ISSN: 2038-0925

ControVersa: GLOBAL / NO-GLOBAL

di Luca Zuccolo

Controversa - Global e no-global

Globalizzazione: la nuova frontiera della storiografia

Negli ultimi anni la globalizzazione è diventata il centro del dibattito internazionale sotto molteplici aspetti. Da più parti si è usata la globalizzazione per giustificare o criticare alcune dinamiche socio-politiche e soprattutto economiche che hanno interessato le società umane. Nondimeno, nonostante gli innumerevoli discorsi attorno al fenomeno della globalizzazione poca chiarezza è stata fatta su di essa e sui suoi sviluppi concreti.

Gli aspetti economici sono senza dubbio stati maggiormente al centro del dibattito e delle analisi che da diversi anni e da più parti hanno sviscerato le principali caratteristiche e i principali mutamenti di questo fenomeno. Tuttavia, la globalizzazione non è solo economica. O meglio, la globalizzazione economica emersa dopo la seconda Guerra Mondiale grazie allo sviluppo dei consumi di massa dei commerci e delle comunicazioni globali è stata solo l’apripista di tutta una lunga serie di mutamenti – sociali, politici e culturali – che hanno interessato e stanno ancora interessando la società umana.

A partire dagli anni 1980-90, infatti, la società occidentale e conseguentemente anche quelle asiatiche, sud americane e africane [1], hanno mutato il loro modo di interpretare e di vivere la vita quotidiana, andando a modificare la loro stessa cultura locale per adattarla a criteri e canoni standardizzati. Una dinamica e un atteggiamento fortemente criticato dagli oppositori della globalizzazione, i quali, ponendosi in netta contrapposizione rispetto ai liberisti e ai neo-liberisti, favorevoli ad una società e ad un’economia maggiormente integrate, hanno proposto e propongono delle vie alternative alla globalizzazione, pur non rigettandone i benefici.

A partire dal saggio di Naomi Klein, No Logo [2], i movimenti anti-globalizzazione si sono sviluppati in tutto il mondo proponendo una nuova visione della società e dell’economia più sostenibile e rispettosa delle diversità “locali” che compongono e caratterizzano le diverse società globali. Negli ultimi dodici anni, quindi, l’opinione pubblica mondiale ha assistito, in più occasioni, alle manifestazioni – spesso molto virulente – di questi gruppi [3], che si sono schierati apertamente contro l’imposizione della globalizzazione da parte del sistema neo-liberista.

“Il movimento no-global”. Mappa tratta da LOPEZ IZQUIERDO, Nieves, «Le rivolte degli indignati», in "Internazionale", 984, 25 gennaio 2013 (© L’immagine appartiene ai rispettivi proprietari / Property of its respective owners)

Il movimento no-global – Mappa tratta da LOPEZ IZQUIERDO, Nieves, «Le rivolte degli indignati»,
in Internazionale, 984, 25 gennaio 2013, URL: <http://www.internazionale.it/atlante/le-rivolte-degli-indignati/>
[consultato il 7 luglio 2014] (© L’immagine appartiene ai rispettivi proprietari / Property of its respective owners)

I movimenti no-global non sono i soli a schierarsi contro la visione neo-liberista della contemporaneità e anche alcuni studiosi quali Noam Chomsky e Pierre Bourdieu definiti come la “sinistra riformista” da Takis Fotopoulos [4], si sono schierati a favore di una diversa interpretazione dei fatti e della società presente. Spiegazione, che nelle parole di Serge Latouche assume una valenza estremamente negativa e contraria alla stessa occidentalizzazione. Secondo l’autore francese, infatti, la globalizzazione non è altro che l’occidentalizzazione del mondo e la costrizione delle culture e società “altre” a piegarsi ai modelli euro-atlantici.

Ora l’occidentalizzazione è diventata la mondializzazione/globalizzazione e le mie previsioni più sinistre si sono purtroppo realizzate. Ci troviamo di fronte a una grande crisi. Tuttavia, non si disinnescherà la bomba che minaccia di farci saltare, e non si toglierà la sete di rivincita agli emarginati, mettendo la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi o accontentandosi di belle parole sul preteso avvento di una società multietnica e multiculturale a livello planetario. Senza dubbio, è meglio prendere la misura dell’ingiustizia globale e del fallimento del nostro universalismo «tribale» per affrontare lucidamente il pericolo della globalizzazione [5].

Questi movimenti e la presa di posizione di intellettuali del calibro di Chomsky, Bourdieu e Latouche non chiariscono le caratteristiche e soprattutto la temporalità di questo fenomeno complesso e sfaccettato. Per tanto, la storia della globalizzazione e delle sue ricadute sulle società contemporanee, e non solo, ha negli ultimi vent’anni assunto una posizione storiografica sempre più preminente avviando un dibattito per certi versi parallelo, per altri strettamente connesso, con quanto sta accadendo nella nostra quotidianità.

Alcuni storici, pur riconoscendone le peculiarità hanno cercato di limitare e contenere gli effetti della globalizzazione sostenendo che quella attuale è solo una forma più estesa di un fenomeno, o meglio di una serie di fenomeni, che fin dall’antichità hanno interessato il genere umano. Come sostiene Amartia Sen, infatti,

Un quadro storico potrebbe essere opportuno per dimostrare che la globalizzazione non è particolarmente nuova né, in generale, una follia. Per migliaia di anni, viaggi migrazioni, scambi di merci o di conoscenze acquisite hanno rappresentato una forma di globalizzazione, che ha contribuito al progresso dell’umanità. E fermarla avrebbe arrecato un danno irreparabile. Ancora, nonostante oggi la globalizzazione sia considerata da molti un correlato del predominio Occidentale, l’esame storico può aiutarci a concepire la possibilità che il processo si svolga nel verso contrario [6].

Sul medesimo piano potremmo porre anche Immanuel Wallerstein, il quale con il suo “sistema mondo” [7] ha imposto una visione del tutto peculiare delle vicende storiche, dimostrando che già a partire dal XVI secolo il mondo e le sue società avevano un alto tasso di integrazione economica e culturale. Una teorizzazione interessante e da più parti accettata nonostante i suoi limiti visto che una tale teorizzazione sistemica potrebbe essere astrattamente utilizzata per definire tutte le epoche storiche compresa l’età classica in cui seppur in una spazialità molto limitata si possono riscontrare i prodromi della globalizzazione.

Contraria a questa visione, o meglio maggiormente concentrata sul presente, è, invece, Saskia Sassen [8], la quale sostiene che prima degli anni 1980 non sia giusto parlare di globalizzazione, poiché i fenomeni che caratterizzano la globalizzazione si sono palesati in maniera chiara e concreta solo a partire da quel periodo storico [9].

Come Sassen spiega a Giuliano Battiston in un intervista per la rivista Lo straniero sulla storia e le chiavi della globalizzazione, infatti, prima degli anni 1980 la logica dominante era ancora quella degli Stati Nazionali:

Bretton Woods era un sistema di governo globale volto ad assicurare la relativa autonomia degli stati nazionali dalle forze globali, un sistema multilaterale che non impediva una coordinazione economica statale o i protezionismi statali e che non escludeva affatto che i governi gestissero le economie e restassero attori economici rilevanti. L’attuale sistema di governo globale, invece, risponde a un’opposta logica organizzatrice, e riflette l’idea che si debba “aprire” ciascun stato nazionale all’internazionalizzazione dell’economia, ai mercati, ai flussi e alle imprese globali. La differenza è sostanziale. In un caso il multilateralismo è finalizzato a proteggere l’interesse nazionale, qualunque sia, nell’altro il “nazionale” viene aperto al globale, sostituendo specifiche componenti della logica dello stato con logiche organizzatrici di nuovo tipo [10].

La novità teorica di Sassen, quindi, si sviluppa primariamente nel ruolo dato allo Stato-Nazione nei fenomeni di globalizzazione. Per l’autrice la globalizzazione non ha estromesso o eliminato lo Stato, ma lo ha semplicemente modificato:

Gli elementi più complessi della globalizzazione si formano all’interno della cornice nazionale: l’apparato dello stato, la formalizzazione e l’istituzionalizzazione delle sue componenti, rappresentano infatti la più complessa struttura di capabilities mai prodotta dall’uomo, un’infrastruttura tecnica e istituzionale necessaria per produrre gli spazi geografici per la globalizzazione economica [11].

Quanto proposto da Sassen, così come i lavori di Wallerstein e Latouche, nondimeno, fanno parte di un più vasto panorama storiografico sulla globalizzazione, che si è sviluppato su alcune direttrici specifiche oggi fulcro delle nuove visioni storiche della nostra società: la world History, la global History e la transnational History.

Per prima cosa è necessario distinguere tra world e global History, e per farlo farò riferimento al saggio di Bruce Mazlish, Comparing Global History and World History [12]. In questo saggio l’autore parte da una definizione chiara e stringata della global History, definendola come «lo studio della globalizzazione» [13]. Su questa base Mazlish sviluppa una chiara distinzione tra world e global History, la quale si concentra essenzialmente sul tema preso in esame dalle due teorie storiografiche:

The main focus of world history, as opposed to global history, has been civilization [...]. Hence, global history examines the processes that transcend the nation-state framework [14].

Per tanto, mentre la world History, riprendendo la definizione di William McNeill, è «lo studio dell’interazione tra popoli di diverse culture» [15], oppure, come sostiene Fernand Braudel, proponendo un diverso significato al termine “mondo”, è l’interazione delle società in un “sistema mondo” [16] – concetto ripreso poi dal suo discepolo Wallerstein; la global History, invece, è innanzitutto una storiografia basata sul concetto di spazio. Per questo, Mazlish divide la definizione di global History in due parti, di cui la prima si focalizza sulla storia della globalizzazione, mentre la seconda si propone come una variante della world History definita da McNeill.

La storia della globalizzazione, quindi, diventa la vera novità storiografica della global History, la quale inizia a studiare non solo gli attori e i fattori coinvolti nella globalizzazione e nel mondo contemporaneo, ma anche le diverse forme assunte dalla globalizzazione tra cui quelle culturali.

Per Mazlish

What is essential to note is the synergy and synchronicity of these various factors – their unprecedented interaction with one another, in ever-increasing extent and force, notwithstanding the origin of them all in a differentiated past. Globalization is the sum of their combined presences [17].

Da una costola di questo dibattito, ma pur sempre in stretta relazione con i temi sin’ora discussi, si è successivamente sviluppato un ulteriore filone di indagine storiografica: la storia transnazionale.

Quest’ultima, assimilabile alle teorie sulla globalizzazione proposte da Saskia Sassen e ribadite anche da Mazlish [18], rappresenta un diverso approccio alla storia della globalizzazione. Per gli storici transnazionali, come sottolinea Pierrre-Yves Saunier, infatti, il “transnazionale” è

Une manière de faire l’histoire, un point de vue, un questionnement exercé sur des terrains et de sources, en suggérant ce que cet angle peut apporter aux historiens du contemporain [19].

In altri termini la novità dell’approccio transnazionale sta essenzialmente nel suo oggetto di studio, lo Stato-Nazione, il quale viene ripensato e ri-studiato in una chiave del tutto nuova, ovvero la prospettiva globale data dalla globalizzazione [20].

Le analisi transnazionali, quindi, sia che parlino delle relazioni tra Stati, sia che parlino di migranti, viaggiatori o di organizzazioni non governative internazionali, hanno sempre come punto di partenza lo Stato. Infatti, come sostiene Frederic Cooper,

Vouloir contribuer à historiciser la globalisation comprendre les interconnections entre diverses partie du monde, en remettre en prospective les rythme, les angles morts, en cerner les résistances, les refus et les non pertinences, appelle à une stratégie modeste d’analyse des processus transnationaux qui constituent des réseaux et des champs sociaux de grande envergure sans être forcément planétaires [21].

Il quadro qui rappresentato dimostra come la storiografia contemporanea si stia interessando da più punti di vista alla globalizzazione e ai fenomeni ad essa connessi. Appare senza dubbio chiaro, tuttavia, come tutti questi approcci teorici si dimostrano espressione di altrettante sfaccettature di quella che è la realtà odierna del nostro mondo di cui la globalizzazione è prodotto culturale, politico, economico e sociale al pari di molte altre costruzioni umane. Una costruzione o un prodotto che la storiografia sta cercando di analizzare non solo attraverso nuovi approcci ma anche con nuovi strumenti e nuove tecniche più adatti a individuare le peculiarità dei nuovi fenomeni storici.

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NOTE


[1] Nel novero delle società occidentali si considerano anche l’area Australiana e Neo Zelandese, mentre il resto dell’Oceania per comodità e per certe affinità geo-politiche si è fatto rientrare nel contesto sociale asiatico.

[2] KLEIN, Naomi, No Logo, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2000.

[3] A proposito dei gruppi anti-globalizzazione e della loro geografia si consultino le ottime e pratiche cartine tematiche proposte dalla rivista Internazionale in collaborazione con il progetto “Cartografare il presente”, laboratorio di ricerca e documentazione sulle trasformazioni geopolitiche del mondo contemporaneo del Dipartimento di storia, culture, civiltà dell’Università di Bologna, con la partecipazione del Grid di Arendal (Norvegia) http://www.internazionale.it/atlante [consultato il 25 febbraio 2013].

[4] FOTOPOULOS, Takis, The Multidimensional Crisis and Inclusive Democracy, Atene, 2005, tradotto in inglese e pubblicato su The International Journal of Inclusive Democracy, International Network for Inclusive Democracy, 2009, pp. 65-82.

[5] LATOUCHE, Serge, Storia della globalizzazione, apoteosi e crisi dell’occidentalizzazione del mondo, p. 1; intervento presentato al convegno La storia è di tutti. Nuovi orizzonti e buone pratiche nell’insegnamento della storia tenutosi a Modena dal 5 al 10 settembre 2005. http://www.storiairreer.it/Materiali/Complessita_Presente/latouche.pdf [consultato il 26 febbraio 2013].

[6] SEN, Amartia, Globalizzazione e libertà , Milano, Arnoldo Mondatori, 2002, p. 15, citato in LEPORE, Amedeo, «L’inizio della Globalizzazione», in Storia e Futuro, Rivista di Storia e Storiografia, 16, marzo 2008, consultabile on-line su http://www.storiaefuturo.com/it/numero_16/percorsi/7_globalizzazione~1161.html [consultato il 25 febbraio 2013].

[7] WALLERSTEIN, Immanuel, Il sistema mondiale dell’economia moderna, 3 voll., Bologna, Il Mulino, 1978; 1982; 1995; e ID., Geopolitica e geocultura. Saggi sull’evoluzione del sistema-mondo, Trieste, Asterios, 1999.

[8] SASSEN, Saskia, Globalizzati e scontenti, Milano, Il Saggiatore, 2002; ID., Le città nell’economia globale, Bologna, Il Mulino 2003; ID., Una sociologia della globalizzazione, Bologna, Il Mulino, 2008.

[9] Si veda l’intervista rilasciata a MediaMente, il 5 Gennaio 2001 consultabile sul sito http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=454&tab=int [consultato il 23 febbraio 2013].

[10] BATTISTON, Giuliano, «Storia e chiavi della globalizzazione», intervista a Saskia Sassen, in Lo Straniero, 108, giugno 2009, pp. 68-74, p. 73.

[11] Ibidem, p. 68.

[12] MAZLISH, Bruce, “Comparing Global History and World History”, in Journal of Interdisciplinary History, 28/3, 1998, pp. 385-395.

[13] Ibidem, p. 385.

[14] Ibidem, p. 393.

[15] MCNEILL, William H., «The Changing Shape of World History», in History and Theory, Theme Issue 34, “World Historians and Their Critics”, p. 14, in Ibidem, p. 386.

[16] Ibidem, p. 386-7.

[17] Ibidem, p. 390.

[18] Mazlish, infatti, sostiene che la global history è essenzialmente transnazionale nel suo soggetto di studio e che sostiene anche che sarebbe un grave errore dimenticare lo studio delle Naazioni. Nondimeno sottolinea come lo studio delle entità nazionali richieda un riesame visto che «Nations will not be going away. They are still the preferred settings for large numbers of people to organize in behalf of common ends – protection of territory and property, economic production, and – last but not least – group identity». Ibidem, p. 393.

[19] SAUNIER, Pierrre-Yves, «Circulations, connexions et espaces transnationaux», in Genèses, 57, décembre 2004, p. 110-126, p. 110.

[20] A questo proposito vedi anche i saggi contenuti in HOPKINS, Anthony G. (ed.), Gobalization in World History, London, Random House, 2002.

[21] COOPER, Frederic, «What is the Concept of Globalization Good For? An African Historian’s Perspective», in African Affairs, 100/399, 2001, pp. 189-213, citato in Ibidem, p. 124.

Bibliografia essenziale

Bibliografia essenziale

  • ANDERSON, Benedict, «Globalization and its Discontents», in Field Day Review, 2005, pp. 177-187.
  • BATTISTON, Giuliano, «Storia e chiavi della globalizzazione», intervista a Saskia Sassen, in Lo Straniero, 108, giugno 2009, pp. 68-74, p. 73.
  • BAYLY, Christopher A., La nascita del mondo moderno, Torino, Einaudi, 2009.
  • COOPER, Frederic, «What is the Concept of Globalization Good For? An African Historian’s Perspective», in African Affairs, 100/399, 2001, pp. 189-213.
  • DARWIN, John, After Tamerlane. The Global History of Empire, London, Allen Line, 2007.
  • FOTOPOULOS, Takis, The Multidimensional Crisis and Inclusive Democracy, Atene, 2005, tradotto in inglese e pubblicato su The International Journal of Inclusive Democracy, International Network for Inclusive Democracy, 2009, pp. 65-82.
  • HOPKINS, Anthony G. (ed.), Gobalization in World History, London, Random House, 2002.
  • HUNTINGTON, Samuel P., «Transnational organizations in World Politics», in World Politics, 25, 1973.
  • KLEIN, Naomi, No Logo, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2000.
  • LATOUCHE, Serge, Storia della globalizzazione, apoteosi e crisi dell’occidentalizzazione del mondo, intervento presentato al convegno La storia è di tutti. Nuovi orizzonti e buone pratiche nell’insegnamento della storia tenutosi a Modena dal 5 al 10 settembre 2005.
  • LEPORE, Amedeo, «L’inizio della Globalizzazione», in Storia e Futuro, Rivista di Storia e Storiografia, 16, Marzo 2008.
  • MAZLISH, Bruce, «Comparing Global History and World History», in Journal of Interdisciplinary History, 28/3, 1998, pp. 385-395.
  • MCNEILL, William H., «The Changing Shape of World History», in History and Theory, Theme Issue 34, “World Historians and Their Critics”.
  • SASSEN, Saskia, Globalizzati e scontenti, Milano, Il Saggiatore, 2002.
  • SASSEN, Saskia, IRIYE, Akira, MAZLISH, Bruce, CHANDA, Nayan, New Global Studies, De Gruyter Edizioni.
  • SASSEN, Saskia, Le città nell’economia globale, Bologna, Il Mulino 2003.
  • SASSEN, Saskia, Una sociologia della globalizzazione, Bologna, Il Mulino 2008.
  • SAUNIER, Pierrre-Yves, «Circulations, connexions et espaces transnationaux», in Genèses, 57, décembre 2004, p. 110-126.
  • SEN, Amartia, Globalizzazione e libertà, Milano, Arnoldo Mondatori, 2002.
  • SUBRAHMANYAN, Sanjay, «Historicizing the Global, or Labouring for Invention?», in History Workshop Journal Issue 64, Oxford University Press, 2007.
  • WALLERSTEIN, Immanuel, Geopolitica e geocultura. Saggi sull’evoluzione del sistema-mondo, Trieste, Asterios, 1999.
  • WALLERSTEIN, Immanuel, Il sistema mondiale dell’economia moderna, 3 voll., Bologna, Il Mulino, 1978; 1982; 1995.

Sitografia

Sitografia

Video

Video

Prof. Joseph Stiglitz: Globalisation and the 21st Century Enlightenment

The University of Edinburgh Enlightenment Lecture Series with the support of ScottishPower presents Globalisation & the 21st Century Enlightenment by Joseph Stiglitz.

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Noam Chomsky “Globalization and Neoliberalism”

Recorded at MIT Cambridge, Massachusettes on November 15, 1994.

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