ISSN: 2038-0925

ControVersa: STORICISMO / LINGUISTIC TURN

di Luca Zuccolo

Controversa - Storicismo e linguistic turn

Storiografia: la narrazione della storia e il Linguistic Turn

Il problema posto dalla scrittura della storia ha interessato gli storici fin dall’età antica – si pensi alla differente interpretazione data alla scrittura storica da Erodoto e da Tucidide – e si è protratta fino ad oggi.

Durante il medioevo e l’età moderna, infatti, la scrittura della storia ha subito numerose modificazioni in relazione all’evoluzione delle società e dei poteri che di volta in volta hanno scritto o prodotto la storia. I generi storiografici sono aumentati e si sono specializzati, arricchendo le cronache e le agiografie di nuovi particolari genealogici, sociali, economici e soprattutto politici in grado di rappresentare la “realtà” o le aspettative dell’epoca. La riscoperta dei testi greci durante il Rinascimento ha ulteriormente modificato l’interpretazione della Storia e della storiografia, iniziando il lento cammino che ha visto, durante il XIX secolo, il raggiungimento dell’indipendenza di questa disciplina dalla filosofia.

L’Ottocento, che si può considerare l’età dell’oro della storiografia grazie alle opere di grandi storici quali Ranke, Mommsen, Niebur, Burkhardt e altri, ha posto le basi per la moderna storiografia, imponendo alla storia, non solo un rigore metodologico prima sconosciuto, ma anche un ruolo autonomo e istituzionale mai così definito.

Con il XX secolo, l’impostazione rigida e fortemente ideologica imposta dagli storici ottocenteschi viene a più riprese messa in discussione a cominciare dalla teorizzazione e dalla pubblicazioni degli Annales. La rivista francese edita da Marc Bloch, Fernand Braudel e Lucien Febvre, a partire dagli anni Venti, modificò non solo l’approccio alla materia storica e ai soggetti storici, ma soprattutto impose una nuova metodologia storiografica e nuovi temi di indagine storica, i quali, spesso in contrasto con la storia politico-militare dominante nell’Ottocento, iniziarono a porre al centro dell’analisi storiografica l’uomo, la cultura e la società.

La svolta e il dibattito più acceso sulla storiografia e sul suo stato di scienza, si sviluppò durante gli anni Settanta, a seguito della pubblicazione da parte di Hayden White di Metahistory [1] il suo testo più importante e il saggio che ha dato il la a quello che sarà poi definito “linguistic turn” [2].

La tesi di White, elaborata in opposizione a una certa storiografia del suo tempo, eccessivamente accademica e ideologizzata, afferma che la storia non può essere intesa come scienza al pari delle scienze naturali e che la narrazione storica non ha nulla di diverso rispetto alla narrazione letteraria. In altre parole, per Hayden White non vi sarebbe distinzione tra realtà e fiction. O meglio: entrambe si scriverebbero secondo dei tropi letterari simili. La teoria dei tropi, senza dubbio la tesi attorno a cui maggiormente si svilupparono le polemiche successive, stabilisce, infatti, quattro modalità di scrittura storica che risultano degli a priori per interpretare la realtà. Hayden White interpreta, quindi, la storiografia da un punto di vista eminentemente letterario, senza chiedersi cosa questa sia veramente.

White indaga esclusivamente la forma della scrittura storiografica, perdendo così di vista il nucleo della scienza storica, ovvero l’indagine – tramite problematizzazione – dell’uomo e della società, le quali variano costantemente al mutare di tempo e spazio. Insistendo sulla forma dei testi storiografici piuttosto che sul loro contenuto, White elabora una teoria che vede la storia e la storiografia come due prodotti eminentemente soggettivi e identici a qualsiasi opera letteraria. Questo però si presenta come una conclusione decisamente teleologica; per White l’indagine storica non è frutto di una metodologia scientifica di analisi e interpretazione espressa attraverso degli apparati meta-testuali (come note, bibliografia, indici, mappe, ecc.), ma è semplicemente il risultato dell’utilizzo di forme linguistiche predeterminate.

Il dibattito scaturito dopo la pubblicazione di Metahistory è stato molto acceso e per certi aspetti non è ancora terminato. Nel giro di un trentennio si sono susseguite numerose posizioni sia a favore che contro le tesi di White, ma più spesso si è cercato di mediare tra la dura critica alla storiografia inseritasi nel solco del saggio di White e dei suoi lavori successivi e le nuove possibilità analitiche e metodologiche proposte dal “linguistic turn”.

Si cercherà di offrire un panorama di questo dibattito individuando, non solo i due campi maggiormente coinvolti nello scontro, ma soprattutto le ricadute positive che la teoria di White ha avuto nel successivo sviluppo storico degli ultimi trent’anni.

Per ciò che concerne la corrente favorevole alla tesi di White si deve ricordare il saggio di Hans Kellner, A Bedrock of Order: Hayden White’s Linguistic Humanism [3], pubblicato nella rivista «History and Theory» nel 1980. In questo saggio l’autore, oltre ad apprezzare le tesi whitiane, inserisce l’autore di Metahistory nel suo backgroud socio-culturale, ovvero lo lega al pensiero nietzschiano, vichiano e filosofico degli anni Sessanta e Settanta, sostenendo come le tesi di White siano il culmine di quel processo di svolta linguistica che da anni interessava i pensatori e i filosofi europei. Altrettanto favorevole al lavoro di White, sebbene non del tutto, si dimostra Philip Pomper [4], il quale nello stesso numero di «History and Theory» con il suo articolo, si schiera a favore del sistema elaborato da Hayden White, sostenendo come questi avesse elaborato il miglior sistema tipologico per decodificare i prodotti culturali complessi [5].

I detrattori di Hayden White, al contrario, hanno attaccato le sue tesi soprattutto sul versante della non scientificità della storia. Tra questi va annoverato Eugene Golob [6], il quale sostiene e difende l’autonomia della scienza storica e la scientificità del metodo storiografico. Su una linea interpretativa molto simile si pone anche Nancy Streuver [7], la quale difende la storia in quanto disciplina autonoma e si scontra con la pretesa di White di ridurre la narrazione storica a semplice retorica poetica [8]. Altrettanto contrario alla tesi di White sulla storia è John Nelson, il quale si scaglia contro White proponendo alcune ipotesi in grado di superare la teoria di Metahistory. L’interesse del saggio di Nelson, nondimeno, sta nella pretesa di ripensare la storia, in modo da proporne una definizione più accurata [9].

Infine, tra i detrattori del lavoro di Hayden White troviamo Maurice Mandelbaum, che contesta a White non solo il suo formalismo e l’utilizzo di strutture narrative come a priori, ma soprattutto la sovrapposizione del pensiero filosofico a quello storiografico, che rischia di confondere il ruolo tra storici e filosofi della storia. La sovrapposizione delle figure di filosofi e storici operata da White, secondo Mandelbaum infatti, porta a confondere due metodologie di indagine separate e con obiettivi molto lontani tra loro. Inoltre la selezione di alcune figure chiave nell’ambito storico e in quello filosofico presente in Metahistory, è interpretata da Mandelbaum come una forzatura operata da White, finalizzata a fornire una dimostrazione ottimale alla sua tesi [10].

Al di là della semplice disputa teorica, tuttavia, la tesi di White e i suoi sviluppi hanno aperto nuove e prolifiche vie di indagine storica; hanno sviluppato nuove modalità di fare storia concentrandosi su temi fino ad allora poco considerati, come la storia di genere o la memorialistica. La svolta linguistica ha avuto riflessi in campo storiografico ponendo in discussione i paradigmi preesistenti: il marxismo, la modernizzazione, la scuola degli Annales e, limitatamente agli Stati Uniti, la “politica identitaria” [11]. Una panoramica degli sviluppi storiografici post-moderni e post-“linguistic turn” ci viene proposta innanzitutto da Stefan Berger, sulla rivista «Diogène» [12]. L’autore, in un interessante saggio, descrive, dopo una breve analisi dei benefici del “linguistic turn”, le ricadute che questa svolta ha avuto sulla storiografia, sostenendo come molti nuovi generi e metodologie storiografiche siano emerse negli ultimi trent’anni proprio grazie alla svolta linguistica. Tra i principali si ricordano la storia di genere e culturale, la global history, la storia comparata e l’interdisciplinarietà. Interessante è anche la conclusione di questo saggio, che presuppone per il XXI secolo un nuovo eclettismo nella scrittura storica e una nuova svolta decisiva: il Tournant Visuel [13].

A questa panoramica vanno associate quella proposta per il contesto americano da James Hoopes e Stephen Collins, e anche quella relativa al panorama tedesco di Geoff Eley. Più settoriali ma altrettanto interessanti sono le analisi degli influssi sulla storia intellettuale e sulla storia sociale proposte da John Toews, Miguel Cabrera e James Vernon.

Bibliografia essenziale

Bibliografia essenziale

  • BERGER, Stefan, «Écrire le Passé dans le Présent : un Regard Anglo-Saxon sur l’Histoire», in Diogène, 229-230, 1/2010, pp. 6-29.
  • BEVIR, Mark, «The Errors of Linguistic Contextualism», in History and Theory, 31, 3/1992, pp. 276-298.
  • CABRERA, Miguel A., MCMAHON, Marie, «Linguistic Approach or Return to Subjectivism? In Search of an Alternative to Social History», in Social History, 24, 1/1999, pp. 74-89.
  • CANTIMORI, Delio, Storici e Storia, Torino, Einaudi, 1971.
  • CORTELLA, Lucio, Dal soggetto al linguaggio. Un percorso nella filosofia contemporanea, Venezia, Libreria Editrice Cafoscarina, 2012.
  • ELEY, Geoff, «Problems with Culture: German History after the Linguistic Turn», in Central European History, 31, 3/1998, pp. 197-227.
  • GOLOB, Eugene O., «The Irony of Nihilism» in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 55-65.
  • HOOPES, James, COLLINS Stephen L., «Anthony Giddens and Charles Sanders Peirce: History, and a Way Out of the Linguistic Cul-de-Sac», in Journal of the History of Ideas, 56, 4/1995, pp. 625-650.
  • KELLNER, Hans, «A Bedrock of Order: Hayden White’s Linguistic Humanism», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 1-29.
  • MANDELBAUM, Maurice, «The Presupposition of Metahistory», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 39-54.
  • MOMIGLIANO, Arnaldo, Problemes d’Historiographie Ancienne et Moderne, Paris, Gallimard, 1983.
  • NELSON, John S., «Tropal History and the Social Sciences: Reflection on Struever’s Remarks», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 80-101.
  • POMPER, Philip, «Typologies and Cycles in Intellectual History», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 30-38.
  • STRUEVER, Nancy S., «Topics in History», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 66-79.
  • TOEWS, John E., «Intellectual History after the Linguistic Turn: The Autonomy of meaning and the Irreducibility of Experience», in The American Historical Review, 92, 4/1987, pp. 879-907.
  • VERNON, James, «Who’s Afraid of the ‘Linguistic Turn’? The Policies of Social History and Its Discontents», in Social History, 19, 1/1994, pp. 81-97.
  • WHITE, Hayden, «The Burden of History», in History and Theory, 5, 2/1966, pp. 111-134.
  • WHITE, Hayden, «The Question of Narrative in Contemporary Historical Theory», in History and Theory, 23, 1/1984, pp. 1-33.
  • WHITE, Hayden, Forme di Storia, Dalla Realtà alla Narrazione, Roma, Carocci, 2006.
  • WHITE, Hayden, Metahistory, The Historical Imagination in Nineteenth Century Europe, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1975.

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NOTE


[1] WHITE, Hayden, Metahistory, The Historical Imagination in Nineteenth Century Europe, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1975. ↑

[2] L’opera di White si inserisce nel più ampio filone filosofico della svolta linguistica che ha interessato il pensiero filosofico occidentale dalla fine del XIX secolo raggiungendo il suo apice proprio negli anni Sessanta e Settanta, quando si compì il definitivo passaggio dal soggetto al linguaggio quale fulcro della teorizzazione filosofica nell’indagine della realtà. Si veda a questo proposito, CORTELLA, Lucio, Dal soggetto al linguaggio. Un percorso nella filosofia contemporanea, Venezia, Libreria Editrice Cafoscarina, 2012. ↑

[3] KELLNER, Hans, «A Bedrock of Order: Hayden White’s Linguistic Humanism», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 1-29. ↑

[4] POMPER, Philip, «Typologies and Cycles in Intellectual History», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 30-38. ↑

[5] POMPER, Philip, op. cit., p. 30. ↑

[6] GOLOB, Eugene O., «The Irony of Nihilism», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 55-65. ↑

[7] STRUEVER, Nancy S., «Topics in History», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 66-79. ↑

[8] STRUEVER, Nancy S., op. cit., pp. 67, 74. ↑

[9] NELSON, John S., «Tropal History and the Social Sciences: Reflection on Struever’s Remarks», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 80-101. ↑

[10] MANDELBAUM, Maurice, «The Presupposition of Metahistory», in History and Theory : Metahistory: Six Critiques, 19, 4/1980, pp. 39-54. ↑

[11] HUNT, Lynn, La storia culturale nell’età globale, Pisa, ETS, 2010, p. 11 et seq. ↑

[12] BERGER, Stefan, «Écrire le Passé dans le Présent : un Regard Anglo-Saxon sur l’Histoire», in Diogène, 229-230, 1/2010, pp. 6-29. ↑

[13] Sui visual studies in Italia, si veda TOMASSINI, Luigi, «Una “dialettica ferma”? Storici e fotografia in Italia fra linguistic turn e visual studies», in Memoria e Ricerca, 40, 2/2012, pp. 93-110. ↑

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Linguistica e storia. Un incontro tra discipline

Seminario del Centro di Studi Culturali. Intervengono Pietro Trifone (Università di Roma Tor Vergata), Michele Cortellazzo (Università di Padova), Erasmo Leso (Università di Verona), Francesca Socrate (Università di Roma La Sapienza); introduce Carlotta Sorba (Università di Padova)

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