ISSN: 2038-0925

Sven Simon

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L’istinto

Quel che non può mancare al fotografo sportivo è l’istinto e il senso del tempo. Quando, qualche anno prima, aveva deciso di cambiare nome e di intraprendere una carriera dietro a una macchina fotografica, nutriva già la convinzione di possedere queste doti. Voleva prendere le distanze dalla carriera predisposta dal padre: non desiderava lavorare all’interno della casa editrice Springer – malgrado avesse ricoperto il ruolo di caporedattore del «Welt am Sonntag», uno degli innumerevoli giornali dell’impero del padre – e forse gli pesava troppo quel ruolo di erede designato. Aveva discusso con il padre a proposito anche per sposarsi con quella che sarebbe divenuta sua moglie, la modella Rosemarie. Non era tanto interessato alla carriera, quanto a ritagliarsi i propri spazi d’azione: fondò perciò una propria agenzia fotografica. E così, per prendere le distanze dal padre, per trovare quell’autonomia che cercava – a partire dal più elementare dei dati anagrafici – Axel Springer jr., si trasformò in Sven Simon. Come quell’Herbert Frahm divenuto Willy Brandt, anche se non per le stesse ragioni.
L’istinto e il senso del tempo: quelli che non gli erano mancati nel 1966 quando aveva catturato con uno scatto fotografico un’immagine iconica per la storia sportiva. Il capitano della squadra nazionale tedesca occidentale che esce a capo chino da Wembley, quasi sorretto da un poliziotto, dopo la sconfitta patita per mano degli inglesi.

Due prostrazioni diverse, lo stesso paese: Uwe Seeler a Londra, nel 1966, Willy Brandt a Varsavia, nel 1970. Disegno di Giulia Giaccaglia ©

Willy Brandt e Axel Springer

Ma dopo le foto sportive si era dedicato alla politica, al costume, alla società. Fotografare personaggi famosi era divenuta un abitudine: fra di essi anche Willy Brandt, che conosceva bene. A lungo, infatti, il padre aveva avuto a che fare con il borgomastro di Berlino, ora diventato cancelliere del paese. Questioni d’affari, ma anche questioni politiche. La Springer Verlag aveva deciso di puntare forte sulla città, arrivando sino a piazzare la propria sede sul confine, a ridosso del muro. E Brandt aveva sostenuto lo sforzo, come ogni sforzo per dare linfa a una città – Berlino ovest – in perenne stato d’assedio. Alla lunga, però, le visioni differenti fra i due non erano tardate ad emergere, in particolare proprio sul tema dei rapporti da tenere con i paesi dell’Est. Entrambi volevano la riunificazione, ma differivano sulle modalità con cui raggiungerla. Anche Bahr aveva provato a mediare, venendo a discutere con Axel Springer persino venendo a parlare nel rifugio degli Springer, l’isola di Sylt. L’inflessibile anticomunista Springer e il conciliatore Brandt. Ma il primo decise di dichiarare guerra al secondo utilizzando l’arma più potente che aveva in mano: i suoi giornali. «Die Welt», la «Berliner Tageszeitung», il «Morgenpost», ma soprattutto il più popolare dei tabloid scandalistici, la «Bild», criticarono Brandt e la sua linea politica.
L'evoluzione del rapporto fra Willy Brandt e Axel Springer. Disegno di Giulia Giaccaglia ©

Lo scatto

Quel giorno era a Varsavia, insieme a molti altri colleghi, convinti, come lui di fotografare un importante incontro diplomatico con l’immancabile contorno delle visite ai monumenti celebrativi. Invece avvenne qualcosa di più, un gesto che andava immortalato. Sven Simon, sul lato sinistro della scalinata riuscì a scattare alcune delle foto che nei giorni successivi avrebbero fatto il giro del mondo sulle principali testate. Trovò l’attimo e la posizione, come qualche anno prima con Seeler dopo la finale mondiale. Le foto – che in Polonia non vide quasi nessuno – nella Repubblica Federale furono causa di un vero e proprio piccolo terremoto. Il cancelliere in ginocchio sembrò troppo a molti tedeschi. Ma di tutto questo non poteva avere coscienza Simon quando scattava, anche se poteva immaginarlo…
La genuflessione di Varsavia: il gesto e il significato. Disegno di Giulia Giaccaglia ©

La foto non è del fotografo

La foto, dal momento in cui è visibile, non è più del fotografo. Disegno di Giulia Giaccaglia ©
Le foto erano la base di quel che venne definito «giornalismo ottico»: quello della Bild e degli altri tabloid, costruiti sulla suggestione dell’immagine. Questa, subito dopo lo scatto, non appartiene più a chi l’ha catturata. Ma c’erano anche i titoli e le didascalie a orientare – a traviare, così avrebbero detto i detrattori – i lettori. Simon sapeva troppo bene che il redattore avrebbe interpretato la sua foto non sarebbe più stata sua dopo lo scatto. E così sarebbe andata con i lettori, che ne avrebbero avuta una percezione ancora diversa. Nella foto di quell’uomo in ginocchio era racchiuso un significato che sarebbe stato colto in un secondo momento. La foto è autonoma. Può avere un padre, un autore, ma poi vive di vita propria. Ma lo scatto è solo un instante, tempismo e intuizione. L’interpretazione spetta ad altri…
Bibliografia essenziale

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