Quando a gran parte dell’entourage istituzionale polacco sembrò incomprensibile, se non irrispettoso il fatto che pochi minuti prima Brandt non avesse manifestato in maniera così plateale un simile trasporto di fronte al monumento ai militi polacchi, davanti al quale aveva deposto, analogamente, una corona di fiori. La ragione di quel suo gesto non era tuttavia incomprensibile a Cyrankiewicz: per voltare pagina e guardare al futuro era necessario superare il passato accettandone le responsabilità.

Cyrankiewicz e le preoccupazioni per il futuro aumento dei prezzi dei generi alimentari. Disegno di Giulia Giaccaglia ©

L’empatia e la comprensione per le ragioni dell’altro, l'”eterno ministro” non le aveva però dimostrate nel 1956, quando aveva avallato la repressione violenta delle proteste scoppiate a Poznań, dove un gruppo di operai era insorto protestando contro le istituzioni – ancora staliniste – polacche rivendicando “pane e libertà”. In quell’occasione Cyrankiewicz aveva minacciato di tagliare le mani a chiunque avesse osato levarle contro la Repubblica Popolare Polacca. La stessa durezza che avrebbe usato pochi giorni dopo la partenza di Brandt, autorizzando l’esercito a intervenire contro gli operai che manifestavano a Danzica, a Gdynia e in altre città, al culmine di una protesta nata dal malcontento per il rincaro dei prezzi.

Bibliografia essenziale

Bibliografia

  • EDELMAN, Marek, C’era l’amore nel ghetto, Palermo, Sellerio, 2009.
  • LEHRER, Erica, MENG, Michael (ed. by), Jewish Space in Contemporary Poland, Bloomington, Indiana University Press, 2015.
  • LIPIŃSKI, Piotr, Cyrankiewicz: wieczny premier, Wołowiec, Wydawnictwo “Czarne”, 2016.
  • RUCHNIEWICZ, Krzystof, Ostpolitik and Poland, in FINK, Carole, SCHAEFER, Bernd, Ostpolitik, 1969-1974. European and Global Responses, New York, Cambridge University Press, 2009, pp. 39-57.
  • «Józef Cyrankiewicz, czyli jak kończą idealiści», in Newsweek Polska, 20 maggio 2011, URL:<https://www.newsweek.pl/historia/jozef-cyrankiewicz–czyli-jak-koncza-idealisci,75928,1,1.html/>.

In chiave musicale: Józef Cyrankiewicz Focus: La Polonia tra due crisi

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