ISSN: 2038-0925

Devenir historien-ne: post #33

Prosegue la partnership avviata con Devenir historien-ne, il blog di informazione storica di Émilien Ruiz, Assistant Professor in Digital History presso il Dipartimento di Storia di Sciences Po a Parigi. Questo mese proponiamo la traduzione del post «Faire l’histoire du secours et de l’aide à la réinsertion des rescapés juifs des camps nazis».

La traduzione e l’adattamento dal francese sono stati curati da Ludovica Lelli, curatrice della versione italiana della rubrica.

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Fare la storia del soccorso e degli aiuti al reinserimento dei superstiti ebrei dei campi nazisti
16 marzo 2020

di Laure Fourtage

Il 18 ottobre 2019 ho sostenuto (finalmente!) la discussione della mia tesi. Intitolata “E dopo? Una storia del soccorso e degli aiuti al reinserimento dei superstiti ebrei dei campi nazisti (Francia, 1943-1948)”, aveva già suscitato l’interesse di diversi blogger riguardo alla pubblicazione di un post… ma fino ad ora non avevo potuto dare seguito alle sollecitazioni. Con l’aiuto del lockdown, la pubblicazione della mia tesi su una piattaforma digitale apposita (TEL – thèses en ligne) mi ha dato l’occasione per cogliere due piccioni con una fava mettendo qui a disposizione il testo che avevo preparato per la discussione, arricchito da alcuni titoli. Quello che ha pubblicato chi mi ha preceduto mi è stato di grande aiuto: spero che questo servirà ad altri.

Discussione della tesi di laurea del 18 ottobre 2019

Professore presidente e professori e professoresse della commissione,
la tesi che ho oggi l’onore e il piacere di presentarvi è intitolata «E dopo? Una storia del soccorso e degli aiuti al reinserimento dei superstiti ebrei dei campi nazisti (Francia, 1943-1948)». Prima di tutto, mi preme ringraziarvi di aver accettato di fare parte di questa commissione. Allo stesso modo ringrazio coloro che mi hanno fatto la gentilezza di venire ad assistere alla discussione.

Genesi del progetto

Per cominciare, vorrei trattare brevemente l’origine delle domande che hanno guidato questa ricerca. Sono frutto dell’incontro, a metà degli anni 2000, di tre scoperte: memoriale, storiografica e archivistica.

Un angolo cieco storiografico?

Spinta a visionare, per ragioni professionali, le testimonianze della collezione Spielberg conservate al Mémorial de la Shoah, ero stata colpita dalla quasi-totale assenza di riscontri sulla vita dei sopravvissuti dopo la guerra. Generalmente, anche in film lunghi diverse ore, i circa 50 anni successivi alla liberazione venivano affrontati in appena qualche minuto.
Esistevano comunque delle testimonianze che, quando affrontavano questo periodo post-deportazione, formulavano un’amara constatazione talvolta sostenuta da alcuni storici. È per esempio il caso di Maurice Wolf che, nel 2006, pubblicando i propri ricordi, riteneva che gli ebrei fossero stati abbandonati alla propria sorte, se non direttamente trattati come «sopravvissuti di bassa lega». Constatazione che sembra essere condivisa anche dalla storica Annette Wieviorka. Intervistata da Virginia Linhart nel 2009, ha affermato che per quanto riguarda le autorità pubbliche l’assistenza ai sopravvissuti si era praticamente fermata al Lutetia[]. Di fatto, quando ho iniziato questa ricerca i lavori dedicati all’immediato dopoguerra erano ancora poco numerosi. Incentrati prevalentemente sulla questione delle rappresentazioni della deportazione, si concentravano sul momento del rimpatrio, rafforzando l’impressione che non succedesse più nulla una volta varcate le porte del palazzo parigino.
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A nuovi archivi, nuove domande di ricerca

Era prassi considerare che avrebbero dovuto essere le organizzazioni ebraiche a compensare questa mancanza di politica pubblica. Tuttavia, dato che tali affermazioni non si basavano su un lavoro di archivio approfondito, perché si accelerasse una progressiva apertura dei fondi di associazioni ebraiche si è dovuta attendere la metà degli anni 2000. Io ho avuto la fortuna di iniziare il mio lavoro di tesi in un momento di incredibile diffusione di nuove fonti per la ricerca storica, partendo da quelle dell’ORT[] (di cui io stessa sarei poi diventata l’archivista) e del COJASOR[].
Da questo contesto è nata tutta una serie di questioni, tra cui: e dopo? Le autorità non avevano fatto niente per aiutare i superstiti dei campi a rimettersi in piedi? A reinserirsi nella società francese? Quali erano state le disposizioni prese dalle organizzazioni private? Non erano altro che un palliativo? Soprattutto, azioni pubbliche e private furono separate le une dalle altre tanto quanto la storiografia sembrerebbe suggerire? Intendiamoci, la domanda che precedeva tutte le altre era una: i superstiti ebrei dei campi erano stati tratti come qualsiasi altro deportato o no?

Strategia di ricerca e impostazione metodologica

Per rispondere a queste domande ho attuato una strategia di ricerca basata su tre basi metodologiche definite. Ma prima di enunciarle bisogna riprendere un attimo il titolo che ho scelto di dare al lavoro che oggi siamo qui a discutere.

Una questione di definizione

La scelta della formula «superstiti ebrei dei campi nazisti» per indicare la popolazione considerata in questo studio non ha niente di casuale. È il frutto di una premessa storiografica: quella della mancanza di un’unanimità tra gli specialisti rispetto alla definizione di espressioni come «deportati ebrei», «sopravvissuti alla Shoah» o «superstiti ebrei». Per questo ho rinunciato all’uso di questi termini per preferire loro una denominazione un po’ più lunga, ma che ha il merito di definire esplicitamente i soggetti della mia ricerca.
Si tratta di una popolazione composta, da una parte da persone ebree inviate, per qualsiasi motivo (anche per fatti legati alla resistenza), dalla Francia ai campi nazisti situati in Germania, Austria o Polonia che sono sopravvissute e rientrate in Francia, dall’altra da Ebrei stranieri che, sopravvissuti ai campi nazisti in cui erano stati inviati da altri paesi, si diressero in Francia nell’immediato dopoguerra. Era importante prenderli in considerazione perché l’arrivo in Francia dei superstiti dei campi si inseriva in un flusso migratorio più ampio di ebrei in arrivo dall’Europa centrale e orientale che fu a lungo ignorato dalla storiografia e comincia ad essere studiato solo adesso.

Un quadro cronologico

Per esaminare i sistemi di assistenza attuati in favore di questa popolazione ho deciso di fare riferimento ad un quadro cronologico più ampio del periodo della sola estate del 1945 a cui la storiografia, di solito, si ferma. Volevo darmi la possibilità di studiare più accuratamente possibile non solo le misure ideate ed applicate al momento del ritorno, ma anche le loro successive modifiche e le eventuali modalità di abolizione.
È per questo che la mia ricerca comincia nel novembre del 1943, momento che corrisponde sia alla creazione del Commissariat aux Prisonniers, Déportés et Réfugiés (PDR) all’interno del Comitato francese di liberazione nazionale (CFLN) che ad uno sforzo di unificazione delle istituzioni ebraiche in vista del salvataggio degli Ebrei.
Se il Commissariato, che nel frattempo era diventato Ministero, scompare nel novembre del 1945, questa ricerca si conclude tre anni più tardi. Il 1948 è un doppio punto di svolta. Innanzitutto, da parte dei poteri pubblici che, con l’adozione degli statuti giuridici di «deportati e internati della Resistenza» e di «deportati e internati politici», posero fine ad un periodo durante il quale i deportati facevano parte, almeno ufficialmente, di un’unica categoria di vittime. Poi, da parte delle organizzazioni ebraiche che, interrogandosi sui propri obiettivi prioritari e sulla propria ragion d’essere, cominciarono a prevedere ristrutturazioni molto importanti a causa di un duplice esaurimento: quello del flusso dei loro assistiti e quello dei loro finanziamenti.
In questo quadro cronologico, la strategia di ricerca che ho applicato si basa, come già esplicitato in precedenza, su tre presupposti metodologici che mi hanno portata a mobilitare un corpus di fondi molto vario e diffuso.

Una storia delle pratiche

Primo presupposto metodologico: non limitare le mie analisi alla sola questione delle rappresentanze, prestando una particolare attenzione anche alle pratiche amministrative e associative.
Un tale approccio presupponeva di fare riferimento a documenti già utilizzati dagli specialisti della rappresentazione della deportazione (discorsi radiofonici, stampa, manifesti, mostre, ecc.). Bisognava, però, allargare il perimetro di ricerca anche gli archivi amministrativi, sia pubblici che privati, che permettessero di approcciare le pratiche dei protagonisti; senza dimenticare le testimonianze di sopravvissuti come di assistenti sociali, dossier individuali, ecc.

Un approccio relazionale

Secondo presupposto metodologico: posizionare al centro dell’analisi non solo le relazioni tra istituzioni pubbliche e organizzazioni private, ma anche tra istituzioni pubbliche e tra organizzazioni private.
Questo, è chiaro, implicava l’utilizzo di fonti ministeriali come le serie F9, F1 e F7 conservate negli Archivi nazionali per il Ministero dell’Interno o le serie C e Z degli Affari Esteri. Mi sono interessata anche ai documenti ed ai dibattiti parlamentari dell’Assemblea consultiva provvisoria. Soprattutto, come dicevo prima, ho potuto utilizzare fondi inediti di molte organizzazioni private. Principalmente si tratta di associazioni ebraiche, ma ho preso in considerazione anche altre organizzazioni che hanno giocato un ruolo importante nell’azione di aiuto e supporto post Liberazione come COSE e FNCEAIDP.

Giocare sulle scale

Infine, il terzo presupposto metodologico: non limitare alla scala nazionale uno studio che certo, si sviluppa su territorio francese, ma non può trascurare gli altri livelli, sia locale/dipartimentale che internazionale/transnazionale.
Oltre alla documentazione citata precedentemente, questo approccio mi ha portata a prendere in considerazione i fondi di organizzazioni internazionali o intergovernamentali come il Joint, che dal 2013 ha digitalizzato i suoi archivi – di cui questa ricerca ha fatto ampio uso – il CIR (di cui i fondi sono consultabili agli Archivi Nazionali), o ancora l’ITS (di cui ho scoperto i fondi a Bad Arolsen quando è stato aperto e a cui ho avuto accesso tramite scambi a distanza). Inoltre, la visita al centro degli archivi dipartimentali in alcuni casi si è rivelata fruttuosa, come testimoniano i documenti utilizzati in questa tesi provenienti dagli Archivi dipartimentali di Bouches-du-Rhône e di Moselle.

Struttura del manoscritto

L’utilizzo di questo corpus documentario mi ha permesso di redigere un manoscritto composto da tre parti organizzate secondo un piano crono-tematico.
La prima parte riguarda la «preparazione del ritorno», dalla creazione del PDR nel novembre 1943 alla vigilia delle grandi operazioni di rimpatrio nella primavera 1945. Si trattò di un periodo in cui i poteri pubblici attuarono una progressiva invisibilizzazione degli Ebrei tra i deportati a cui la politica del ministero del PDR si rivolgeva. Fu un periodo in cui nonostante fossero sommerse dalle richieste e indebolite dal periodo di occupazione che non permetteva loro di avere molta influenza, le organizzazioni ebraiche vigilavano affinché gli interessi degli ebrei deportati non fossero completamente dimenticati.
La seconda parte riguarda una sequenza molto breve: quella dell’effettivo ritorno delle popolazioni sopravvissute dalla prigionia, dai campi e dal lavoro forzato nei territori dei Reich. La fase più intensa del rimpatrio, i pochi mesi che vanno dalla primavera alla fine del 1945, è un momento di presa di consapevolezza. Un momento in cui la realtà degli Ebrei deportati nei campi nazisti non poteva più essere ignorata da nessuno. Durante questo breve periodo i superstiti dei campi diventarono una priorità per le organizzazioni ebraiche, mentre i poteri pubblici, senza attuare alcuna politica specifica nei confronti degli ebrei, prestarono un’attenzione generale ai deportati nel loro insieme.
La seconda parte della tesi si conclude con lo scioglimento delle istanze pubbliche che erano state create per trattare specificamente la questione dei deportati (dalla chiusura dei centri d’accoglienza a quella del ministero del PDR) mentre anche le organizzazioni ebraiche smettono di considerare i superstiti dei campi come una popolazione da privilegiare. La terza parte si concentra sugli anni che seguirono questa svolta. Studio le reazioni di fronte all’irruzione di una nuova popolazione ebraica vulnerabile all’interno della quale figurano i superstiti dei campi: i rifugiati dell’Europa centrale e orientale. Nel corso di questi tre anni non sarà riattivato nessun sistema di sostegno specifico per i sopravvissuti. La priorità delle organizzazioni di assistenza ebraiche è mettere al lavoro la maggior parte dei loro beneficiari, mentre l’obiettivo principale dei poteri pubblici è limitare quanto più possibile l’insediamento duraturo sul territorio di popolazioni ebree straniere.

Risultati principali

Tra i principali risultati di questa ricerca vorrei concentrarmi su tre serie di conclusioni: affronterò innanzitutto la questione del posto riservato agli Ebrei nei dispositivi pubblici di soccorso agli «assenti» nella Francia del dopoguerra; poi, ritornerò sul dinamismo della vita ebraica organizzata all’indomani delle persecuzioni, per arrivare, infine, a sottolineare l’importanza e la continuità dei collegamenti pubblici/privati durante tutto il periodo studiato.

I superstiti ebrei svantaggiati

Riprendiamo quindi la questione iniziale: i superstiti ebrei dei campi sono stati abbandonati al proprio destino? Al termine dell’indagine, mi sembra che si possa rispondere con un “no” fermo. Esistevano dispositivi di soccorso e accoglienza sia pubblici che privati di cui i sopravvissuti ebrei e le loro famiglie hanno potuto beneficiare. Questo non vuol dire che il giudizio espresso da Maurice Wolf sia sbagliato. È necessario sottolineare, infatti, che non solo i superstiti ebrei non sono stati oggetto di un’attenzione specifica da parte dei poteri pubblici, ma anche che, per di più, sono stati persino svantaggiati.
Ci sono tre principali ragioni che permettono di spiegarlo. In primo luogo, questa situazione è frutto del fatto che c’era una preferenza per i membri della resistenza e la volontà, quasi sistematica, di privilegiarli. È poi conseguenza del rifiuto da parte del CFLN prima e del GPRF poi di riconoscere la responsabilità dello Stato negli atti compiuti dal regime di Vichy. Infine, è una delle manifestazioni della persistenza dell’antisemitismo in Francia.
Dietro l’affermazione di un’unità nazionale sotto la bandiera del destino comune a tutte le vittime della guerra, e in particolare a tutti i deportati, sono in realtà rimaste concrete disparità. L’analisi dei dispositivi messi in atto mi ha permesso di mostrare che, se è vero che i superstiti ebrei dei campi e le loro famiglie non sono stati abbandonati, sono però stati senza dubbio svantaggiati dalla mancanza di considerazione per la sorte particolare che era stata loro riservata durante la guerra e della straordinaria miseria in cui si sono trovati al termine del conflitto. Infine, proprio come scriveva Maurice Wolf, furono trattati come «sopravvissuti di bassa lega»; a maggior ragione quando si trattava di persone non solamente ebree ma anche straniere. Questa conclusione mi sembra fondamentale perché mi permette di affermare che se le organizzazioni ebraiche non fossero intervenute, i dispositivi pubblici avrebbero svantaggiato gli ebrei ancora di più.

Il dinamismo delle organizzazioni ebraiche

Ciò mi porta, in un secondo momento, a trarre le seguenti conclusioni. Attraverso l’analisi degli aiuti privati di cui i superstiti ebrei dei campi hanno potuto beneficiare, penso di aver messo in luce il dinamismo della vita ebraica organizzata nella Francia dell’immediato dopoguerra. Il mio lavoro si inserisce così nei recenti cambiamenti della storiografia sugli Ebrei in Francia dopo la Shoah. In contraddizione con l’idea, a lungo diffusa, che le persecuzioni e il genocidio avessero impedito qualsiasi forma di rinascita della vita ebraica in Francia subito dopo la guerra. Al contrario, l’area tematica di cui mi sono occupata, quella sociale, mi ha permesso di far emergere un’intera costellazione di organizzazioni ebraiche che in alcuni casi esistevano già prima e durante l’Occupazione (penso, ad esempio, all’OSE o all’ORT) e in altri hanno sono comparse appena dopo la Liberazione (come l’SCDI o il COJASOR).
Per quanto riguarda questo dinamismo, è importante sottolineare il fatto che non era solamente endogeno, ma fortemente stimolato da influenze esterne. L’assistenza ebraica francese era a pieno titolo inserita all’interno di una rete di aiuto che superava ampiamente il quadro nazionale. Ciò ha influito sia sulla loro strategia di intervento che sulla loro organizzazione. Alcune associazioni svolgevano attività sociali che sostenevano obiettivi politici e reti migratorie transnazionali. Constance Pâris de Bollardière l’aveva già mostrato per le reti bundiste, e un altro esempio lo si trova con la rete sionista e clandestina, la Bricha, a favore dell’immigrazione in Palestina. Inoltre, come Laura Hobson Faure ha già riportato per il Joint, le organizzazioni ebraiche francesi erano estremamente dipendenti dai finanziamenti di organismi internazionali o sovranazionali. Questa tesi mi ha permesso di mostrare che, oltre al Joint, principale fornitore di fondi, anche il CIR è stato uno dei fondamentali attori che hanno avuto impatto sulla loro libertà di azione. Questo fu il caso, ad esempio, di una politica che nel mio lavoro è stata ampiamente trattata: l’impiego lavorativo degli ebrei validi. È indubbio che questo orientamento sia stato frutto di diversi fattori. È sicuramente il risultato della lenta maturazione e dell’evoluzione a lungo termine del concetto francese di assistenza. Nell’immediato dopoguerra, però, il consenso attorno a questa nuova forma di assistenza definita «costruttiva» fu stimolato e, soprattutto, accelerato dal Joint e dal CIR, i due organismi che misero sul braccio della bilancia il peso dei loro finanziamenti.

Il collegamento continuativo tra pubblico e privato

Occorre, ed è la mia ultima serie di conclusioni, leggere questo dinamismo delle organizzazioni ebraiche alla luce del permanente intreccio tra pubblico e privato negli sforzi di soccorso ai sopravvissuti.
Infatti, in ogni fase dell’azione sociale destinata ai superstiti dei campi, dalla sua elaborazione alla sua attuazione, sono intervenute interazioni tra il potere pubblico e le organizzazioni private. Soprattutto, è molto importante sottolineare il fatto che queste interazioni non fossero univoche. Il ruolo delle organizzazioni ebraiche non si è mai limitato ad una semplice funzione suppletiva come un palliativo alle mancanze statali. Queste associazioni giocarono un ruolo fondamentale di sostegno, di sorveglianza o di contestazione delle decisioni prese dai poteri pubblici. Da questo punto di vista, l’azione delle organizzazioni ebraiche si inseriva perfettamente nello schema relazionale di «mixed economy of welfare» analizzato dalla storiografia, il più delle volte a partire dallo studio delle pratiche cattoliche e protestanti. L’esame di questi intrecci permanenti mi ha anche permesso di osservare che una delle conquiste della storia e della sociologia dello Stato e della sua amministrazione era effettivamente applicabile anche al mondo delle associazioni ebraiche di azione sociale. Infatti, è usuale sottolineare il carattere astratto di un discorso sullo Stato al singolare. Questa tesi ne è una nuova rappresentazione, i rapporti di potere tra ministeri e anche all’interno degli stessi impongono di prestare attenzione a tutti i livelli fino, quando è possibile, ai singoli individui. In ogni caso, mi sembra che questa constatazione si applichi perfettamente all’insieme di organizzazioni ebraiche che ho studiato. Se è possibile, per facilità di linguaggio e comodità, parlare di una «vita ebraica organizzata» o di un «mondo ebraico», non è però accettabile considerare tale molteplicità d’istituzioni come un unico blocco orientato verso un obiettivo comune. Come ho dimostrato, questa vita ebraica organizzata era attraversata da rapporti di forze interne e interessi divergenti. Che si tratti di disaccordi profondi, ideologici o religiosi, per esempio, o che si inseriscano in lotte di potere e di influenze molto più prosaiche, questi conflitti rallentarono alcune azioni di soccorso anche considerevolmente. Come testimonia il caso della rocambolesca cura dei «figli di Buchenwald», alcune furono anche messe in pericolo.

Piste di approfondimento

Al di là di questi risultati, la mia ricerca lascia in sospeso un considerevole numero di questioni sulle quali, senza dubbio, avremo occasione di confrontarci. Vorrei tuttavia concludere questo intervento ricordando tre delle diverse piste di approfondimento che questa analisi mi sembra poter aprire.

Una migliore comprensione delle reti dei protagonisti

Una prima strada riguarda la storia dei protagonisti dell’azione sociale ebraica. Durante la mia ricerca, infatti, ho potuto osservare che un certo numero di individui era contemporaneamente presente all’interno di più istituzioni; o che comunque le loro relazioni dopo la guerra erano fortemente determinate da interazioni passate. Studiare questi multipli posizionamenti e le traiettorie individuali attraverso un’analisi delle reti di attori associativi permetterebbe di delineare più precisamente i contorni del mondo dell’azione sociale ebraica degli anni Quaranta. Un tale approccio mi permetterebbe di perfezionare lo studio delle relazioni inter-opere e delle interrelazioni tra organismi pubblici e privati. Potrebbe anche far eventualmente emergere ulteriori figure, che potrei aver tralasciato, accanto a quelle che ho menzionato nella tesi.

Una socio-demografia dei beneficiari dell’assistenza ebraica

Una seconda traccia, questa volta, riguarderebbe i beneficiari di questa azione sociale. Un’analisi quantitativa dei fascicoli personali degli assistiti da un’opera importante come il COJASOR offrirebbe certamente approfondimenti preziosi rispetto alla conoscenza delle popolazioni ebraiche vulnerabili dopo la Seconda guerra mondiale. Inoltre, un simile approccio mi permetterebbe, anche analizzando le caratteristiche sociodemografiche delle popolazioni soccorse, di tentare di valutare la parte che vi occupavano i superstiti dei campi. L’analisi di alcuni fascicoli di questo tipo all’interno della mia tesi, nonostante l’assenza di qualsiasi pretesa di rappresentare i casi studiati, mi sembra abbia mostrato il potenziale del materiale archivistico utilizzato. Infatti, al di là dei profili e delle strategie di soccorso degli stessi assistiti, questi fascicoli costituiscono un formidabile punto di osservazione per quanto riguarda le trasformazioni delle pratiche di lavoro sociale.

Conoscenze psichiatriche e assistenza sociale

Infine, l’ultima pista di approfondimento che vorrei menzionare riguarda la considerazione delle questioni psicologiche. Questo è un aspetto dell’indagine che, in relazione allo svolgimento della tesi, ho scoperto solo molto in ritardo e al quale non sono stata in grado di dare uno spazio tanto importante quanto avrei voluto. Nell’immediato dopoguerra gli studi sulle conseguenze psichiche dei deportati erano ancora agli inizi e la cura dei superstiti sul piano della salute mentale era quasi inesistente. Tuttavia, contrariamente all’idea diffusa dalla storiografia secondo cui si tratterebbe di un non-oggetto per il periodo considerato, penso di aver mostrato quanto, in realtà, i superstiti ebrei dei campi potrebbero essere un’ottima via d’ingresso per uno studio sulla nascita e gli usi (tanto amministrativi che sociali) della conoscenza psichiatrica e psicologica nell’accompagnamento ed il soccorso delle popolazioni vulnerabili vittime di traumi estremi. Attraverso una ricerca collettiva e interdisciplinare, si potrebbe prevedere un approccio comparativo che integri anche altre popolazioni e su un periodo di tempo più lungo. Il parallelo con altre vittime di genocidio, in particolare penso ai Tutsi, sarebbe molto istruttivo, così come prendere in considerazione le popolazioni che, fuggendo da paesi in guerra, popolano i campi profughi.
Grazie per la vostra attenzione.

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  1. Hotel parigino che, appena terminata la Seconda guerra mondiale, il generale Charles de Gaulle trasformò in un centro di accoglienza per i deportati sopravvissuti ai campi di prigionia e per le famiglie dei dispersi in cerca dei loro cari. []
  2. Istituto di educazione e formazione ebraica fondato nel 1921 e riconosciuto come associazione senza scopo di lucro ma di utilità pubblica dal 1961. []
  3. Fondazione di pubblica utilità con obiettivo di fornire aiuti alle persone in difficoltà, soprattutto se appartenenti alla comunità ebraica, istituita nel 2000 con la fusione del Comitato d’azione sociale israelita di Parigi (CASIP) e del Comitato ebraico d’azione sociale e di ricostruzione (COJASOR). []

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