ISSN: 2038-0925

ControVersa: Ghetto di Venezia / Ghetto di Roma

di Luca Giuseppe Manenti e Luca Zuccolo

Il cinquecentenario della fondazione del ghetto di Venezia (1516) offre l’occasione per indagare il ruolo svolto dagli ebrei nella storia d’Italia. Insediatisi nella penisola in epoca romana, fino al XIII secolo essi si concentrarono essenzialmente nel Sud e a Roma, sede della più antica «giudecca», dove vivevano senza restrizioni se non quelle relative al culto e alle pratiche religiose. Una presenza, la loro, all’epoca non marginalizzata, che si intrecciava «con il mondo cristiano tanto nella vita sociale quanto nelle strutture urbane» [1].

Dal 1200 in poi, a causa delle mutate condizioni socio-politiche del Meridione e del diverso assetto internazionale nel Mediterraneo, gli ebrei italiani iniziarono un progressivo esodo verso Livorno, Firenze e Venezia, inserendosi nel tessuto cittadino attraverso la creazione di nuove giudecche e integrando le proprie attività con quelle delle zone d’approdo. Quelli stabilitisi a Mestre nel XIV e nel XV secolo frequentavano la vicina Venezia, specialmente l’area realtina, fulcro del commercio della Serenissima.
Fino al XV secolo non vi furono seri problemi tra cristiani ed ebrei né in Italia né nel resto della regione mediterranea; anzi, gli accordi stipulati tra autorità locali e banchieri di religione israelita, chiamati a Venezia «condotte», per mezzo delle quali i «poteri costituiti invitavano gli ebrei a prestare denaro a loro e/o al pubblico» a determinate condizioni [2], comportavano vantaggi per entrambi. Cosa spinse, dunque, all’erezione dei ghetti e perché si rese necessaria tale misura proprio in Italia, prima della sua diffusione nel resto d’Europa in modi sempre più esclusivi e degradanti?

La questione obbliga a chiarire alcuni punti legati all’isituzione del ghetto, che, sebbene abbia indubbiamente svolto una funzione di limitazione spaziale e sociale, ebbe all’inizio forme diverse da quelle successivamente assunte, non avendo avuto in origine espliciti motivi di reclusione, configurandosi semmai come «la modalità concreta, urbanistica, abitativa, lavorativa, ideologica e religiosa con cui la chiesa dei XVI secolo tent[ò] di trovare un equilibrio diverso dal passato nei suoi rapporti con la minoranza ebraica» [3].

Rispondendo a un bisogno di controllo sociale, il ghetto di Venezia fu parimenti in grado di trasformarsi in centro d’aggregazione e cultura. Lo scopo della sua esistenza si connetteva allo sforzo della Serenissima di razionalizzare la propria dimensione finanziaria, prima di tutto fornendo ai membri delle «nazioni» euro-mediterranee con interessi commerciali a San Marco, quartieri o fonteghi (famosi quello dei Tedeschi e quello dei Turchi) dove gestire gli affari e ritirarsi in sicurezza la notte.

La motivazione economica, insomma, superava a Venezia quella religiosa, che indusse nel XVI secolo le città italiane con cospicui focolai ebraici a dotarsi di ghetti, recintando le giudecche esistenti. Il nuovo modello abitativo venne inteso, da chi lo aveva caldeggiato, come l’anticamera della conversione, una sorta di luogo di passaggio dall’ebraismo al cattolicesimo, in linea con la politica anti-ebraica intrapresa dagli ordini mendicanti, in particolare francescani.

Tentativo portato avanti pure sul piano economico con la creazione dei Monti di pietà, volti ad alleviare le pene dei poveri e contemporaneamente a controbilanciare l’influenza dei banchi di prestito degli ebrei, per quanto questi si dimostrassero (o meglio: proprio perché si dimostravano) nodi economi imprescindibili per le indebitate città italiane, Venezia compresa [4].

(L.G.M., L.Z.)

Venezia e il recinto degli ebrei

A cavallo tra XII e XIII secolo si svilupparono i primi insediamenti ebraici nella terraferma veneta, soprattutto a Mestre, luogo di concentrazione di famiglie di prestatori italo-tedeschi. Successivamente, altri gruppi raggiunsero la laguna, specie il quartiere veneziano di Rialto, cuore commerciale della città. Tale situazione, che vedeva gli ebrei risiedere solo per brevi periodi nella Dominante, senza possibilità di sviluppare alcuna attività religiosa, mutò agli inizi del XVI secolo, quando le necessità commerciali di Venezia e degli ebrei trovarono un punto di contatto.

Già da alcuni anni, infatti, questi chiedevano, per meglio gestire i negozi, d’essere accolti in pianta stabile in laguna, magari in un’isola, così da poter giungere al mercato realtino con minor difficoltà, pur restando divisi dai cristiani. Tali richieste furono accolte dal Senato nel 1516. La presenza ebraica necessitava tuttavia di controllo, affinché si evitassero dissidi con i cristiani. Venne perciò destinata agli ebrei una zona periferica, delimitata da porte e mura: il campo di ghetto novo nel sestiere di Cannaregio. Dalla circostanza essi trassero, al netto delle limitazioni, notevoli benefici. Le restrizioni imposte dal Senato, infatti, non ne impedirono l’interazione con la società maggioritaria, nemmeno nei periodi di più attivo anti-giudaismo dei francescani e degli organi della Chiesa romana. Anzi, fin dal 1516 gli ebrei vennero spesso visti come utile fonte di denaro per le casse esangui del governo, date le alte tasse imposte alla comunità, e ottimo strumento per il mantenimento del ruolo guida di Venezia nei commerci mediterranei.

Dopo i primi insediamenti di italiani e tedeschi, grazie alla tolleranza veneziana il «recinto degli ebrei» divenne per molti correligionari dell’area mediterranea uno straordinario polo d’attrazione. Il suo veloce popolamento costrinse a escogitare adattamenti e modifiche abitative, che ne resero peculiare la fisionomia, contraddistinta da case alte sino a nove piani.
L’incremento demografico, dovuto principalmente alla forte immigrazione di levantini prima e ponentini poi, costrinse nel 1541 il Senato ad ampliarne l’area di residenza, che tra XVI e XVII secolo divenne definitivamente il cardine della comunità ebraica veneziana. In questi due secoli, infatti, l’Università degli Ebrei (come altrimenti era detta la loro «nazione») si sviluppò principalmente dal punto di vista culturale grazie alla fioritura degli studi talmudici e dell’editoria, divenendo un riferimento per l’ebraismo europeo.
Questa dinamica evolutiva continuò fino al 1633, quando si chiese nuovo spazio al Senato, che concesse il ghetto novissimo quale sfogo per le famiglie arrivate da Spagna e Portogallo. Nel corso del XVII secolo la situazione degli ebrei veneziani andò via via stabilizzandosi anche sotto l’aspetto urbanistico, con la creazione del cimitero degli Ebrei al lido e del canale degli Ebrei, che permise di raggiungere i luoghi di sepoltura senza passare per le aree abitate dai cristiani.

Le condotte emesse dal Senato nei secoli XVII e XVIII facilitarono ulteriormente la vita degli ebrei, che, eccettuato l’obbligo – spesso disatteso – di essere «rinchiusi» in ghetto nelle ore notturne e nelle festività cristiane, conoscevano scarse limitazioni. Una svolta si palesò a fine Settecento con l’arrivo in città dei francesi, che aprirono le porte del ghetto: pubblico suggello di una situazione che già nel corso del secolo, quando le famiglie più in vista della comunità si erano sparse in diversi quartieri cittadini, era andata gradatamente concretizzandosi.
L’esperienza francese fu di breve durata e con la Restaurazione austriaca la situazione degli ebrei tornò, giuridicamente, quella precedente, per quanto la configurazione della loro storica area d’insediamento vide una ristrutturazione profonda.

Il ghetto ebraico di Venezia fu, quindi, tanto inclusivo quanto esclusivo: originariamente esso rispose alla necessità del Senato e della comunità ebraica di trovare un luogo, al pari di quanto avveniva per le altre «nazioni», in cui i suoi appartenenti potessero vivere sotto la custodia delle autorità. La storia del ghetto veneziano, in definitiva, va collocata nella giusta cornice storica, osservata senza le lenti deformanti di una modernità che ne ha fatto il paradigma per eccellenza della reclusione e del disprezzo.

(L.Z.)

Bibliografia essenziale

Bibliografia essenziale

  • CALABI, Donatella, «Gli stranieri nella capitale della repubblica Veneta nella prima età moderna», in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Italie et Méditerranée, 111, 2/1999, pp. 721-732.
  • CALABI, Donatella, Venezia e il Ghetto, Cinquecento anni del ‘recinto degli Ebrei’, Torino, Bollati Boringhieri, 2016
  • CALIMANI, Riccardo, Storia del ghetto di Venezia, Milano, Mondadori, 2014.
  • FACCHINI, Cristiana, «The city, the Ghetto and two Books. Venice and Jewish Early Modernity», in FACCHINI, Cristiana (ed.) QUEST, Issue in Contemporary Jewish History : Modernity and the Cities of Jews, 2, 2011.

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Il ghetto di Roma

Sin dall’Alto medioevo gli ebrei di Roma furono in grado di offrire alle accademie rabbiniche europee la consulenza dei propri esperti talmudisti ed esegeti del testo sacro, fungendo inseme da rappresentanti dei correligionari della diaspora presso i pontefici, che si servivano delle loro competenze finanziarie. Tra Due e Trecento il quartiere romano a prevalente concentrazione ebraica era compreso tra i rioni dell’Arenula e di Sant’Angelo in Pescheria, ospitante i luoghi di culto e i palazzi delle nobili famiglie Savelli e Cenci. In piazza Giudea si svolgeva il mercato ittico e operavano i cambiavalute, in Trastevere era sito l’antico cimitero e su piazza del Mercatello si apriva la sinagoga, cui man mano si affiancarono altri quattro templi o «scole». La «strada delli Judei», ossia via Rua, la principale arteria della borgata, si dipanava da piazza Giudea al Portico d’Ottavia. Alla fine del XIV secolo il nucleo ebraico ottenne, nonostante l’incipiente declino economico, lo statuto giuridico di corporazione d’arte.

Con Paolo III (1534-1549), l’iniziatore della Controriforma, i rapporti tra Chiesa ed ebrei romani subirono una prima svolta negativa. L’erezione del ghetto (forma lessicale alternativa a «serraglio» e all’ufficiale «vicus iudeorum») seguì la bolla di Paolo IV (1555-1559) «Cum numis absurdum» del 1555, che prescrisse la costruzione di una cinta muraria, dotata di tre porte, per confinare entro pochi ettari di terreno gli appartenenti a una collettività via via ingrossatasi per l’afflusso di espulsi dalla Spagna nel 1492, dal Portogallo sei anni dopo e dall’Italia meridionale nel 1510. Sotto Sisto V (1585-1590) il complesso fu ampliato fino a ridosso del Tevere e dotato di nuove porte, assumendo una morfologia rimasta stabile per due secoli, che produsse, in risposta all’incremento demografico, una stratificazione verticale anziché per fisiologica aggregazione orizzontale.

Area di residenza coatta, sbarrata o aperta a seconda del ritmo alternato delle notti e dei giorni, il ghetto era uno spazio parzialmente autogestito e congestionato dalla presenza di uomini e merci stipati in botteghe e abitazioni sovraffollate, che generava relazioni di vicinato spesso tese ma, in generale, contraddistinte da senso di solidarietà. Microcosmo chiuso per antonomasia, esso divenne sinonimo d’esclusione dalla socità maggiorataria e insieme mezzo per la conservazione e trasmissione incorrotta delle consuetudini ebraiche. Per chi ne usciva per il disbrigo di faccende personali, vigeva l’obbligo, reiterato in termini tassativi nel 1699, di indossare un distintivo giallo sugli indumenti, simbolo visibile di uno stato d’inferiorità e isolamento dalla societas christiana.

Indebitata con la Camera apostolica, la comunità ebraica romana subì nel 1732 la visita dei commissari del S. Uffizio, che ne denunciarono la drammatica situazione economica. Un piano d’intervento di due anni successivo, steso dalle autorità ecclesiastiche, conteggiò 126 famiglie facoltose e 724 povere, per un totale di 5.000 persone. Un editto papale del 1745 e due decreti del S. Uffizio del 1747 e del 1751 posero fine alla relativa tolleranza verso gli ebrei capitolini, proibendo loro, sotto pena pecuniaria, di abitare extra-ghetto o di allontanarsene senza autorizzazione. Il 17 settembre 1751 Benedetto XIV riesumò un editto anti-ebraico stilato in precedenza e rimasto inapplicato, codificando in modo organico l’insieme dei provvedimenti fino ad allora emessi. La legislazione repressiva venne attenuata da Clemente XIII (1759-1769) e, soprattutto, da Clemente XIV (1769-1774), che sottrasse gli ebrei dalla giurisdizione del S. Uffizio in favore del Vicariato di Roma e permise loro di accedere a un ampio ventaglio di mestieri. In un continuo oscillare di concessioni e interdizioni, a seconda delle sensibilità personali dei diversi pontefici, si giunse all’editto «Fra le pastorali sollecitudini» del 5 aprile 1775 di Pio VI, che colpì in primis la cultura ebraica e l’insegnamento della religione, innescando una serie di episodi di conversione forzata.

Nel 1798 i francesi instaurarono una Repubblica foriera di libertà fino ad allora sconosciute agli ebrei, tolti da un’umiliante condizione di minorità. Ritiratisi i transalpini, il 3 luglio 1800 fece solenne ingresso in città Pio VII (1800-1823), che ripristinò alcune delle vecchie imposizioni ma, animato da un tiepido spirito riformatore, prescrisse che i rabbini non potessero venir chiamati in causa da tribunali civili o penali su questioni d’interesse pubblico. I francesi occuparono nuovamente Roma nel 1808, annettendola all’Impero, e, contestualmente, riorganizzarono la società ebraica: il culto fu riconosciuto dal governo; i membri, sgravati dai carichi fiscali, godettero di libertà di movimento e di commercio; le porte del ghetto rimasero aperte di notte. Il 24 maggio 1814, in seguito alla prima caduta di Napoleone, papa Chiaramonti riprese possesso della cattedra apostolica, dando avvio a una stagione di tenue apertura verso le minoranze.

Il ghetto venne ampliato nel 1823 da Leone XII (1823-1829), che stabilì l’inclusione delle vie della Reginella e della Pescaria e l’aperturta di altri due ingressi, e da Gregorio XVI (1831-1846) nel 1836, quando entrò in funzione una scuola professionale gestita da insegnanti cristiani. Nel corso del tempo il numero delle porte raggiunse il numero di otto. Pio IX (1846-1878), acclamato all’inizio del pontificato come papa «liberale» in virtù delle riforme introdotte, permise agli ebrei di muoversi oltre i limiti giurisdizionali solitamente consentiti ed elargì assegni alle famiglie povere, preludio a concessioni di maggiore importanza. Il 17 aprile 1848, vigilia di Pesah, fu raso al suolo il muro del ghetto, sebbene non decadde l’intera gamma dei doveri dei suoi abitanti, tra cui il pagamento delle tasse e l’interdizione all’acquisto d’immobili. La notizia suscitò le proteste di una fetta della cittadinanza, che il 23 ottobre ne assalì gli edifici, provocando considerevoli danni.

Il rapporto fra ebrei e cristiani si era nutrito nei secoli di sentimenti ambigui e non di rado ostili. I primi erano considerati deicidi dai secondi, visti con sospetto sia dai ceti umili, timorosi di venire ulteriormente declassati da una loro eventuale crescita sociale, sia dalla piccola borghesia, che ne subiva la concorrenza commerciale. Il crollo del recinto, quindi, non coincise con l’abbattimento definitivo della barriera di diffidenza che separava gli uni dagli altri.

La Repubblica romana del 1849, retta dal triumvirato Armellini-Mazzini-Saffi, emancipò completamente gli ebrei, molti dei quali combatterono e caddero in sua difesa sotto il fuoco dei soldati di Napoleone III. Il ripristinato governo pontificio virò su posizioni reazionarie, in contrasto con le correnti liberali e democratiche che attraversavano la penisola. Tutte le innovazioni precedenti vennero smantellate e fu ristabilito l’assolutismo teocratico. Nel 1870 i bersaglieri entrarono in Roma, rappresentanti in divisa di uno Stato che, regolato dallo Statuto albertino, aveva dimostrato di voler proteggere le componenti ebraiche interne. La comunità israelitica della Città eterna, a quel punto, «usciva dal ghetto e riprendeva in mano il suo destino» [5].

(L.G.M.)

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Bibliografia essenziale

Bibliografia essenziale

  • BERLINER, Abraham, Storia degli ebrei di Roma. Dall’antichità allo smantellamento del ghetto, Milano, Rusconi, 1992.
  • CENNAMO, Gerardo Maria, Il Ghetto di Roma tra narrazione e rappresentazione, in Città mediterranee in trasformazione. Identità e immagine del paesaggio urbano tra Sette e Novecento, in BUCCARO, Alfredo, DE SETA, Cesare, Atti del VI Convengo Internazionale di Studi CIRICE 2014 (Napoli, 13-15 marzo 2014), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2014, pp. 603-612.
  • FECI, Simona, «Tra il tribunale e il ghetto: le magistrature, la comunità e gli individui di fronte ai reati degli ebrei romani nel Seicento», in Quaderni storici, XXXIII, 3/1998, pp. 575-599.
  • RACHELI, Alberto M., Gli insediamenti ebraici a Roma prima del Ghetto, in Italia Judaica. Gli ebrei nello Stato pontificio fino al Ghetto (1555), Atti del VI Convegno internazionale (Tel Aviv, 18-22 giugno 1995), Roma, Ministero per i Beni culturali e ambientali, 1998, pp. 42-65.
  • ROSA, Mario, Tra tolleranza e repressione: Roma e gli ebrei nel ’700, in Italia Judaica. Gli ebrei in Italia dalla segregazione alla prima emancipazione, Atti del III Convegno internazionale (Tel Aviv, 15-20 giugno 1986), Roma, Ministero per i Beni culturali e ambientali, 1989, pp. 81-98.
  • TOAFF, Ariel, Gli ebrei a Roma, in VIVANTI, Corrado (a cura di), Storia d’Italia, Annali, Gli ebrei in Italia, I. Dall’alto Medioevo all’età dei ghetti, Torino, Einaudi, 1996, pp. 123-171.
  • TOAFF, Elio (a cura di), 1870. La breccia del Ghetto, Roma, Barulli, 1971.
  • VECA, Ignazio, «La strana emancipazione. Pio IX e gli ebrei nel lungo Quarantotto», in Contemporanea, XVII, 1/2014, pp. 3-30.

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NOTE


[1] FOA, Anna, Andare per Ghetti e Giudecche, Bologna, Il Mulino, 2014, p. 10.

[2] SIMONSOHN, Shlomo, La condizione giuridica degli ebrei nell’Italia centrale e settentrionale (secoli XII-XIV), in VIVANTI, Corrado (a cura di), Storia d’Italia, Gli Ebrei in Italia, vol. 1, Torino, Einaudi, 1996, pp. 95-120, p. 104.

[3] FOA, Anna, op. cit., p. 33.

[4] Vedi: CALIMANI, Riccardo, Storia del ghetto di Venezia, Milano, Mondadori, 2014.

[5] GIUNTELLA, Vittorio Emanuele, Qualche riflessione sui cento anni dopo l’emancipazione, in TOAFF, Elio (a cura di), 1870. La breccia del Ghetto, Roma, Barulli, 1971, pp. 115-121, p. 116.

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