ISSN: 2038-0925

ControVersa: INCIDENTE DI NANCHINO / MASSACRO DI NANCHINO IN GIAPPONE

di Jacopo Bassi

Si ringrazia Sonia Favi per l’attenta rilettura e per la consulenza storiografica

Una questione storica, ma anche politica

La questione della definizione di quel che avvenne a Nanchino dopo la caduta della città nelle mani dell’esercito giapponese è oggetto di un dibattito vasto e acceso, che si è esteso ben oltre i confini nipponici. In Giappone ha però dato luogo a un confronto fra approcci nazionalisti (che oscillano dalle posizioni più o meno convintamente revisioniste al negazionismo) e prospettive più inclini a valutare criticamente l’operato dell’esercito imperiale giapponese in Cina mettendo in luce anche i crimini commessi nei confronti dei civili. La questione travalicò sin da subito i confini dell’ambito storiografico andando a toccare direttamente la vita politica del paese: nel periodo bellico, in un contesto in cui l’ideologia di regime si fondava sull’idea che l’Imperatore, in quanto “padre sacro” della nazione, fosse il fulcro del kokutai (spirito nazionale), mettere in discussione le scelte imperiali e le istituzioni che se ne facevano portavoce appariva, infatti, come un attacco alla nazione stessa; e anche dopo l’Occupazione Alleata, durante la quale l’Imperatore, pur perdendo le sue prerogative politiche, non venne destituito, tale retorica, pur in forma più moderata, continuò a ispirare il revisionismo di molti conservatori.

La nascita di una lunga disputa storiografica

Il 13 dicembre 1937, l’esercito giapponese attaccò e prese possesso di quella che allora era la capitale cinese, Nanchino: quello che avvenne nelle settimane e nei mesi successivi divenne causa di un tempestoso dibattito. Il processo di Tokyo, istituito dalle potenze vincitrici nel 1946 per giudicare i crimini di guerra nipponici riconobbe – sulla base di stime successive ai giorni dell’occupazione – come il comportamento delle truppe giapponesi durante la presa di Nanchino e nei giorni seguenti avesse causato più di 200.000 vittime fra i civili e i prigionieri di guerra giapponesi [1]. La questione della determinazione dell’entità dell’eccidio si sarebbe presto rivelata cruciale. Negli anni immediatamente successivi la storiografia nipponica – compresa la manualistica scolastica – riconobbe come la guerra condotta contro la Cina, come era stato stabilito nel processo, avesse tutti i caratteri di una guerra d’aggressione. Ma già negli anni Cinquanta e Sessanta Nanchino – e la sua pesante eredità storica – scomparvero da molti libri di testo, anche sulla scorta della direzione politica conservatrice intrapresa dal paese (guidato dal Partito Liberal-Democratico dal 1955). La graduale stretta imposta dalla politica divenne sempre più tangibile. Lo storico Ienaga Saburō (1913-2002) fu vittima della censura a più riprese del suo libro di testo per le scuole superiori, basato sul suo manuale, Shin Nihon shi [Nuova storia giapponese [2], che incappò nelle maglie della censura nel 1952, nel 1955, nel 1956 e nel 1957. Tra i passaggi contestati dal ministero dell’Educazione (responsabile dell’approvazione dei manuali) risultava anche la descrizione degli eventi di Nanchino. Ienaga avviò nel 1965 una serie cause – trascinatesi sino alla fine degli anni Ottanta – con cui domandava una compensazione per il danno psicologico derivante dalle censure subite; il tribunale riconobbe infine il diritto ad un risarcimento, ma non – come richiesto dallo storico – l’incostituzionalità dell’attività censoria del ministero. La battaglia di Saburō fu all’origine di quella che in Giappone è nota come “controversia sui libri di testo”: assieme a lui, altri storici e insegnanti ritennero che per il paese fosse essenziale confrontarsi con il proprio passato – per quanto scomodo – perché questo avrebbe influenzato anche il rapporto futuro con le altre nazioni asiatiche. Al centro della critica vi era il ruolo del governo nel “certificare” i libri di testo, bocciando quelli non conformi alla prospettiva politica governativa [3]. Sulla scia di tali scontri, le posizioni storiografiche si polarizzarono: il revisionismo, approfittando del clima favorevole acquisì uno spazio crescente, e anche in reazione a ciò, intorno alla metà degli anni Sessanta iniziò a svilupparsi un filone di studi intenzionato a indagare le responsabilità giapponesi nella perpetuazione di crimini contro prigionieri di guerra e i civili cinesi di Nanchino, diretto a frenare la deriva revisionista e negazionista. Lo storico Tomio Hora iniziò nel 1966 una serie di ricerche sul campo in Cina per documentare quanto avvenuto: queste produssero una serie di lavori il cui coronamento fu rappresentato dalla denuncia l’operazione revisionista in corso con la vicenda dell’eccidio di Nanchino [4] . Il giornalista Honda Katsuichi aveva parallelamente iniziato nel 1971 la pubblicazione di una serie di articoli sullo stesso argomento sul quotidiano «Asahi Shinbun», rompendo il tabù che impediva di parlare apertamente sulla stampa nipponica del massacro di Nanchino: queste sarebbero successivamente confluite nel libro Chugoku no tabi [Viaggi in Cina] [5]. Tra gli episodi trattati uno in particolare – quello della gara delle cento teste [6]– fu occasione di un nuovo, agguerrito, scontro dialettico fra Honda e Hora da un lato, e alcuni tra i principali esponenti del negazionismo. Tra questi figurava anche Akio Imai – vero nome di Akira Suzuki – giornalista e caporedattore di «Chōsa Jōhō», che pubblicò Nankin Daigyakusatsu No Maboroshi [L’illusione del massacro di Nanchino] [7], un testo che sarebbe divenuto un caposaldo del negazionismo. Un altro sostenitore della “tesi dell’illusione” fu Tanaka Masaaki che sostenne l’idea di una costruzione ad arte del massacro di Nanchino [8] basandosi sul materiale memorialistico del generale Matsui Iwane: come si sarebbe scoperto l’anno successivo, tuttavia i diari erano stati oggetto di una manipolazione proprio dallo stesso Masaaki. Ad arginare temporaneamente le voci dei negazionisti fu anche la nascita, nel 1984, di un gruppo di studio sul massacro di Nanchino, il Nankin Jiken Chosakai.

Sul finire degli anni Ottanta, però, il mondo politico agitò nuovamente il dibattito storiografico: Okuno Seisuki, più volte ministro (anche della Giustizia e dell’Educazione) fu costretto a dimettersi nella primavera del 1988 proprio per avere rilasciato dichiarazioni durante una visita al mausoleo di guerra di Yasukuni a Tokio tese a negare la natura aggressiva della politica nipponica, costretta ad attaccare per via dell’imperialismo delle potenze occidentali in Asia; del resto solo due anni prima un altro ministro dell’Educazione, Fujio Masayuki, sulle colonne del mensile «Bungeishunjū», aveva definito gli eventi di Nanchino come «solo una parte della guerra», affermando poi come il computo delle cifre delle vittime fosse esagerato, giungendo sino a definire il tribunale internazionale di Tokio come lo strumento per una «vendetta razziale» da parte delle potenze occidentali, intenzionate a depotenziare il Giappone [9].

Tokyo, Washington e Pechino

L’uscita del libro della giornalista americana di origine cinese Iris Chang – che negli Stati Uniti divenne un vero best seller – rinfocolò nuovamente le polemiche in Giappone [10]. Il revisionismo – e persino il negazionismo – intorno a quanto accaduto non erano scemati neppure negli anni Novanta: questo tipo di argomentazioni faceva leva su affermazioni simili a quelle di Seisuki: la guerra contro alla Cina sarebbe stata in realtà da interpretare come una necessità difensiva di fronte all’imperialismo occidentale e per questa ragione era possibile sottacere o persino a negare i crimini di guerra nipponici. Masaaki stesso nel suo libro del 1984 aveva attribuito le responsabilità della guerra sino-nipponica al governo cinese. Il libro della Chang – che costituiva un atto di accusa nei confronti del negazionismo – e che ebbe una vasta eco anche a livello mondiale, suscitò una nuova ondata di controrisposte. Nel 1998 lo storico Shudo Higanashinakano reagì all’uscita del libro della Chang pubblicando un volume che denunciava tutta una serie di errori fattuali (corretti nella seconda edizione di The Rape of Nanking): il testo, successivamente tradotto in inglese [11], che giungeva addirittura a supporre che la questione di Nanchino fosse stata riaperta (ed enfatizzata) volontariamente dal governo comunista cinese per mettere in crisi l’alleanza fra Giappone e Stati Uniti. Nello stesso anno appariva anche un nuovo libro di Masaaki [12] (Storia e mito nella coscienza romena), monografia pubblicata da Boia per Humanitas e per Central European University Press, è stata più volte ristampata nel corso dei decenni – segno che un linguaggio semplice e un approccio non conforme anche rispetto a temi “classici” come la nazione siano strumenti vincenti nei confronti del pubblico non specialistico.

Il manuale al quale si fa riferimento, diretto nel 1999 dal giovane storico transilvano Sorin Mitu (oggi professore all’Università Babeş-Bolyai di Cluj-Napoca) per la casa editrice Sigma e destinato a divenire uno dei manuali facoltativi per il corso di storia della dodicesima classe, fu oggetto di un attacco senza precedenti da parte dei media [13] che, oltre a contestare il volume della Chang sulla scorta più o meno delle stesse argomentazioni, dedicava un capitolo all’analisi delle fotografie presentate dall’autrice come documentazione iconografica delle atrocità nipponiche, per dimostrarne la falsificazione e l’errata attribuzione. Un altro campione del conservatorismo, Nobukatsu Fujioka – specialista delle scienze dell’educazione –, non nuovo a posizioni oltranziste ritenne di dover rispondere al libro della Chang [14]: negò persino i casi di stupro [15], da lui definiti come rapporti con “donne di conforto”, ribadendo come a Nanchino fossero state uccise molte meno persone di quelle indicate dai cinesi [16]. Queste letture storiografiche – a cui Iris Chang aveva dedicato il decimo capitolo definendole un «secondo stupro» di Nanchino – hanno condotto ad aspre manifestazioni in Cina, come quella che nel 2005 ha scatenato molte migliaia di cittadini cinesi nelle principali città del paese.

Una questione di cifre?

A fianco delle visioni apertamente negazioniste, si trovano una serie di storici che ritengono le cifre fissate in ambito internazionale (e rivendicate oggi dalle autorità cinesi) come esagerate. Lo storico Ikuhiko Hata, considerato il massimo esponente di una scuola centrista, pur non negando l’esistenza dell’evento, ha stimato le vittime in un numero non superiore a 40.000 [18]. Stime superiori sono state proposte da Tokushi Kasahara, che avvalora l’idea di una cifra compresa fra 100.000 e 200.000 persone. La questione delle dimensioni dell’eccidio viene però evocata anche da autori come Higashinakano come una delle ragioni incontrovertibili per denunciare la manipolazione dei dati riguardanti gli eventi di Nanchino. Premettendo che anche le stime più alte non accreditano un numero di abitanti superiori al mezzo milione nella capitale cinese, Hagashinakano ha infatti sostenuto che:

[…] 20 days before and immediately prior to the fall of Nanking, the city’s population was 200,000, according to Europeans and Americans who were there at the time. Eight days after the fall and on Christmas Eve, it was still 200,000. No one indicated a vast decrease in population due to mass slaughter. Confronted by these facts, how can anyone claim that 300,000 noncombatants were murdered in Nanking [18]?

.


NOTE


[1] «Estimates made at a later date indicate that the total number of civilians and prisoners of war ordered in Nanking and its vicinity during the first six weeks of the Japanese occupation was over 200,000. That these estimates are not exaggerated is borne out by the fact that burial societies and other organizations counted more than 155,000 bodies which they buried. They also reported that most of those were bound with their hands tied behind their backs. These figures do not take into account those persons whose bodies were destroyed by burning or by throwing them into the Yangtze fiver or otherwise disposed of by Japanese». PRITCHARD, John R., MAGBANUA ZAIDE, Sonia et al., International Military Tribunal for the Far East – Judgment of 4 November 1948, vol. 22, New York – London, Garland – London School of Economics and Political Science, 1981, p. 49608; il testo è disponibile anche all’indirizzo, URL: < https://www.legal-tools.org/doc/8bef6f/pdf/ > [consultato il 13 aprile 2019]. Il totale stimato dal Tribunale per i crimini di guerra di Nanchino, istituito dal governo nazionalista della Repubblica di Cina superava invece i 300.000, come viene oggi riportato anche sul memoriale del massacro di Nanchino.

[2] IENAGA, Saburō, Shin Nihon shi [Nuova storia giapponese], Tokyo, Fuzanbō, 1947.

[3] YOSHIKO, Nozaki, War Memory, Nationalism and Education in Postwar Japan: The Japanese History Textbook Controversy and Ienaga Saburo’s Court Challenges, Abingdon, Routledge, 2008.

[4] HORA, Tomio, Nankin Jiken [I fatti di Nanchino], Tokyo, Shin Jinbutsu Or̄aisha, 1972.

[5] HONDA, Katsuichi, Chugoku no tabi [Viaggi in Cina], Chugoku no tabi, Tokyo, Asahi Shinbunsha, 1995.

[6] Durante i giorni della presa di Nanchino due ufficiali militari giapponesi – come riportato da un quotidiano di Tokyo – si lanciarono una macabra sfida: riuscire il più velocemente possibile a tagliare cento teste di prigionieri cinesi. Sul tema e sul vasto dibattito che produsse, si veda: SUZUKI, Chieko, «The Hundred Head Contest: Reassessing the Nanjing Massacre», in The Asia-Pacific Journal, 2, 2/2004, pp. 1-5.

[7] SUZUKI, Akira, Nankin Daigyakusatsu No Maboroshi [L’illusione del massacro di Nanchino], Tokyo, Bungei Shunjū, 1973.

[8] MASAAKI, Tanaka, “Nankin gyakusatsu” no kyokō : Matsui Taishō no nikki o megutte [La costruzione del “massacro di Nanchino”: dai diari di Matsui Iwane], Tōkyō, Nihon Kyōbunsha, 1984.

[9] SHERMER, Michael, GROBMAN, Alex, Denying History. Who Says the Holocaust Never Happened and Why Do They Say It?, Berkeley – Los Angeles – London, University of California Press, 2009, p. 234.

[10] CHANG, Iris, The rape of Nanking : the forgotten holocaust of World War II, New York, Basic Books, 1997.

[11] HIGASHINAKANO, Shudo, The Nanking massacre: Fact Versus Fiction. A Historian’s Quest for the Truth, Tokyo, Sekai Shuppan, 2005.

[12] TAKEMOTO, Tadao, OHARA, Yasuo, The Alleged “Nanking Massacre”: Japan’s rebuttal to China’s forged claims, Tokyo, Meisei-sha, 2000.

[13] MASAAKI, Tanaka, What Really Happened in Nanking The Refutation of a Common Myth, Tokyo, Sekai Shuppan, 2000.

[14] FUJIOKA, Nobukatsu, “Za reipu obu Nankin” no kenkyū : Chūgoku ni okeru “jōhōsen” no teguchi to senryaku = The rape of Nanking [Analisi di “The Rape of Nanjing”: Strategie della “guerra dell’informazione” cinese], Tokyo Shōdensha, 1999.

[15] La comunità internazionale – attraverso l’IMTFE – ha stimato in 20.000 il numero degli stupri perpetrati a Nanchino nel corso di quelle settimane.

[16] Una delle altre questioni – anch’essa direttamente legata ai crimini di guerra nipponici – è quella delle “donne di conforto”. Per la visione ultranazionalista le donne di conforto erano una “necessità” per l’esercito impegnato nel conflitto – in quello che è stato definito un vero e proprio «sistema» – e a tutt’oggi fatica a imporsi presso di essi una visione maggiormente improntata al rispetto dei diritti umani e della dignità femminile. Sul tema si vedano: TANAKA, Yuki, Japan’s Comfort Women Sexual slavery and prostitution during World War II and the US occupation, London – New York, Routledge, 2002, pp. 8-32; KIMURA, Maki, Unfolding the “comfort women” debates: modernity, violence, women’s voices, Basingstoke – New York, Palgrave Macmillan, 2016; HATA, Ikuhiko, Comfort women and sex in the battle zone, Lanham, Hamilton Books, 2018.

[17] HATA, Ikuhiko, Nankin Jiken: “gyakusatsu” no kōzō [I fatti di Nanchino: la costruzione del “massacro”], Tokyo, Chuo Koron Shinsho, 1986)

[18] HIGASHINAKANO, Shudo, The Nanking massacre: Fact Versus Fiction. A Historian’s Quest for the Truth, Tokyo, Sekai Shuppan, 2005, p. II.

.

Bibliografia essenziale

Bibliografia essenziale

  • CHANG, Iris, The rape of Nanking : the forgotten holocaust of World War II, New York, Basic Books, 1997.
  • HIGASHINAKANO, Shudo, The Nanking massacre: Fact Versus Fiction. A Historian’s Quest for the Truth, Tokyo, Sekai Shuppan, 2005.
  • IENAGA, Saburo, Japan’s past, Japan’s future: One historian’s odyssey, Lanham, Rowman & Littlefield, 2001.
  • LI, Fei Fei, SABELLA, Robert, LIU, David, Nanking 1937: memory and healing, Abingdon, Routledge, 2015.
  • SUZUKI, Chieko, «The Hundred Head Contest: Reassessing the Nanjing Massacre», in The Asia-Pacific Journal, 2, 2/2004, pp. 1-5.
  • TAKEMOTO, Tadao, OHARA, Yasuo, The Alleged “Nanking Massacre”: Japan’s rebuttal to China’s forged claims, Tokyo, Meisei-sha, 2000.
  • YAMAMOTO, Masahiro, Nanking : anatomy of an atrocity, Westport, Praeger, 2000.
  • YOSHIDA, Takashi, The Making of “The Rape of Nanking”: History and Memory in Japan, China, and the United States, Oxford, Oxford University Press, 2010.
  • WAKABAYASHI, Bob Tadashi (ed. by), The Nanking Atrocity, 1937-1938: Complicating the Picture, New York – Oxford, Berghahn Books, 2009.

Video

Video

Reflections on the Rape of Nanking

Speciale della CBS dedicato agli eventi di Nanchino, con una breve intervista a Iris Chang.

Original Film of Nanking Massacre by American Christian Pastor John Magee

Le sequenze girate dal pastore americano John Magee a Nanchino nel 1937.

Tamaki Matsuoka e il suo impegno per la conoscenza dei fatti di Nanchino intervistata dall’emittente nazionale cinese CCTV

L’insegnante di scuola primaria Tamaki Matsuoka parla della sua decennale attività in favore della conoscenza dei fatti di Nanchino, culminata con la realizzazione di un documentario Torn Memories of Nanjing (2010).

.

Galleria di immagini

Galleria di immagini






1. Corpi di alcune vittime cinesi lungo il fiume Qinhuai, all’esterno della porta occidentale di Nanchino in uno scatto di Moriyasu Murase.






2. La propaganda nipponica durante i giorni immediatamente successivi all’occupazione di Nanchino. La foto, scattata da un corrispondente giapponese il 20 dicembre 1937, venne pubblicata sul quotidiano «Asahi Shimbun».






3. La “gara delle cento teste” e i suoi due partecipanti, Tsuyoshi Noda e Toshiaki Mukai. L’articolo, redatto da Kazuo Asaumi and Jiro Suzuki, che presentava la sfida, comparve sulle pagine del «Tokyo Nichi Nichi Shimbun» del 13 dicembre 1937. La foto era stata scattata dal fotografo Shinju Sato a Changzhou, ai piedi della Montagna Porpora.






4. Dimostrazioni anti-nipponiche di fronte all’ambasciata giapponese di Guangzhou nell’aprile 2005, a seguito della controversia sui libri di testo nipponici.






5. Membri della Società giapponese per la riforma dei libri di testo di storia (Atarashii Rekishi Kyōkasho o Tsukuru Kai) manifestano davanti al santuario Yasukuni, dedicato ai soldati nipponici e ai funzionari che hanno perso la vita servendo l’imperatore: qui sono sepolti anche coloro che hanno combattuto durante la Seconda guerra mondiale. Lo striscione recita: “Date ai ragazzi i libri di testo corretti”.






6. Alcuni visitatori osservano le immagini dei sopravvissuti nel Memoriale dedicato al Massacro di Nanchino durante la Festa delle barche drago (2013).

Credits

  • Immagine 1: Nanking bodies 1937 Derivative work of a photograph taken by Moriyasu Murase 村瀨守保写真集·私の從軍中国戰線,日本機関紙出版センター,1987年12月20日,46頁,写真139 on Wikipedia Commons (Public Domain).
  • Immagine 2: Asahi Shimbun, 19 gennaio 1938 on Wikipedia Commons (Public Domain).
  • Immagine 3: Tokyo Nichi Nichi Shimbun, 13 dicembre 1937 by Shinju Sato (佐藤振壽) on Wikipedia Commons (Public Domain).
  • Immagine 4: 200504 anti-japan demos in Guangzhou by 老火豆沙煲 on Wikipedia Commons (CC BY-SA 2.0).
  • Immagine 5: Revisionists Yasukuni 1 by Japanexperterna.se on Wikipedia Commons (CC BY-SA 2.0).
  • Immagine 6: Nanjing Massacre Memorial Hall by Kevin Dooley on Flickr (CC BY 2.0).

.

.

Scrivi un commento