ISSN: 2038-0925

Willy Brandt

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Da Bonn per Berlino, passando per Mosca e Varsavia

Che il viaggio non sarebbe stato facile in fondo lo sapeva. Che non avrebbe seguito un percorso rettilineo, anche. Del resto bastava pensare che il tragitto per arrivare a Berlino (Est) comportava come tappe obbligate prima Mosca e poi Varsavia. Non esattamente un itinerario lineare.

A Mosca era necessario andare perché senza il consenso dei Sovietici nulla si sarebbe potuto muovere. E ci andò, in agosto, trovandosi persino di fronte a quell’apparente paradosso che è firmare un trattato sulla rinuncia all’uso della forza e per il riconoscimento dei confini in essere, avendo la mente proiettata alla necessità di commemorare, il giorno successivo, l’edificazione del muro che divideva in due Berlino.

E dopo Mosca, per andare a Berlino (Est), bisognava passare da Varsavia.
Andare a Varsavia significava ratificare lo status quo geopolitico. Era un’operazione necessaria, sosteneva Brandt, per pacificare il continente europeo. E anche per guardare alla riunificazione tedesca: passare per Varsavia per andare – metaforicamente – a Berlino Est.
Se la definizione dei confini rappresentava per i Sovietici una questione non secondaria, per i Polacchi era qualcosa di più: rappresentava la garanzia della sicurezza. Nero su bianco, qualsiasi rivendicazione tedesca su quelle terre passate di mano sarebbe svanita. Posen, Stettin, Danzig, Elbing, Breslau avrebbero perso per sempre la loro dimensione geografica e amministrativa per entrare eminentemente in quella storica.

Memoria e psicanalisi

Il Primo ministro Cyrankiewicz all’inizio dei colloqui parlò con Brandt della necessità per i due governi di sottoporsi a una sorta di cura psicoanalitica. Germania e Polonia erano i due pazienti che dovevano riportare alla coscienza ciò che non andava bene.

Willy Brandt, Josef Cyrankiewicz e la 'psicanalisi fra nazioni'.

In Polonia però avrebbe avuto a che fare con tutta le difficoltà derivanti da un paese che portava ancora i segni della violenza nazista. In cui il trauma, per restare alla psicanalisi, era ancora visibile. Varsavia portava ancora nelle proprie arterie viarie tutto il carico della distruzione operata dai tedeschi. Il centro storico distrutto, il ghetto raso al suolo: una ricostruzione iniziata dopo la guerra, ma che non aveva restituito tutto ciò che era andato perduto. Difficile pensare che tutto questo potesse essere superato.

La campagna elettorale del 1933 a Lubecca.

Disporsi all’ascolto, proprio come bravi psicoanalisti. Questo era ciò che avevano, pazientemente, fatto tutti gli uomini che avevano preparato questo trattato.
E alla fine si era giunti lì, alla firma di quel testo che segnava la normalizzazione dei rapporti e l’accettazione dei «risultati della storia».

Cyrankiewicz sentì il bisogno di rimarcare che l’uomo che stava firmando quel trattato «già all’inizio del dominio fascista si era reso conto della sciagura senza limite che da questo si sarebbe abbattuta sul popolo tedesco, sui popoli d’Europa, sulla pace nel mondo».
Se ne era reso conto così bene da decidere, nel 1933, di fronte alla vittoria nazista nelle elezioni, di abbandonare il paese.

Il tradimento

Non che non avesse provato a cambiare le cose: militante della SPD quando ancora non aveva raggiunto la maggiore età, trascorse gli anni successivi alla presa di potere di Hitler in Norvegia, non facendosi mancare neppure un’esperienza in quell’enorme prova generale del conflitto che fu la Guerra civile spagnola.

I suoi compatrioti li aveva rincontrati con indosso la divisa dell’esercito di un altro paese, la Norvegia, che lo aveva accolto e protetto nel suo esilio.

La cattura di Willy Brandt in Norvegia da parte dell'esercito tedesco.

Imprigionato, ma non riconosciuto, una volta rilasciato era fuggito in Svezia, nel timore che i nazisti si accorgessero dell’errore che avevano commesso. Quello che avevano lasciato andare non era un soldato norvegese, ma un tedesco. Un traditore, uno che aveva abbandonato la patria.

In Germania ci rientrò solo dopo la guerra, come giornalista, incaricato di seguire il processo di Norimberga. E sin da allora aveva affermato con forza la necessità, per i tedeschi, di assumersi le proprie responsabilità. E aveva dovuto convivere, di lì in avanti, con l’accusa – più o meno esplicita – di essere un traditore. Proprio lui che considerava un tradimento non prendere atto dello stato delle cose, continuando a far pensare ai tedeschi che fosse possibile rientrare in possesso dei territori orientali.

L’assunzione della responsabilità

La serrata agenda della sua visita polacca prevedeva una serie di tappe precise. Dopo essere passato a deporre una corona di fiori davanti al memoriale per i caduti polacchi, sarebbe stata la volta del monumento agli eroi del ghetto di Varsavia. Fu lì che avvenne. Quando si trovò di fronte a quel muro grigio, Herbert Frahm, l’uomo che era diventato Willy Brandt per mantenere la sua libertà e per combattere il nazismo, sentì il bisogno di esprimere ciò che sentiva.
Sapeva quel che in quel luogo era stato commesso meno di trent’anni prima e di essere, per via del suo ruolo, chiamato a farsi carico di ciò che era avvenuto. Davanti a un luogo, il ghetto, che non c’era più e di cui poteva solo intuire la passata presenza, fece quel che «fa l’uomo quando la parola viene a mancare». Si inginocchiò.

La genuflessione di Varsavia e la memoria del passato.

Bibliografia

  • BAHR, Egon, Zu meiner Zeit, München, Siedler / Goldmann, 1998.
  • BRANDT, Willy, Memorie, Milano, Garzanti, 1991.
  • BRANDT, Willy, La politica di un socialista: 1960-1975, Milano, Garzanti, 1979.
  • MARSHALL, Barbara, Willy Brandt: a political biography, Basingstoke, Macmillian, 1997.
  • SELVA, Gustavo, Brandt e l’Ostpolitik, Bologna, Cappelli, 1974.

Sitografia

In chiave musicale - Willy BrandtFocus storico - Willy Brandt

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