ISSN: 2038-0925

Focus: la Ostpolitik di Willy Brandt

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Eredità più tangibile del suo cancellierato, la Ostpolitik di Brandt ebbe inizio prima ancora che il Partito socialdemocratico tedesco (SPD) si affermasse nelle elezioni del 1969. Durante tutto il lungo periodo di governo di Konrad Adenauer (1949-1963) i rapporti con il blocco orientale erano stati a dir poco problematici: se con l’Unione Sovietica le relazioni avevano conosciuto un certo sviluppo solo con la morte di Stalin (1953), seppur limitandosi quasi esclusivamente all’ambito economico, con la Repubblica Democratica Tedesca (RDT) i rapporti non erano mai di fatto stati avviati. Nel 1955 il varo della “dottrina Hallstein” – dal nome del Sottosegretario agli Esteri (1951-1958) Walter Hallstein – portò ad un’interruzione dei rapporti diplomatici con tutti i paesi che li avessero, parallelamente, intrattenuti con la RDT. L’idea alla base di questa linea d’azione era quella della “rappresentanza unica” della nazione tedesca: la Repubblica Federale Tedesca pretendeva di essere l’unico Stato a poter rivendicare il diritto di rappresentare la Nazione tedesca.

I segni di un’inversione di tendenza rispetto alla “dottrina Hallstein” si erano manifestati già durante gli anni dei governi di Große Koalition (1966-1969) tra CDU/CSU e SPD, durante i quali Brandt aveva svolto il ruolo di Vicecancelliere e ministro degli Esteri. Fu allora che, sottotraccia, vennero avviati i primi contatti fra Bonn e le diplomazie d’oltrecortina. Ma fu con la vittoria elettorale della SPD nelle elezioni del 1969 e con la formazione di una coalizione social-liberale che la Ostpolitik poté decollare: il dicastero degli Esteri, venne allora affidato al leader dei liberali Walter Scheel, che condivideva la linea di apertura dei socialdemocratici.

Manifesto della CDU per le elezioni del 1953, esemplificativo dell'orientamento dei cristianodemocratici sulla questione dei tedeschi rimasti fuori dai confini della RFT e dei rapporti con l'Est. L'immagine è accompagnata dal testo: 'Pensa a noi. Vota per noi: CDU'.Il 1970 si sarebbe rivelato un anno decisivo per la Ostpolitik: il 28 gennaio Bahr si recò a Mosca per accelerare le trattative con la diplomazia sovietica, finalizzate alla stipula di un trattato; l’intenso lavoro che si sarebbe sviluppato nei quattro mesi successivi sarebbe approdato in una visita ufficiale a Mosca e con la firma, il 12 agosto 1970, di un accordo importante (Trattato di Mosca). Ma durante quei mesi, Brandt e il suo staff misero a segno un vero e proprio coupe de theatre accettando di incontrare i vertici dello Stato tedesco orientale per un primo “vertice intertedesco”, che si sarebbe tenuto ad Erfurt (19 marzo 1970), nella RDT, e avrebbe portato ad un secondo incontro, questa volta nella RFT, a Kassel (21 maggio 1970). Contemporaneamente venivano portate avanti trattative diplomatiche anche con la Polonia e la Cecoslovacchia.

La premessa che animò le relazioni e i trattati che sarebbero stati stipulati era la rinuncia all’uso della forza (Gewaltverzicht) e il riconoscimento dei confini fissati a seguito del secondo conflitto mondiale. Parallelamente la politica perseguita dalla Germania Federale era quella di rimpatriare il maggior numero possibile dei tedeschi rimasti a vivere nei paesi del Patto di Varsavia.

La Ostpolitik brandtiana era però da molti vista come un tradimento perché “abbandonava” i tedeschi provenienti dai territori orientali, o meglio – riconoscendo l’ordine geopolitico determinatosi dopo la Seconda guerra mondiale – dimetteva di fatto ogni possibilità o suggestione di rivendicazione dei territori che erano da loro stati abitati in precedenza come la Pomerania o la Prussia orientale. Ma la Ostpolitik era vista come un tradimento anche e soprattutto perché riconosceva l’esistenza di un altro Stato tedesco, il che appariva come una rinuncia al progetto di ricomposizione dell’unità tedesca.

In realtà, come avrebbero dimostrato i fatti il 9 novembre 1989, il lungimirante progetto di riavvicinamento ai paesi del blocco orientale – la Wandel durch Annäherung, il “cambiamento attraverso l’avvicinamento” – conteneva in sé la chiave per la realizzazione della riunificazione tedesca.

Bibliografia

  • BERNARDINI, Giovanni, Nuova Germania, antichi timori. Stati Uniti, Ostpolitik e sicurezza europea, Bologna, Il Mulino, 2014.
  • BRANDT, Willy, Memorie, Milano, Garzanti, 1991.
  • COLLOTTI, Enzo, Storia delle due Germanie: 1945-1968, Torino, Einaudi, 1968.
  • COLLOTTI, Enzo, Dalle due Germanie alla Germania unita, Torino, Einaudi, 1992.
  • SELVA, Gustavo, Brandt e l’Ostpolitik, Bologna, Cappelli, 1974.
  • SURI, Jeremi, Ostpolitik as Domestic Containment: The Cultural Contradictions of the Cold War and the West German State Response DAVIS, Belinda, MAUSBACH, Wilfried, KLIMKE, Martin, MacDOUGALL, Carla (eds.), Changing the World, Changing Oneself: Political Protest and Collective Identities in West Germany and the U.S. in the 1960s and 1970s, New York, Berghahn Books, 2010, pp. 133-152.
  • WILKENS, Andreas, «Identità nazionale e identità europea della Germania nel pensiero e nell’azione di Willy Brandt», in Rivista di Studi Politici Internazionali, 68, 271, 3/2001, pp. 365-383.

Video

La Ostpolitik di Brandt

Un breve video divulgativo di History in Five che illustra i tratti salienti della Ostpolitik.

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