ISSN: 2038-0925

Focus: L’Associazione Nazionalista Italiana

Diacronie > La trama e l’ordito: l’impresa di Fiume > Giovanni Giuriati > Focus: L’Associazione Nazionalista Italiana

10-031 : 50203Il padre putativo del nazionalismo italiano è stato Enrico Corradini, autore di opere teatrali e romanziere. Rimasto scosso dalla sconfitta patita dalle truppe italiane ad Adua nel 1896, la sua attività letteraria assunse connotati sempre più politici, passando da una confusa deprecatio temporum a un progetto antidemocratico e antisocialista. Il movimento denominato nazionalismo ricevette impulso dalla pubblicazione, nel 1903, del giornale corradiniano «Il Regno». «Io e gli amici miei», vi scrisse il fondatore, «abbiamo un solo scopo: di essere una voce tra tutti coloro i quali si dolgono e si sdegnano per la viltà della presente ora nazionale».
Vissuti alcuni anni come tendenza, il nazionalismo sboccò nell’Associazione nazionalista italiana (ANI), sorta a Firenze nel 1910. Nel primo congresso venne approvato un ordine del giorno sul tema dell’irredentismo, in cui si dichiarava che «nazionalismo sano e fecondo era soltanto quello che mirava a difendere la nazionalità italiana delle provincie irredente», mentre la questione dei rapporti con le potenze straniere fu ricondotta nel perimetro di uno smaccato realismo politico, in nome dei soli interessi dell’Italia. Fu Alberto Musatti a ricordare l’importanza del quadro adriatico per le fortune della nazione, ponendo così sul tavolo dei dibattito un argomento che trovò ideale corollario nelle relazioni che peroravano la necessità di incrementare lo spirito bellico nostrano. Nel suo intervento Corradini teorizzò l’esistenza di due tipi di «sfruttamento di classe»: uno «semplice», perpetrato dalla borghesia ai danni del proletariato di ogni paese; e uno «composto», che prendeva forma, sullo scacchiere internazionale, nell’antitesi tra nazioni capitalistico-plutocratiche e nazioni proletarie. Idolo polemico per eccellenza dei membri dell’ANI era la massoneria, considerata simbolo del riformismo borghese, dell’umanitarismo cosmopolita inconciliabile con l’esigenza d’affermare la supremazia nazionale.
Durante l’appuntamento fiorentino, insomma, emersero tanto le future traiettorie quanto le presenti divisioni dei convenuti. Da una parte, Scipio Sighele e Gualtiero Castellini rimarcarono la matrice irredentista e risorgimentale dell’idea di nazione, dall’altra Luigi Federzoni e Francesco Coppola espressero la convinzione che lo Stato italiano dovesse emanciparsi da velleitari romanticismi e assurgere, finalmente, a grande potenza. I diverbi esplosero da lì a poco sulle pagine de «L’Idea nazionale», con Sighele quale rappresentante dei nazionalisti democratici e, sulla barricata opposta, Coppola, che equiparò democrazia e socialismo, visti alla stregua di fattori degenerati insieme a individualismo, anticlericalismo, internazionalismo e pacifismo.
Già nel 1912, a guerra di Libia appena conclusa, nel cui contesto si verificò il transito dalla fase letteraria a quella prettamente politica dell’ANI, vennero meglio definiti i termini-cardine su cui essa poggiava: l’avversione alla democrazia fece tutt’uno con il caposaldo irrinunciabile dell’espansionismo, così da superare, in una più ampia visione, il limitato problema irredentista, sebbene mai ripudiato. Anzi, secondo Corradini l’irredentismo avrebbe dovuto costituire il trampolino di lancio dell’imperialismo. Nello stesso anno Sighele abbandonò l’ANI, giudicandola una copia dell’Action Française, da cui avrebbe ereditato i tratti peggiori: xenofobia e antisemitismo. Pure Giovanni Giuriati, molto vicino a Sighele, lasciò l’ANI.
Lo scoppio della guerra trovò i nazionalisti italiani unanimi nella volontà di parteciparvi, quantunque per ragioni parzialmente dissimili, se non altro perché forte era stato, fra i loro ranghi, un filotriplicismo che si richiamava ai principi d’ordine e disciplina inscindibili dallo Stato inteso in senso organicistico. Ad animare l’interventismo furono tanto Corradini, che, inizialmente favorevole all’entrata in guerra a fianco della Triplice, optò poi per l’Intesa, quanto D’Annunzio, aderente all’ANI sin dal 1910. Mentre Federzoni ribadì il dovere di non recidere i legami con la Germania, vi fu chi non pose pregiudiziali di sorta in merito ad eventuali alleanze. Fra questi Alfredo Rocco, che riuscì a fornire al nazionalismo una patente d’affidabilità al cospetto delle frange conservatrici del paese, deluse e irritate dalla politica giolittiana. Comune a tutti fu il desiderio di dare battaglia, allo scopo di tracciare ex novo il profilo del paese sui piani interno ed esterno, in prospettiva della sua crescita industriale.

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Contestualmente, alla guerra venne attribuita la funzione d’imprimere una torsione autoritaria allo Stato, unica via per rispondere alle sfide del mondo moderno. Se Corradini non indossò mai la divisa, partirono volontari, facendosi “interventisti intervenuti”, Coppola, Federzoni, Maurizio Maraviglia, Roberto Forges Davanzati. La tragedia bellica non ne mutò le visioni e le interpretazioni, a differenza di quanti nel paese compresero, e furono i più, la distanza fra guerra idealizzata e guerra guerreggiata. Terminato il conflitto, l’ANI guardò con simpatia ai propositi eversivi dannunziani. Coppola e Rocco fecero spesso la spola tra la penisola e la Fiume occupata dai legionari, arrivando a proporre al vate di marciare su Trieste. A differenza dell’ambiguo Mussolini, l’associazione al completo si schierò senza tentennamenti con D’Annunzio.
Alla sezione nazionalista fiumana era iscritto Iti Baccich, spesosi per la buona riuscita dell’impresa. Federzoni prese alla Camera le difese del poeta soldato e puntò il dito contro l’attitudine rinunciataria del governo. L’idillo s’incrinò nel novembre 1919, quando la sezione ANI di Fiume disapprovò il rifiuto di D’Annunzio di accettare il modus vivendi. Giuriati, capo gabinetto del “comandante”, lasciò la carica, assunta dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Non ultimo motivo di frizione fu il programma sociale da adottare nella città di vita, che alcuni seguaci del vate, saliti alla ribalta in seguito all’avvicendamento fra Giuriati e De Ambris, intesero, in modo assai diverso dai nazionalisti, in chiave progressista e sinistrorsa. Il corporativismo contenuto nella Carta del Carnaro del settembre 1920 era in grado, potenzialmente, di appianare le divergenze fra nazionalisti e legionari rivoluzionari, ma la situazione rimase opaca. Il mese successivo Corradini fu insignito della medaglia di Ronchi, riconoscimento istituito da D’Annunzio appositamente per i benemeriti della causa quarnerina.
Conclusa l’impresa dannunziana, gli “azzurri”, come i nazionalisti erano detti dal colore delle camicie dei militanti, non smisero di attaccare il governo, contestandone la gestione dell’affare di Fiume. Qui, nell’aprile 1921, i blocchi nazionali che chiedevano l’annessione all’Italia furono sconfitti dal Movimento autonomista di Riccardo Zanella, deciso a mantenere l’indipendenza. Azzurri e neri organizzarono manifestazioni di protesta, fin quando, il 5 marzo 1922, il Comitato di difesa nazionale, composto da nazionalisti, fascisti ed ex legionari, rovesciò il governo zanelliano con un golpe orchestrato da Francesco Giunta. Il Comitato nominò commissario straordinario Giuriati, che rinunciò all’incarico dopo pochi giorni.
Il fascismo aveva intaccato il monopolio del patriottismo radicale detenuto dai nazionalisti, proponendosi come forza emergente e partito di consenso. I termini della fusione dell’ANI nel PNF fu affidata, nel gennaio 1923, a una commissione nominata e presieduta da Mussolini, formata da sette fascisti, fra cui Giuriati, e tre nazionalisti. Il 31 la commissione deliberò il successo dell’operazione. A raggiungere l’accordo furono Corradini e Giuriati. L’ANI a quel punto cessò di esistere, non però gli striscianti contrasti fra nazionalisti e fascisti.

Bibliografia

  • BATTENTE, Saverio, Il nazionalismo italiano e la Grande guerra, in NEGLIE, Pietro, UNGARI, Andrea (a cura di), La Guerra di Cadorna 1915-1917, Atti del Convegno Trieste-Gorizia, 2-4 Novembre 2016, Roma, Ufficio storico SME, 2018, pp. 141-155.
  • FONZO, Erminio, Storia dell’Associazione Nazionalista Italiana (1910-1923), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2017.
  • GAETA, Franco, Il nazionalismo italiano, Roma-Bari, Laterza, 1981.
  • PERFETTI, Francesco, Il nazionalismo italiano dalle origini alla fusione col fascismo, Bologna, Cappelli, 1977.

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