ISSN: 2038-0925

Fonti: Il porto dell’amore

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COMMISSO, Giovanni, Il porto dell’amore, prefazione di N. Naldini, Milano, Longanesi, 2011, pp. 202-205.

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Avevo ritrovato il mio amico in una stanza d’ albergo intento ad accendere la stufa con vecchie riviste tedesche.
«Ho stancato tre cavalli, e l’ultimo sanguinava da una ferita alla coscia. Ho voluto andare all’assalto a cavallo, sono sempre le iniziative impreviste che sgomentano l’avversario. Abbiamo preso e perso quattro volte la strada che facevamo insieme per andare al bosco di querce. Nella nostra villa v’era un noioso nido di mitragliatrici e un altro nella casa del serbo. Il tiro incrociato ci falciava, volevo riconquistare quei posti per goderceli nella prossima primavera. Non ho mai combattuto in vita mia con tanto entusiasmo. Pensa: mi sono stati massacrati una decina di arditi, come al solito sempre I più belli e i più animosi. Ma abbiamo tempestato di bombe un plotone che stava intanato in una dolina, come sul Carso. La strada è rimasta nelle nostre mani fino al bivio, la villa si è trovata isolata, e i mitraglieri si sono arresi. Curioso: I nostri padroni stavano in casa accanto al fuoco impassibili, come se, fuori, non si scatenasse che un temporale. Vuoi che ritorniamo lassù?”
Disteso sul divano avevo guardato il suo volto, mentre mi parlava, ma non riuscivo a convincermi che le sue parole fossero rivolte a me, vedevo la sua bocca muoversi fra la barba e la fronte illuminarsi alla fiamma della carta. Mi guardò e sorrise.
«La resa è già stata firmata», gli dissi come per volerlo svegliare dal sonno. «Bisogna consegnare le armi e partire.» Si era abbandonato sul divano stringendosi il capo con le braccia, e lo intesi respirare violento, allora continuai io a strappare le pagine alle riviste tedesche per gettarle nella stufa che si era quasi spenta.
Avevamo combattuto per difendere la città, ma anche qualcosa d’ altro, che a nessun costo si sarebbe potuto riconquistare. Ormai non eravamo più come a primavera, come nell’estate. Ci pesava la vita e noi eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore, e consunti.
La strada che portava al bosco di querce, la villa che ci aveva ospitato, la casa del serbo, erano state riconquistate dal mio amico, potevamo subito ritornare per camminare tra le rocce e l’arma delle erbe, ma non si sarebbe trovato come compagno che il freddo vento incessante e radente la terra. Non più il tepore delle pioggerelle notturne a maggio, né l’ardore del sole che mi faceva dormire ignudo sulle larghe pietre del muretto accanto ai giovani cipressi. Disperato, mi lasciai abbandonare sul divano nello stesso istante che mi ritornava infrenabile la facoltà bambina di piangere. Un piatto congiunto a un calore nel petto e al volto, e nella gola un dolore come per liberarsi da una stretta. Egli si scosse ai miei singhiozzi e venne a sedersi sul mio divano accarezzandomi la testa; mi chiedeva perché piangevo.
«Tutto è finito, tutto è finito.» E sentivo il sapore delle lacrime nella bocca.
«Quietati, quietati», mi diceva con tono di comando e vedendomi tremare mi pose addosso una coperta.
Poi riprese: “Tanta nausea per essere qui t’ era venuta in questi ultimi tempi, ma adesso che ti tocca partire ti accorgi quale meraviglia hai perduto.» E rise come sollecitato da altri pensieri; poi continuò.
“Tu avessi visto Giuliano come si è battuto. Ci siamo incontrati mentre si ritirava dal Campo di Marte, gli avevano concentrato un tiro d’ artiglieria insostenibile. Col suo ripiegamento la linea venne ad accorciarsi e allora gli affidai la difesa della polveriera; così coi miei duecento arditi ho potuto scaraventarmi alla conquista del ciglione soprastante alla nostra villa. S’era ridotto con tre mitragliatrici e una ventina d’uomini; di continuo si spostavano per far credere d’essere in molti, e gridavano come belve, egli in testa con la sua voce squarciata che distinguevo fino dalla mia posizione. La polveriera non è stata presa; pare che mezza divisione fosse puntata lì con questo obbiettivo, ma poi colpita dalle artiglierie saltò in aria ed egli mi mandò un portaordini con un cartoccino religiosamente confezionato e un biglietto, uno dei suoi soliti biglietti grotteschi fino alla disperazione.
«Sfavillo nel fuoco della mia polvere. Siamo alla fine del sogno. A te l’ultimo pizzico. Alalà!»
Rialzai il capo sorridendo, il mio amico si grattava la barba e si diceva: «Che tipi! Che tipi!» Poi di scatto mi si rivolse: «E Simone? Non hai saputo nulla di Simone?».
Mi rialzai a sedere, chiedendogli con ansia cosa gli fosse toccato.
«Nulla di grave; ma certo ha raggiunto momenti veramente epici. Aveva un centinaio di arditi e Manfredo come suo aiutante. L’ altra notte durante l’ ultimo attacco, mentre si tenevano riparati dentro a un muretto, d’ un tratto Manfredo prese a gridare e a dibattersi per terra, e sgusciato dalle manii di Simone che lo credeva ferito, s’ arrampicò sul muretto per gridare: “Uccidetemi, uccidetemi!” e attirava le fucilate sul serio. Figurati lo spasimo di Simone. Infine lo tirarono giù riuscendo ad immobilizzarlo. Nel delirio ha confessato cose incredibili: l’aveva su specialmente con un suo professore di liceo munito di barbetta.»
La malinconia mi riprendeva col tremare del vento sui vetri delle finestre e col freddo che pareva emanare dalla stufa spenta. Allora mi convinsi che di confortante, solo mi era rimasto il mio amico e subito mi rivolsi per abbracciarlo, mentr’egli corrugava le ciglia in modo scherzoso di minaccia. Ma avvicinata la mia testa alla sua, m’accorsi che tra il grande ammasso dei suoi capelli, non solo ve ne erano molti di bianchi, e già mi disponevo a scherzare alla sua anticipata vecchiaia, ma appiccicate e scintillanti vi scopersi innumerevoli uova di pidocchi. Erano il suo terrore. Ebbi l’impressione d’esserne pieno io pure. Mi scossi e diedi l’allarme. Divenimmo furiosi. Egli si tagliava ciocche di capelli per convincersi e asseriva che anche I miei erano cosparsi d’uova. Attribuimmo la colpa agli arditi, che c’erano stati troppo vicini in quei giorni. Si smaniava e si alzava per la stanza, come fossimo caduti in una trappola. Poi si finì con l’accanirsi accanto agli specchi per spiare tra i capelli, se era possibile uccidere qualcosa e ferocemente si malediceva gli arditi e la battaglia.

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