ISSN: 2038-0925

Panoramica – Svezia 2014

 SUHONEN, Daniel, Partiledaren som klev in i kylan: berättelsen om Juholts fall och den nya politiken [Il leader di partito che fu messo al bando: il racconto della caduta di Juholt e la nuova politica], Stockholm, Leopard, 2014, 544 pp.

SUHONEN, Daniel, Partiledaren som klev in i kylan: berättelsen om Juholts fall och den nya politiken [Il leader di partito che fu messo al bando: il racconto della caduta di Juholt e la nuova politica], Stockholm, Leopard, 2014, 544 pp.

Tu quoque, Brute. Così potrebbe riassumersi la monumentale cronaca dell’ascesa e caduta di Håkan Juholt, segretario del partito socialdemocratico svedese per neanche un anno (tra il 2011 e il 2012), scritta da colui che ne è stato uno degli spin doctor, come si dice oggi.Giornalista e scrittore (nonché collaboratore del think tank sindacale “Katalys”), Suhonen è uno dei più brillanti esponenti della sinistra del partito. Nella sua ricostruzione, che si avvale di fonti inedite (i protocolli delle riunioni, sms e mail, e numerose interviste), descrive il trattamento riservato a Juholt come una ver ae propria ghigliottina mediatica. Un metodo poco in linea, forse, con lo stereotipo della sobrietà scandinava, ma di sicura efficacia: ha infatti assicurato la sostituzione di un leader “imprevedibile” come Juholt con il più rassicurante Stefan Löfvén, ex-segretario generale della Federazione dei metalmeccanici. Tuttavia, a colpire, in questa storia, non è tanto il ricorso alla “macchina del fango”, prassi ormai consolidata a tutte le latitudini, bensì l’involuzione del partito simbolo della socialdemocrazia, quello svedese appunto, passato dall’inno alla solidarietà a una lotta intestina senza quartiere. L’inattesa consacrazione di Juholt nel congresso del 2011 è il frutto – spiega l’autore – della crescente insofferenza di molti militanti verso la linea neoliberale del partito (enfasi sul mercato e tecnocrazia): forte di tale malessere, la sinistra socialdemocratica è riuscita in quell’occasione ad esprimere un candidato che, pur non annoverabile fra le sue fila, poteva facilitare un ripensamento in primis sulle privatizzazioni. Il machtapparat del partito (a cominciare dalla predecessora di Juholt, Mona Sahlin) non ha tuttavia mai digerito tale “deviazione”, e, non potendo attaccarne il programma politico (che risultava gradito a molti elettori), ha fatto di tutto per screditare Juholt personalmente, sfruttandone l’inesperienza in un ruolo di quel livello e accanendosi su un rimborso impropriamente intascato da lui e dalla sua convivente (uno scandalo di lieve entità, secondo i parametri mediterranei). I media, controllati quasi per intero da gruppi vicini al centro-destra, non hanno mancato di dare il loro vigoroso appoggio alla demolizione del personaggio, così come le agenzie di PR, che emergono come i nuovi ideologhi della politica. Risultato: dopo neanche un anno, Juholt si è dimesso. Il volume è diventato un best-seller ed è stato al centro del dibattito politico-intellettuale per mesi. L’autoriflessione nell’establishment socialdemocratico rimane tuttavia bloccata; il partito è di nuovo al governo (dal settembre 2014), ma con un esecutivo di minoranza, il ricatto continuo degli xenofobi “Democratici di Svezia” e una politica che non azzarda alcuna discontinuità.

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IVARSSON WESTERBERG, Anders, WALDEMARSON, Ylva, ÖSTBERG, Kjell (eds.), Det långa 1990-talet. När Sverige förändrades [I lunghi anni Novanta. Quando la Svezia è cambiata], Umeå, Boréa, 2014, 487 pp.
IVARSSON WESTERBERG, Anders, WALDEMARSON, Ylva, ÖSTBERG, Kjell (red.), Det långa 1990-talet. När Sverige förändrades [I lunghi anni Novanta. Quando la Svezia è cambiata], Umeå, Boréa, 2014, 487 pp.

Quando e quanto è cambiata la Svezia? Questo volume collettaneo, che ospita contributi di storici e studiose di genere, affronta il duplice interrogativo offrendo non risposte definitive, ma la consapevolezza che il cambiamento storico non può essere racchiuso entro un prima e un dopo, presentandosi piuttosto come una sommatoria di trasformazioni parziali e non univoche. Il termine ab quo del cambiamento epocale (quello che spesso in Svezia viene designato con l’espressione “svolta di sistema”) è individuato, a dispetto del titolo, negli anni Ottanta (quando non Settanta), e in particolare nella politica del Ministro delle finanze del secondo governo Palme, Kjell-Olof Feldt, che rompe con il keynesismo. Il suo successore, Allan Larsson, subordinerà esplicitamente l’obiettivo della piena occupazione al raggiungimento dei “parametri” fissati dall’UE. Sull’entità del cambiamento, i diversi contributi – che spaziano dal sindacato al rapporto con l’Europa, dalla pubblica amministrazione alla scuola, senza tralasciare la cultura, l’eguaglianza di genere, la xenofobia – denunciano concordemente il prono adattamento, organizzativo e culturale, della cultura politica svedese (a partire dai socialdemcoratici) al mercato, con esiziali ripercussioni sulla partecipazione attiva dei cittadini e, in breve, sulla democrazia: il crescente esautoramento del parlamento a vantaggio dell’esecutivo, e, all’interno dei partiti politici, l’irrilevanza degli iscritti, soppiantati da consulenti di immagine e media, rappresentano, certo, tendenze internazionali, ma assumono un tono particolarmente amaro in un paese che è stato a lungo esempio di solidarietà e partecipazione popolare.

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ǺSE, Cecilia, Kris! Perspektiv på Norrmalmstorgsdramat [Crisi! Prospettive sul dramma di piazza Norrmalm], Stockholm, Liber, 2014, 128 pp.
ǺSE, Cecilia, Kris! Perspektiv på Norrmalmstorgsdramat [Crisi! Prospettive sul dramma di piazza Norrmalm], Stockholm, Liber, 2014, 128 pp.

Agosto 1973: nel centro di Stoccolma i dipendenti di una banca vengono presi in ostaggio da un detenuto in permesso, che, in cambio della loro vita, chiede del denaro e la liberazione del suo compagno di cella; dopo che questi lo ha raggiunto, i due rimangono asserragliato per cinque giorni all’interno della filiale. L’episodio – che paralizza il paese ed è seguito personalmente dal primo ministro Olof Palme – è entrato a far parte della memoria collettiva, non solo svedese: in questa occasione infatti è stata coniata l’espressione “sindrome di Stoccolma”, a descrivere l’inattesa reazione degli ostaggi (tre donne e un uomo), spaventati più dalla polizia che dai sequestratori. La politologa Cecilia Ǻse rilegge gli avvenimenti di quei giorni alla luce di quattro dimensioni: il potere dei media nel costruire la realtà (il dramma degli ostaggi è stato l’unico episodio criminale nella storia svedese trasmesso integralmente in diretta da radio e giornali); l’agire più o meno razionale degli attori coinvolti (dai rapinatori al ministro della giustizia, passando per il consulente psichiatrico); le rappresentazioni di genere (due uomini armati che sfidano altri uomini armati – la polizia – da un lato; dall’altro, giovani donne inermi) e, infine, il rapporto fra una situazione di emergenza e il senso di appartenenza alla comunità nazionale (che ne esce rafforzato al punto, sembra, da condizionare l’esito delle elezioni politiche svoltesi di lì a poco).

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GÖTZ, Norbert (ed. by), The Sea of Identities. A Century of Baltic and East European Experiences with Nationality, Class and Gender, Huddinge, Södertörn University, 2014, 325 pp.
GÖTZ, Norbert (ed. by), The Sea of Identities. A Century of Baltic and East European Experiences with Nationality, Class and Gender, Huddinge, Södertörn University, 2014, 325 pp.

I saggi raccolti nel volume analizzano, in una prospettiva storiografica, le identità – nazionali e regionali, di classe e di genere – e la loro crisi nei paesi dell’area del Baltico. Uno dei temi approfonditi è l’impatto della seconda guerra mondiale, e di nazismo e stalinismo, su piccole comunità come quelle delle isole Ǻland, della penisola di Kola e della minoranza tedesca in Danimarca, e su una figura come quella di Paul Olberg, menscevico lettone in esilio a Stoccolma. Alla Polonia sono dedicati due saggi, uno sulla difficile ricerca di un’identità (fra rigore scientifico e influenza politica) da parte del mondo della ricerca negli anni successivi al 1989, l’altro sull’appoggio svedese a Solidarność. Di grande interesse il saggio sul crollo del paradigma fordista e la conseguente dissoluzione di uno dei suoi protagonisti, il movimento operaio novecentesco. Decisamente innovative, almeno per un pubblico “mediterraneo”, le prospettive di ricerca presentate nella terza sezione, che verte sulle identità di genere: se nel primo saggio si analizza come i paesi nordici cerchino di “esportare” la loro visione di eguaglianza di genere nelle repubbliche baltiche, nel secondo si analizza un progetto transnazionale di educazione all’eguaglianza di genere realizzato da organizzazioni finlandesi, russe e lituane. L’ultimo saggio della sezione raccoglie poi storie di vita di donne moldave, tra comunità d’origine patriarcali e processi migratori. Il volume è chiuso da un saggio sulla diversa genesi ed evoluzione della coscienza ambientale in Svezia, Polonia e Unione Sovietica/Russia, nel corso del Novecento.

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