Le mafie ci uniscono
“Le mafie ci uniscono”, una lettera di Pierluigi Basile
Nel clima saturo di celebrazioni retoriche e oleografiche ricostruzioni dei 150 anni d’Unità irrompe l’allarme lanciato dall’associazione daSud. Se non è stato possibile cucire insieme i brandelli d’Italia nemmeno in occasione del giorno della ricorrenza, e si fatica a riconoscere i tratti di una comune identità nazionale, bisogna comunque ammettere che «le mafie ci uniscono».
Da Aosta a Palermo una lunga “conquista silenziosa”, attraversando i sentieri delle complicità politiche e i salotti aperti dai “soci rispettabili” dell’economia nostrana, ha risalito lo stivale occupando da un capo all’altro il nostro Paese. E le mafie che nel 1861 venivano considerate fenomeni radicati e confinati nei luoghi della questione meridionale, a distanza di un secolo e mezzo si presentano ormai come un virus nazionale, uno dei principali collanti della nazione lacerata.
La recente notizia dell’ennesimo caso di infiltrazioni mafiose al Nord, con lo scioglimento del consiglio comunale della cittadina ligure di Bordighera, testimonia la pervasività della penetrazione mafiosa. Ma basta sfogliare le pagine di ‘Ndrangheta padana, recente saggio di Enzo Ciconte[1], per scoprire come Milano sia già da tempo diventata una delle capitali della criminalità calabrese, la quale controlla ormai una parte stessa del territorio lombardo, dove investe denaro, regola traffici d’ogni sorta e gestisce grandi appalti (alta velocità, e sembrerebbe persino i lavori dell’Expo) in combutta con i soliti insospettabili colletti bianchi.
Mentre crollano le inconsistenti barriere erette in passato dalle interpretazioni subculturaliste, basate su un’immagine del Sud come immenso inferno dantesco popolato da diavoli e vittime omertose, si sbriciolano le tesi minimaliste di chi nelle mafie ha visto soltanto dei comuni fenomeni criminali. Dal confronto con la realtà trova invece sempre maggiori conferme l’interpretazione che scorge in esse una «patologia del potere» e una speciale «patologia della modernità» come affermato, in ultimo da Salvatore Lupo nel suo Potere criminale[2]. Difficile spiegare altrimenti la resistenza temporale e l’adattabilità a contesti molto differenti da parte di organizzazioni che si sono, non certo da oggi, contraddistinte per l’abilità di operare dentro reticoli sociali complessi e come soggetti “glocali”, capaci cioè di agire su scala ridotta e contemporaneamente nelle reti internazionali, lecite ed illecite. Ma intanto “l’omertà di Stato”, condivisa da gran parte delle autorità e delle istituzioni, lascia agire indisturbate cosche e fiancheggiatori, lanciati in ogni direzione e verso qualsiasi forma di investimento. Nel settentrione qualcuno ha da tempo scoperto i vantaggi di certa emigrazione (di capitali), secondo l’antico detto «pecunia non olet». Mentre al Sud, gli arresti di latitanti e manovalanza, sono spesso sfruttati dagli esponenti di governo per mascherare le lacune di un contrasto superficiale e rapsodico.
Per spezzare l’attuale alleanza tra le forze infette dell’economia, della classe dirigente e della società, e rompere i nodi di un sistema perverso che soffoca territori, persone e risorse a Nord come a Sud, è necessario stringere un nuovo patto nazionale. La società civile, le associazioni, il mondo del lavoro e della cultura, la buona politica uniti possono diventare protagonisti di una nuova lotta di liberazione nazionale, artefici del risorgimento per una Italia antimafia. Adesso è l’ora di scegliere.
La provocazione di daSud: le mafie ci uniscono. Potrà unirci anche l’antimafia?
Le mafie sono realmente quell’elemento uniformante, in grado di contraddistinguere l’italianità? Questo è l’interrogativo che pone – polemicamente – l’associazione daSud. Nel corso dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia la questione appare ancor più provocatoria, anche se tutt’altro che infondata.
La scelta di considerare il Risorgimento come momento unificante l’Italia è oggi più che mai oggetto di feroci critiche, sublimate nelle interpretazioni – secessioniste prima e federaliste in seconda battuta – della Lega Nord, cui a fatto eco il neoborbonismo di un certo ceto intellettuale meridionale. Le gesta della Resistenza, complice la dissoluzione della prima Repubblica, ma, soprattutto, la volontà dei partiti politici di cancellare le proprie tradizioni ideologiche, non è più in grado proporsi come elemento sentitamente unificante; è poi doveroso ricordare come, anche in considerazione delle fasi della guerra di liberazione nazionale, questa non sia stata vissuta allo stesso modo in tutte le parti del Paese.
Dunque, che rimane, dell’Italia? Restava, forse, il confortante salvagente della lingua, faticosamente introdotta e condivisa, anche e soprattutto con l’avvento della televisione[3]. Ma anche questo fragile possibile trait d’union fra italiani è venuto meno, se è vero che i vertici della principale fautrice di questa uniformazione linguistica, la RAI, hanno rivisto il ruolo giocato dalla radiotelevisione italiana, non più ambasciatrice della lingua comune, ma rispettosa vestale delle tradizioni locali[4].
La sistematica demolizione operata nei confronti degli elementi e degli eventi unificanti il Paese ha così portato a questa simbolica scelta: la mafia come elemento unificante, in grado di rendere l’Italia riconoscibile a se stessa (e ai suoi abitanti) e all’estero. Dai tempi della copertina infamante del settimanale «Der Spiegel» è cambiato poco: la mafia rimane uno dei marchi più riconoscibili di quello che chi è incaricato di promuovere l’immagine italiana all’estero definirebbe il brand Italia. Se l’elemento uniformante, per quanto negativo, è condiviso a tutte le latitudini, ed è un apparato parastatale (in tutte le sue multiformi declinazioni) sarà proprio dalla lotta che verrà condotta contro questo che potrà vedere la luce un elemento unitario positivo: l’antimafia. Un’antimafia che rappresenti la resurrezione dello Stato, il risveglio della società civile e l’emancipazione dei cittadini. E se – in questo strana inversione di ruoli – un elemento negativo è diventato aggregante, dovranno essere i luoghi in cui tutto ciò è nato ad essere i portabandiera della riscossa della nuova società antimafia.
La redazione di Diacronie
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[2] LUPO, Salvatore, Potere criminale. Intervista sulla storia della mafia, Roma-Bari, Laterza, 2010.
[3] TRIFONE, Pietro, Storia linguistica dell’Italia disunita, Bologna, Il Mulino, 2010, pp. 107-110.
[4] SALVIA, Lorenzo, «Gli spot dei dialetti incomprensibili. Il caso Rai sull’Unità d’Italia», in Corrieredellasera.it, 14 dicembre 2010, URL: <http://www.corriere.it/unita-italia-150/10_dicembre_14/spot-dialetti_05935ae2-0778-11e0-a25e-00144f02aabc.shtml> [consultato il 15 marzo 2011]; «Spot Rai per l’Unità d’Italia: “Offendono i dialetti”», in TVRepubblica.it, 13 dicembre 2010 <http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/spot-rai-per-l-unita-d-italia-offendono-i-dialetti/58132?video> [consultato il 15 marzo 2011].





Mi spiace il riferimento a talune interpretazioni storiografiche piuttosto ambigue (ambigue e generiche per effetto di una frettolosa, tardiva e maldestra adesione ad altre già in un recente passato respinte e contestate!) del fenomeno mafioso, mentre si tace della proposta mia e di Ingroia di un’Internazionale antimafia (cfr. l’appena uscito “Globalmafia”, con Bompiani). L’antimafia piuttosto che di “fazioni storiografiche”, ha bisogno di un impegno (finalmente non provinciale) di unificazione che muova dalla consapevolezza del rapporto organico del fenomeno mafioso, non con un generico “potere” (quale?) , ma con l’egemonia dei poteri politico-economici della globalizzione capitalistica..