ISSN: 2038-0925

Panoramica – Germania 2014

WEHLER, Hans-Ulrich, Die neue Umverteilung. Soziale Ungleichheit in Deutschland, München, Beck, 2013, 192 pp.

WEHLER, Hans-Ulrich, Die neue Umverteilung. Soziale Ungleichheit in Deutschland [La nuova redistribuzione. Disuguaglianza sociale in Germania], München, Beck, 2013, 192 pp.

La pubblicazione nell’autunno 2014 dell’edizione tedesca di Le Capital au XXIe siécle di Thomas Pikkety ha dato in Germania nuovo slancio ad un dibattito pubblico e scientifico tuttora in corso, avviato da Hans-Ulrich Wehler nel marzo 2013 con questo studio dedicato alla disuguaglianza sociale [1]. Essa, considerata «questione centrale per ogni […] storia sociale», era già stata tematizzata da Wehler assieme al dispiegarsi del capitalismo, all’esercizio del potere ed allo sviluppo dei processi culturali quale uno dei cardini euristici della sua Deutsche Gesellschaftsgeschichte: nel quinto ed ultimo volume, dedicato alla Bundesrepublik ed alla DDR negli anni 1949-1990, la disuguaglianza sociale assumeva, al pari dell’intera trattazione, un accento più coinvolto: mentre da un lato la DDR veniva liquidata come una «satrapia sovietica», dall’altro la BRD era implicitamente rappresentata come un successo anche perché capace di disinnescare possibili tensioni sociali attraverso la costruzione di uno Stato democratico e sociale di massa [2] In Die neue Umverteilung la teorizzazione della disuguaglianza sociale come categoria analitica non subisce evoluzioni rispetto a quella utilizzata nella Deutsche Gesellschaftsgeschichte; a mutare sono piuttosto il caso di studio ed il fine cui essa viene applicata. Nella prima sezione di questo agile volume a metà tra l’analisi storica ed il pamphlet politico Wehler ricostruisce i riferimenti teorici utilizzati per definire la categoria: il giovane Marx, le «elastiche» classi sociali di Lorenz von Stein ed ovviamente l’intera impalcatura teorica weberiana. A dimostrazione di una chiara continuità rispetto al quinto volume della Gesellschaftsgeschichte è significativo anche l’esplicito e strumentale ricorso alla Distinction e all’Habitus bourdieuiani, il ricorso ai quali rafforza l’interpretazione di Wehler in particolare in relazione ai meccanismi di cooptazione delle élite e all’individuazione di criticità all’interno del pur avanzato sistema formativo tedesco.
Lo studio, fondato sulla convinzione wehleriana [3] che una prospettiva storica possa «fornire conoscenze per la comprensione dei problemi contemporanei così come per il processo decisionale della politica», è incentrato sulla più recente attualità della Repubblica Federale di Berlino, le cui crescenti immobilità e perequazione, analizzate nei capitoli empirici nella seconda metà del testo sulla base delle stesse aree tematiche individuate nella Gesellschaftsgeschichte [4], sono al contempo oggetto di analisi ed obiettivo di una critica veemente: Wehler prende di fatto posizione ‒ come già in altre occasioni [5] ‒ quale public intellectual in difesa dello Stato sociale.Nella prosa estremamente energica, a volte connotata da accenti moralistici, alcuni hanno intravisto una debolezza dell’argomentazione riconducibile al temperamento dell’autore [6]; si ha piuttosto l’impressione che, conformemente a quanto riscontrato sin dall’ultimo volume della Gesellschaftsgeschichte, all’avvicinarsi ai temi dell’attualità lo storico quale scienziato sociale lasci progressivamente spazio all’intellettuale engagé per il qualel’utilizzo di una prosa vigorosa sia coscientemente strumentale al raggiungimento del fine ultimo del proprio coinvolgimento: l’avvio di un dibattito pubblico duraturo e di rilievo.


NOTE


[1] Cfr. KAELBLE Hartmut su Thomas PIKETTY, Das Kapital im 21. Jahrundert, in H-Soz-Kult 4 marz 2015; «Wo bleibt der Aufschrei?», in Die Zeit Online 7 Marz 2013; «Alle nehmen es stumm hin», in Deutschlandfunk 25 Marz 2013; «Reichen werden reicher, Armen werden mehr» in Die Zeit Online 26 Februar 2014; «Gleichheit durch Fortschritt», in Die Zeit 42, 2014; «Reich und Reich vermehrt sich gern»in Die Zeit Online 29 Dezember 2014; «Die Superreichen und der Rest»in Die Zeit 4, 2015;  «Wo bleibt die Mittelschicht?», in Die Zeit Online 18 Marz 2015. 

[2] Cfr. WEHLER, Hans-Ulrich, Deutsche Gesellschaftsgeschichte. Erster Band. Vom Feudalismus des Alten Reiches bis zur Defensiven Modernisierung der Reformära 1700-1815, München, Beck, 1987, pp. 6-31; ID., Deutsche Gesellschaftsgeschichte. Fünfter Band. Bundesrepublik und DDR 1949-1990, München, Beck, 2008.  

[3] Cfr. WEHLER, Hans-Ulrich, Aus der Geschichte lernen?, in Aus der Geschichte lernen? München, Beck, 1988, pp.11-18. 

[4] Nello specifico: matrimonio e famiglia, età, studio e formazione, genere, salute, condizioni abitative, confessione. Di nuova introduzione sono invece  la disuguaglianza sociale di natura etnico-culturale, eredità del dibattito pubblico avviato dallo stesso Wehler nel 2002 riguardo al possibile ingresso della Turchia nell’Unione Europea, ed il divario est-ovest conseguente alla riunificazione tedesca. 

[5] Oltre al sostegno di Wehler in favore delle tesi di Jürgen Habermas nel corso del c.d. Historikerstreit avviatosi nel 1986 vanno ricordati la partecipazione al c.d. Goldhagen-Debatte nel 1996, l’intervento del 1998 contro l’intitolazione della Kunsthalle di Bielefeld all’industriale nazionalsocialista Richard Kasselowsky ed il già citato dibattito dei primi anni Duemila  riguardante l’islam e l’ingresso della Turchia nell’unione europea. Cfr. WEHLER, Hans-Ulrich, Eine lebhafte Kampfsituation. Ein Gespräch mit Manfred Hettling und Kornelius Torp, München, Beck, 2006, pp. 181 et seq. 

[6] JARAUSCH, Konrad H. su WEHLER, Hans-Ulrich, Deutsche Gesellschaftsgeschichte. Bamn 5. cit. in H-Soz-Kult 29 September 2008. 

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KOCKA, Jürgen, Geschichte des Kapitalismus, München, Beck, 2013, 144 pp.
KOCKA, Jürgen, Geschichte des Kapitalismus [Storia del capitalismo]München, Beck, 2013, 144 pp.

La crisi economico-finanziaria in atto dal 2008 ha determinato l’avvio di una nuova congiuntura, favorevole alla produzione di studi critico-analitici dedicati al capitalismo; sin dall’incipit Kocka riconosce questa sua breve storia del capitalismo anche come prodotto di questa contingenza. Lungo l’intero corso della trattazione si coglie però il sovrapporsi di istanze evidentemente non congiunturali: Kocka rappresenta difatti il capitalismo come sistema globalizzante in virtù delle sue capacità di adattamento ai singoli contesti di applicazione. In tal senso l’Europa risulta ‒ pur nel suo ruolo di «regione guida» ‒ almeno in parte provincializzata, e l’argomentazione si arricchisce di riferimenti, purtroppo mai pienamente approfonditi, a fenomeni di transfer, superamento dei confini nazionali ed entanglements. Allo stesso modo viene attribuita primaria importanza tanto alle dinamiche sociali quanto alle forme culturali e politico-istituzionali che l’affermarsi del capitalismo ha nei numerosi casi riportati incontrato o determinato, ma che restano sempre episodi esemplificativi mai trattati esaurientemente come avrebbero meritato. Pur gravata da una notevole sinteticità, al contempo pregio e difetto del volume, questa breve storia del capitalismo è efficace nel rappresentare attraverso una ricostruzione di ampio respiro ‒ consistente nell’inscindibile interdipendenza dei piani interpretativi utilizzati ‒ complessi fenomeni di medio e breve periodo senza appiattirne le dinamiche alla sola prospettiva economica. Ne deriva una ricostruzione globalizzante tanto nella già menzionata accezione storico-spaziale quanto nel tentativo di rappresentare il capitalismo in tutta la sua complessità di fenomeno di lunga durata. Un contributo che, se apprezzato nella sua essenzialità e nei limiti da essa derivanti, potrà contribuire allo sviluppo di una consapevolezza storica da parte di quella critica del capitalismo che in virtù della sua stessa storia Kocka riconosce come necessaria a determinare la riforma di un sistema in crisi.

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SCHIEDER, Wolfgang, Benito Mussolini, München, Beck, 2014, 128 pp.
SCHIEDER, Wolfgang, Benito Mussolini [Benito Mussolini]München, Beck, 2014, 128 pp.

Sugli scaffali italiani le storie brevi del fascismo o le brevi biografie dedicate a Benito Mussolini, per quanto si faccia spesso fatica a distinguere le une dalle altre, sono numerosissime; in Germania soprattutto le seconde sono rimaste per lungo tempo un prodotto d’importazione. Wolfgang Schieder, storico tedesco di riferimento per quanto riguarda il fascismo italiano, si è confrontato negli ultimi anni con il non facile tentativo di sintetizzare in testi divulgativi l’opera di un’intera carriera: ad un primo volume [1] una breve sunto del fascismo italiano, segue ora questa densa biografia mussoliniana, la prima di rilievo scientifico ad essere redatta da un autore tedesco. La centralità biografica della figura di Mussolini viene espressa attraverso la rappresentazione del regime come «dittatura personale» gravitante attorno al carisma del duce ed indagata attraverso la dicotomia consenso/repressione, la quale costituisce il vero nucleo interpretativo del testo, attraverso cui viene interpretata la politica estera del regime ed in particolare la progressiva convergenza con la Germania nazionalsocialista. Sicuramente a causa dell’essenzialità pretesa dal progetto editoriale in questione altri elementi, su tutti la politica economica del regime corporativismo incluso, non trovano tuttavia tutto lo spazio che avrebbero meritato. Nonostante tali mancanze il testo presenta un discreto equilibrio tra sintesi e completezza, non mancando di riportare riferimenti alla storiografia più recente  così come approfondimenti mirati sui temi di ricerca cari all’autore, quale la particolare funzione delle udienze a Palazzo Venezia o il complesso rapporto tra Mussolini, destre tedesche e nazionalsocialismo prima e dopo l’ascesa al potere di Hitler [2]. Al netto dell’inderogabile imperativo della sintesi, efficacemente rispettato, la biografia tenta quindi di proporre una chiara linea interpretativa che, pur fondandosi sul non più giovane modello del potere carismatico, riesce tuttavia a costituire un efficace filo conduttore per un’introduzione alla vita di Mussolini.


NOTE


[1] SCHIEDER, Wolfgang, Der italienische Faschismus. Monaco, Beck, 2010.

[2] Cfr. SCHIEDER, Wolfgang , Mythos Mussolini. Deutsche in Audienz beim Duce. Monaco, Oldenbourg, 2013; ID., «Das italienische Experiment. Der Faschismus als Vorbild in der Krise der Weimarer Republik» in Historische Zeitschrift, 262, 12/1996, pp. 73-126; ID., Faschismus im politischen Transfer. Giuseppe Renzetti als faschistischer Propagandist und Geheimagent in Berlin 1922-1941, in REICHARDT, Sven, NOLZEN, Armin (herausgegeben von), Faschismus in Italien und Deutschland. Studien zu Transfer und Vergleich, Göttingen, Wallstein Verlag, 2005, pp. 28-58. 

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ZIEMANN, Benjamin,  Veteranen der Republik. Kriegserinnerung und demokratische Politik 1918-1933, Bonn, Dietz, 2014, 381 pp.
ZIEMANN, Benjamin,  Veteranen der Republik. Kriegserinnerung und demokratische Politik 1918-1933 [Veterani della repubblica. Memoria di guerra e politica democratica 1918-1933], Bonn, Dietz, 2014, 381 pp.

Il dibattito scientifico riguardante le formazioni reducistiche tedesche attive durante la Repubblica di Weimar è stato finora dominato da validissime ma datate ricostruzioni monografiche dedicate alle singole organizzazioni [1] da un lato e da interpretazioni culturali, su tutte quella di Geroge Mosse [2] dall’altro. Sia l’approccio che il tema scelti da Benjamin Ziemann fanno tesoro di tali tradizioni storiografiche cercando tuttavia di superarne limiti ed alcuni radicati dogmatismi, ed hanno pertanto suscitato un certo interesse all’interno di un campo che dopo essersi a lungo concentrato su fenomeni di più ampia portata sta riscoprendo negli ultimi anni un chiaro interesse per le ancora poco approfondite singole organizzazioni [3]. Lo studio di Ziemann [4] consiste difatti nell’analisi del discorso così come prodotto dalle organizzazioni reducistische filorepubblicane Reichbanners Schwarz-Rot-Gold e Reichsbundes der Kriegsbeschädigten, Kriegsteilnehmer und Kriegshinterbliebenen, concentrandosi in particolare sul loro tentativo di costruire una memoria condivisa della Grande Guerra che fosse funzionale al sostegno della Repubblica. Tale prospettiva assume rilevanza considerando tanto la preponderanza quantitativa delle due organizzazioni quanto il fatto che fino ad ora l’interpretazione dominante ha affermato che la memoria della Grande Guerra nella Germania weimariana fosse stata monopolizzata dalla retorica e dalla violenza delle destre radicali nazionaliste c.d. völkisch (Mosse). Ziemann rappresenta al contrario il campo della memoria come estremamente combattuto tra organizzazioni filo- ed antirepubblicane, riconducendo il prevalere di queste ultime alla difficoltà delle prime di produrre una memoria largamente condivisa priva di elementi in ultima istanza nazionalistici [5]. Colmando un vuoto a lungo ignorato lo studio riesce in ultima istanza a proporre una lettura assolutamente non scontata della lotta politica nella Repubblica di Weimar, senza però spingersi oltre i limiti dell’analisi del discorso e della cultura della memoria.


NOTE


[1] Cfr. BERGHAHN, Volker R., Der Stahlhelm, Bund der Frontsoldaten 1918-1935, Düsseldorf, Droste, 1966; ROHE, Karl, Das Reichsbanner Schwarz-Rot-Gold. Ein Beitrag zur Geschichte der politischen Kampfverbände zur Zeit der Weimarer Republik. Düsseldorf, Droste, 1966. 

[2] Cfr. MOSSE, George, Fallen Soldiers. Reshaping the Memory of the World Wars, New York, Oxford University Press, 1990. 

[3] Cfr. per una simile tendenza nel panorama italiano SALVADOR, Alessandro , La guerra in tempo di pace. Gli ex-combattenti e la politica nella repubblica di Weimar, Trento, Università degli studi di Trento ‒ Dipartimento di lettere e filosofia, 2013. È interessante notare che anche lo studio di Salvador ricomponga l’interesse per un’organizzazione reducistica (in questo caso lo Stahlhelm), intesa come contesto di riferimento e l’analisi del discorso da essa prodotto all’interno del più ampio contesto politico-culturale della Repubblica di Weimar. 

[4] Ed. or. ZIEMANN, Benjamin, Contested commemorations. Republican War Veterans and Weimar Political Culture, Cambridge, Cambridge University Press, 2013. 

[5] Per tematiche simili applicate al contesto italiano cfr.  FOOT, John, Italy’s divided Memory, New York, Palgrave Macmillian, 2009. 

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SCHLEMMER, Thomas, WOLLER, Hans  (herausgegeben von), Der Faschismus in Europa. Wege der Forschung. München, Oldenbourg, 2014. 146 pp.
SCHLEMMER, Thomas, WOLLER, Hans  (herausgegeben von), Der Faschismus in Europa. Wege der Forschung [Il fascismo in Europa. Itinerari di ricerca]München, Oldenbourg, 2014, 146 pp.

L’analisi comparata dei fascismi è da circa venticinque anni la più vivace corrente dedicata all’analisi di tale fenomeno, la cui affermazione è avvenuta a scapito di un vacuo empirismo che ne aveva sino ad allora ostacolato lo sviluppo [1]. Questa raccolta riunisce in forma riveduta la prima parte degli atti di un convegno tenutosi nel 2012 sotto la tutela dell’Institut für Zeitgeschichte di Monaco ed al quale parteciparono molti nomi illustri riconducibili a vario titolo a tale corrente, il che rende il testo, pur non rivoluzionario, una notevole sintesi antologica e ne giustifica tanto il valore quanto l’interesse suscitato [2]. Ad interventi di natura per lo più riassuntiva si affiancano saggi dedicati a campi di più recente sviluppo che delineano in maniera più netta nuove prospettive di sviluppo per la storia comparata dei fascismi: fra i più innovativi emergono in particolare il saggio di Fernando Esposito in relazione al complesso ed ambiguo rapporto tra fascismo e modernità, ricondotto attraverso una storia dei concetti alla ricerca di un «ordine mitico», e quello di Sven Reichardt, il quale apporta nuove riflessioni a margine dello studio prasseologico del fenomeno fascista, le cui istanze e potenzialità sono riassunte in un saggio efficace nel rappresentare il tema in maniera sintetica ma esaustiva nonostante le complesse implicazioni teoriche affrontate. Sicuramente, come affermano i curatori, «le vecchie battaglie [storiografiche, ndr] sono state combattute e decise» a favore della nuova storia comparata dei fascismi; questo testo celebra sicuramente tale vittoria e si concentra pertanto più su un’autoriflessione e su una presentazione dei risultati ottenuti che non sulla sistematica ricerca di nuove prospettive; proprio in virtù di ciò esso costituisce quindi una discreta raccolta antologica di una corrente che anche attraverso tali pubblicazioni continua a mantenere vivo il dibattito.


NOTE


[1] La miglior ricostruzione in lingua italiana degli ultimi sviluppi della ricerca sul fascismo resta REICHARDT, Sven, «Cos’è successo al fascismo? Una rassegna della ricerca internazionale sul fascismo dopo il 1990», in Storiografia, 12, 2008, pp. 7-30.

[2] Cfr. il resoconto delle attività del convegno in questione: WOLF, Jana, «Tagungsbericht: Die faschistische Herausforderung. Netzwerke, Zukunftsverheißungen und Kulturen der Gewalt in Europa 1922 bis 1945», in H-Soz-Kult 4 October 2012. 

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THER, Philip, Die neue Ordnung auf dem alten Kontinent. Eine Geschichte des neoliberalen Europa. Frankfurt, Suhrkamp, 2014, 431 pp.
THER, Philip, Die neue Ordnung auf dem alten Kontinent. Eine Geschichte des neoliberalen Europa [Il nuovo ordine nel Vecchio Continente. Una storia dell’Europa neoliberale], Frankfurt, Suhrkamp, 2014, 431 pp.

La transizione dei paesi dell’ex-blocco socialista dall’economia pianificata a quella di mercato è stato fino ad ora ‒ per motivi se non altro cronologici ‒ un tema poco affrontato in ambito storiografico. Il grande interesse suscitato da «Il nuovo ordine sul vecchio continente» di Philip Ther non è tuttavia esclusivamente attribuibile alla definitiva storicizzazione del fenomeno. Il testo merita difatti attenzione soprattutto in relazione alla teoria ed al metodo fondanti la ricerca: attraverso un approccio eclettico e sintetizzante Ther riesce difatti a fondere istanze ‒ in apparenza divergenti ‒ in un unicum coerente e funzionale all’analisi dell’oggetto in questione. All’analisi economica si saldano così tanto la storia comparata quanto lo studio dei transfer (entrambi accompagnati da brevi riflessioni metodologiche a margine), così come l’indagine quantitativa dei dati macroeconomici viene affiancata all’analisi del discorso così da riprodurre l’evoluzione delle società in transizione, mentre il superamento dei contesti nazionali, necessità ricorrente in una trattazione di ampie prospettive, viene perseguito da Ther anche attraverso la comparazione di macroaree regionali, a loro volta rappresentate in un rapporto dialettico interno tra metropoli e territorio circostante. Inevitabile è il ricorso al dibattito d’origine politologica sulla trasformazione, nel quale Ther si inserisce attivamente in relazione al nucleo intepretativo del testo, secondo cui una «cotrasformazione» avrebbe avuto luogo non solo unidirezionalmente verso est ma procedendo anche in senso inverso e ripercuotendosi quindi sulle economie dell’Europa centro-occidentale. È peraltro proprio da questa prospettiva che Ther sviluppa la suggestiva ipotesi del «Sud come nuovo Est», stando alla quale le riforme prescritte a Grecia, Spagna, Italia e Portogallo dal manifestarsi dell’«eurocrisi» del 2010 presentino «somiglianze con la svolta liberale nell’Europa postcomunista». Lo studio di Ther è in definitiva il frutto di una notevole sincreticità teorico-interpretativa applicata ad un tema appena inseritosi nel dibattito storiografico: convincano o meno le tesi proposte, è da considerarsi un testo di riferimento per quanto riguarda la transizione post-socialista ed il processo di integrazione europeo.

 

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