ISSN: 2038-0925

Devenir historien-ne: post #15

Prosegue la partnership avviata con Devenir historien-ne, il blog di informazione storica di Émilien Ruiz, Assistant Professor in Digital History presso il Dipartimento di Storia di Sciences Po a Parigi. Questo mese proponiamo la traduzione del post «Comment lire intelligemment une publication scientifique».

La traduzione e l’adattamento dal francese sono stati curati da Ludovica Lelli, curatrice della versione italiana della rubrica.

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Come leggere intelligentemente una pubblicazione scientifica
1 gennaio 2016

di Fabrice Cahen

I primi anni di università sono dedicati principalmente all’acquisizione di conoscenze e metodi: si imparano molte cose, ma non sempre viene spiegato come comportarsi di fronte a nozioni già elaborate da autori o autrici, messe a disposizione dalle biblioteche o dal web o trasmesse attraverso l’insegnamento. Si potrebbe quasi sostenere che è proprio quando si comincia a decostruire i prodotti (nel senso proprio del termine) accademici, quando si cerca di passare da «quello che viene detto» a «come l’autore ha fatto per dirlo», che si diventa storici, sociologi, economisti, geografi, demografi, antropologi. Dalla laurea magistrale in poi sarete in grado di produrre conoscenza voi stessi e, in fondo, il vostro lavoro sarà esaminato con lo stesso tipo di criteri che vengono imposti ai ricercatori e alle ricercatrici.

Quindi la sfida rimane strettamente legata al campo accademico? Ovviamente no. L’insegnamento universitario non mira soltanto a fabbricare futuri scienziati o insegnanti, ma vorrebbe formare spiriti capaci di discernimento, che non confondano una tesi seducente con una dimostrazione fondata. Perché la lettura di un testo scientifico sia veramente proficua bisogna abbandonare l’atteggiamento passivo del consumatore d’informazione (tendenza del tutto naturale) per adottare un approccio che sia attivo e critico (nel miglior senso del termine): sottoporre le «produzioni umane ad un esame accurato e ad un giudizio equo» per dirla come Diderot e d’Alambert nella loro Encyclopédie. Per comprendere l’importanza della discussione tra pari nella costituzione delle scienze sociali, non c’è niente di più utile che dare un’occhiata alle «istruzioni» pubblicate nel Novecento nella rivista fondata da Emile Durkheim, l’«Année sociologique».

Si potrebbe dividere il procedimento in tre grandi tappe:

1) presentazione dell’ambito e del contesto della pubblicazione;
2) analisi del processo scientifico;
3) discussione critica.

Come studente o studentessa, ci si potrebbe dare come obiettivo quello di riuscire a padroneggiare al meglio un punto della lista alla fine di ognuno dei tre anni del primo ciclo universitario.
Per illustrare il discorso le spiegazioni sono state arricchite da esempi attinenti, scelti arbitrariamente, dal momento che senza alcun dubbio se ne potrebbero trovare tanti altri.

Presentare il quadro e il contesto di pubblicazione

Il primo punto da affrontare è semplice: chi è l’autore? Potrebbe sembrare un’ovvietà, ma si dimentica spesso che la ricerca è fatta da uomini e donne e non da un’entità astratta e lontana («degli scienziati hanno mostrato che»…). Al di là dell’identità di chi ha redatto il testo, quello che è importante è il suo statuto (ricercatore o docente, accademico o impiegato in un centro di ricerca, strutturato o indipendente), la sua affiliazione (istituzione, laboratorio, gruppo di ricerca…), i suoi temi di studio e soprattutto il fatto che sia o meno specialista dell’ambito analizzato dal testo preso in esame. Queste indicazioni non devono influire sulla lettura caricandovi di aspettative positive (effetto dell’autorità) o negative, ma si tratta di capire se chi scrive appartiene alla comunità scientifica possedendo così la garanzia minima di professionalità che questa appartenenza fornisce (diplomi, selezione e valutazione da parte di pari, accettazione della logica del «credito accademico», cioè di un ambiente in cui il bisogno di riconoscimento si traduce nella necessità di fare un buon lavoro …). Ovviamente questo non basta e in linea di principio nulla impedisce ad un ricercatore non professionista di offrire un contributo essenziale su di un dato campo di conoscenza. Pensiamo a Serge Klarsfeld a proposito della deportazione degli ebrei dalla Francia1, a Jean-Luc Einaudi sulla guerra d’Algeria e il 17 ottobre 19612, e ricordiamoci che «lo storico della domenica» Philippe Ariès, autore de L’Enfant et la vie familiale sous l’Ancien régime – una delle opere più influenti tra gli anni Sessanta e Settanta nell’ambito della storia familiare e della demografia storica – non lavorava né alla Sorbona, né all’INED3, né all’EHESS4, ma era documentalista all’Istituto dei frutti e degli agrumi coloniali5… il criterio principale, quindi, rimane il rigore e la scientificità del lavoro svolto.

Presentare l’ambito e il contesto della pubblicazione

Sapere di che tipo di pubblicazione il testo tratta è della massima importanza. Ha a che fare con uno studio empirico originale (articolo di ricerca pubblicato in una rivista scientifica, tesi di laurea o di dottorato…) basato su fonti grezze e con un rapporto diretto sul «campo»? Con un saggio o una sintesi critica fondamentalmente costruita su lavori preesistenti (materiali di seconda mano)? Con una recensione (critica) di lettura? Con un manuale o un’opera di sintesi destinata agli studenti? Con un testo di divulgazione scientifica o che faccia comunque riferimento ad un pubblico ben definito?
Dalle diverse categorie di scritti non ci si può né aspettare la stessa cosa, né apprezzare le loro caratteristiche nello stesso modo. Il genere «saggio» è spesso disprezzato dai ricercatori che diffidano della mancanza di basi empiriche ma certe opere di questa categoria, allargando la riflessione, vengono comunque riconosciute come testi guida. Il vero problema riguarda soprattutto i prodotti di marketing i cui firmatari possono essere anche fenomeni mediatici o, talvolta, membri della comunità accademica che decidono di abbandonare l’ingrato lavoro sul «campo» in favore di guadagni più rapidi ed eventualmente più cospicui. Generalmente, una veloce occhiata alla bibliografia permette di farsi un’idea di quanto ci sia voluto per scrivere l’opera in questione.

Venendo invece al supporto editoriale: l’editore e la collana se si tratta di un libro; la rivista se si tratta di un articolo. Qui vogliamo soffermarci sulla tipologia “articolo”. Con i convegni e i seminari di ricerca, le riviste specializzate sono diventate i pilastri dell’attività scientifica. Per chi fa ricerca, pubblicare regolarmente su delle “buone riviste” è una necessità – il must in termini di visibilità, diffusione e prestigio è poter accedere alle più quotate. Una delle ragioni che fanno sì che un’affermazione scientifica sia qualcosa di diverso da un’opinione o da una manciata di considerazioni affrettate, risiede proprio nel funzionamento di queste istituzioni. Un testo pubblicato è il risultato di un processo collettivo e in fieri, a volte anche molto lungo. Succede spesso che tra l’inizio di una ricerca e la sua pubblicazione finale possano volerci anni e generalmente è solo dopo aver già presentato il proprio studio all’interno di diversi spazi scientifici (seminari, convegni, conferenze internazionali…) che un autore o un’autrice propone il proprio lavoro ad una rivista. Se questa dispone di un comitato di lettura, l’articolo proposto passa al vaglio di «esperti» (referees o peer reviewers) che di solito operano tramite un meccanismo a doppio cieco (anonimato dell’autore e degli esperti); questi ultimi possono rifiutare il testo in caso in cui lo ritengano insoddisfacente o possono richiedere modifiche anche essere sostanziali e reiterate. Questa organizzazione del lavoro scientifico non sarà mai sufficiente a stabilire delle “verità assolute e definitive”, ma vuole almeno cercare di limitare il rischio di affermazioni grossolanamente false o disoneste ed evidentemente prive di significato. E già non sarebbe male.
Nel momento in cui leggete e passate in rassegna un articolo, è essenziale rintracciare bene da quale rivista sia stato tratto. Nel corso dei vostri studi acquisirete una sorta di cultura dell’intero paesaggio editoriale imparando a identificare le riviste le une dalle altre. L’esistenza o meno di un comitato di lettura, il grado di legittimità della rivista e – soprattutto – il suo orientamento teorico sono elementi da tenere bene in considerazione. La recente entrata in campo dell’open access dà adito ad intensi dibattiti: se fino ad ora si poteva credere che gli scrittori di articoli fossero pagati per il loro lavoro (un po’ come i liberi professionisti o gli scrittori di romanzi di appendice del XIX secolo), emergerà come questo non corrisponda alla realtà. Ora diviene manifesto come siano certi autori a pagare, e a volte profumatamente (generalmente il costo è carico del laboratorio), per vedere i loro articoli pubblicati su queste riviste elettroniche con procedure di valutazione accelerate e nessun esperto competente. Conoscere i diversi modelli di libero accesso, di cui alcuni sono più che legittimi, e sapere cosa significhi proporre un articolo on-line in modalità «archivio aperto», costituisce una necessità.

Le torri d’avorio non esistono e ogni pubblicazione si inserisce, più o meno esplicitamente, in un’epoca attraversata da dibattiti sociali, societari e politici da cui quelli scientifici sono per la maggior parte indissociabili. Non si potrà capire la curiosità di Pierre Vidal-Naquet per lo storico Flavio Giuseppe (37/38-100 d.C.) se non si conosce l’orientamento e gli impegni del primo. Non si potrà capire il senso del conflitto tra Roland Mousnier ed Ernest Labrousse sulla stratificazione sociale dell’Ancien Régime («ordini o classi?»), le controversie violente che dividevano gli storici della Rivoluzione francese più o meno nello stesso periodo o l’apporto teorico essenziale di un libro come quello di Edward P. Thompson6. se si ignora tutta la storia del marxismo e della Guerra fredda. Per realizzare un’analisi di lettura soddisfacente sarete spesso indotti ad effettuare alcune ricerche sul contesto di pubblicazione – senza necessariamente commentare un documento storico. Se per esempio dovete trattare una pubblicazione recente sulla Grande guerra, non potrete evitare le controversie tra la «scuola di Péronne» e gli storici del Centro di Ricerca e d’Informazione per lo Sviluppo 14-18: non si tratterà di affrontare tutta la storiografia che in vent’anni ha trattato l’argomento e ancora meno di prendere posizione, ma di riassumere in poche frasi il dibattito, facendo riferimento alle sfide ideologiche, generazionali e istituzionali che vi stanno dietro. Questo porterà ad una migliore comprensione del testo e, possibilmente, ad imparare a leggere tra le righe.

Riassumere in uno o due paragrafi il contenuto della pubblicazione mettendone in rilievo l’argomentazione principale e/o i suoi principali risultati è un buon modo di concludere la prima tappa prima di passare alla seconda.

Analisi del processo scientifico

Adesso si entra nel pieno dell’analisi, nello studio “interno” di una pubblicazione. Ogni autore o autrice, nonostante le più che codificate modalità della scrittura accademica, ha un proprio stile: l’esposizione del percorso fatto e delle fonti utilizzate può essere, a seconda dei casi, più o meno formalizzato. La norma adottata a questo riguardo è abbastanza determinante: la sanità pubblica e l’epidemiologia tendono a imporre una regola di redazione detta «IMRAD» (Introduction, Method, Results and Discussion), ma l’insieme delle scienze umane è abbastanza riluttante all’idea di standardizzare gli articoli: il rischio è che non solo la scrittura, ma anche il pensiero risultino impostati allo stesso modo. Per ricomporre le fasi di un ragionamento, infatti, a volte bisogna essere in grado di astrarsi dalla lettura riga per riga. Si tenga conto comunque che gli studi di tipo «quantitativo» (soprattutto in economia e demografia), di norma, si basano su protocolli un po’ più disciplinati di quelli «qualitativi».

Perché un’indagine scientifica sia degna d’interesse bisogna che si basi su un tema identificato in maniera ragionata, una ricca problematica e, anche se non sempre sono scritte nero su bianco, su delle ipotesi di partenza (considerando la ricerca stessa come una prova della loro validità). Sta a voi trovarle, apprezzarne la ricchezza e la pertinenza. Dal momento che al giorno d’oggi ci sono degli economisti che cercano di valutare l’impatto del ciclo mestruale sui comportamenti economici o le preferenze sociali, il diritto di farvi delle domande ce l’avete anche voi, nonostante il protocollo sperimentale possa mettere in soggezione.
Una problematica si inserisce nel contesto teorico di riferimento o quanto meno in un percorso di analisi a sua volta derivato da una corrente, da una «scuola» o, come minimo, da un corpus di concetti e/o metodi. Questo scenario può essere predetto attraverso diversi indizi (autori citati, vocabolario utilizzato…), il laboratorio di appartenenza (indicazione importante per gli addetti ai lavori), ma soprattutto osservando l’elenco dei riferimenti bibliografici. Non esiste un buon lavoro scientifico senza una «letteratura secondaria», ampia e aggiornata, che attesti una padronanza del patrimonio scientifico e garantisca un minimo di consistenza della ricerca.

La questione delle fonti emipiriche (o materiali «primari») utilizzate è senza dubbio la più importante da prendere in considerazione. Se siete all’inizio di un percorso di studi vale la pensa concentrare la vostra attenzione proprio su questa dimensione. È per questo motivo che proprio questo punto verrà trattato con tanta accuratezza: ancora una volta vengono toccati i fondamenti delle nostre discipline e la credibilità delle nostre dimostrazioni. Leggete la prefazione del primo libro e l’appendice C del secondo tomo de La destruction des Juifs d’Europe di Raul Hilberg7 e potrete farvi un’idea di quello che sono stati i trent’anni di lavoro che hanno portato al compimento di quest’opera che si può tranquillamente definire monumentale. A differenza dei giornalisti, gli studiosi di scienze umane citano le loro fonti. Lo fanno nel testo, generalmente utilizzando un sistema di note (a piè di pagina o alla fine) e spesso solo dopo aver presentato queste fonti già nell’introduzione o nella prima parte del lavoro; successivamente queste vengono inventariate alla fine del volume. I materiali alla base della ricerca possono essere di varia natura. Se possono essere presentati in un’unica soluzione è perché l’evoluzione della transdisciplinarità ha contribuito a smussare le specificità proprie di ogni disciplina o sotto-disciplina (se vogliamo essere banali: archivi per gli storici, interviste o osservazioni partecipanti per i socio-etnografi, basi statistiche per demografi, economisti o sociologi quantitativisti ecc…). In maniera molto sintetica e necessariamente incompleta possiamo distinguere:

• le fonti stampate (la «letteratura primaria»), così come le immagini, le opere audiovisive, ecc.;
• gli archivi, ovvero tutti i documenti grezzi conservati senza finalità di pubblicazione (aggiungiamo, per certe epoche, i materiali archeologici);
• le interviste orali (testimonianze, racconti di esperienze o di vita) e osservazioni in situ;
• i dati statistici (statistiche pubbliche, indagini originali).

Gli approcci quantitativi sono tradizionalmente basati su fonti il più omogenee possibili (questo vale anche per gli archivi). La tendenza a diversificare i materiali di ricerca non si può considerare come un’abitudine recente8, ma l’attuale separazione disciplinare si traduce nell’esistenza ormai sempre più frequente di lavori che moltiplicano i campi e le prospettive di indagine9. Una volta identificato il corpus, interessatevi alla critica a cui l’autore ha sottoposto le sue fonti. Fare una “riflessione” consapevole vuol dire in particolare interrogarsi sulle differenze esistenti tra le fonti e la realtà studiata, in modo da non essere “ingannati” dai limiti del testo ma trarne il massimo profitto possibile.
Ci si può chiedere allora se l’uso che viene fatto di questo corpus rientri effettivamente in una dimostrazione logica conforme alle regole di «amministrazione della prova» (l’autore o l’autrice riesce a provare quello che afferma?). Una tale domanda permette di riflettere attentamente sul procedimento che si è scelto di adottare: analisi documentaria, incrocio di informazioni, classificazioni o elaborazione di schemi precisi, trattamenti statistici, realizzazione di carte, ecc. Questo aspetto si presta meno alle osservazioni trasversali ed è difficile fornire indicazioni più precise. L’idea su cui ci si può soffermare è la seguente: nessuno può essere competente su ogni argomento e in tutte le discipline o avere una propria opinione su ogni tecnica esistente per trasformare dei dati in risultati … ma non ci si deve neppure lasciare intimidire da un testo. Il carattere rigoroso o, al contrario, approssimativo, limpido o confuso, ricco o vuoto di una dimostrazione può essere facilmente rintracciato anche da un non specialista allenato. L’onestà intellettuale e la prudenza permettono generalmente di presumere la serietà di uno studio. Un articolo pubblicato dal sociologo Mathieu Ichou nella «Revue française de sociologie» ne può essere un esempio eccellente8. La trasparenza del percorso, il senso della sfumatura, la capacità di collocarsi all’interno di un dibattito scientifico sensibile (disinnescandolo) e quella di spiegare con semplicità un metodo sofisticato, non hanno come unico effetto il riuscire a rendere un’affermazione più convincente, ma permettono anche di chiarire i punti di scontro, porre meglio i problemi, fare evolvere le controversie invece che cristallizzarle, ecc. Arriviamo così all’ultima tappa: quella della «discussione».

Discussione critica del testo

Nell’introduzione è già stato citato il principio dell’acquisizione graduale delle competenze. Ovviamente non si può chiedere ad uno studente o ad una studentessa al primo semestre del suo corso di laurea triennale di lanciarsi in una «discussione» iper-tecnica che avrebbe bisogno di anni di specializzazione. Essere capaci di dire se il testo vi è sembrato chiaro, convincente e soprattutto interessante (e in cosa) è già una prima forma di partecipazione e responsabilizzazione. Meglio ancora, potreste indicare quello che la lettura vi ha lasciato: vi sentite un po’ più competenti dopo aver letto il testo? Avete l’impressione che vi abbia aiutato a rivedere alcune idee o qualche schema di ragionamento ormai superato (o l’articolo stesso è imprigionato all’interno di alcuni pregiudizi?)? Dire in che modo il testo studiato si inserisca nel vostro percorso di studio lo completi è forse la cosa più utile di tutte.

Le domande più spinose possono essere di vario tipo. Il testo è più classico o più innovatore sul piano empirico (conoscenze), metodologico o teorico (domande generali)? Sono presenti delle distorsioni dell’analisi o delle “dimenticanze” evidenti (es. l’autore non ha menzionato una tesi che contraddice la sua, ha citato le argomentazioni contrarie deformandole, ha nascosto un fatto accertato che indebolirebbe i suoi argomenti, ecc.)? Ci sono degli aspetti fattuali, metodologici, interpretativi o teorici in contraddizione con le nostre conoscenze pregresse? Quali sono i limiti dello studio e come si potrebbe rimediarvi? Non sviluppare questi elementi di discussione non vi impedisce comunque di rifletterci di vostra iniziativa. Osando esprimere i vostri commenti, anche se brevi, potreste addirittura mostrare ai vostri insegnanti delle cose che non erano ancora state notate.

Linea di separazione
  1. KLARSFELD, Serge, Le mémorial de la déportation des Juifs de France, Paris, B. et S. Klarsfeld, 1978. []
  2. EINAUDI, Jean-Luc, La Bataille de Paris, Paris, Le Cherche-Midi, 1991 ; EINAUDI, Jean-Luc, Octobre 1961, un massacre à Paris, Paris, Le Cherche-Midi, 2001 ; EINAUDI, Jean-Luc, Scènes de la guerre d’Algerie en France, Paris, Le Cherche-Midi, 2009. []
  3. INED – Institut National d’études démographiques, organismo pubblico di ricerca specializzata nello studio delle popolazioni fondato nel 1945 e diventato Stabilimento pubblico a carattere scientifico e tecnologico (EPST) nel 1986. []
  4. EHESS – Ecole des hautes études en sciences sociales, fondato nel 1975, incarna il progetto intellettuale di un dialogo permanente fra tutte le scienze umane e sociali. []
  5. ARIES, Philippe, L’Enfant et la vie familiale sous l’Ancien régime, Paris, Plon, 1960 ; ARIES, Philippe, Un historien du dimanche, Paris, Le Seuil, 1980. []
  6. THOMPSON, Edward, La formation de la classe ouvrière, Paris, Le Seuil, 1963. []
  7. HILBERG, Raul, La destruction des Juifs de France, Paris, Fayard, 1988. []
  8. CHEVALIER, Louis, Classes laborieuses et classes dangereuses à Paris pendant la prèmiere moitié du XIXe siècle, Paris, Perrin, 1958. []
  9. Si citano a titolo di esempio : SPIRE, Alexis, Etrangers à la carte : l’administration de l’immigration en France (1945 -1975), Paris, Grasset, 2005 ; DEWERPE, Alain, Charonne, 8 février 1962 : anthropologie historique d’un massacre d’Etat, Paris, Gallimard, 2006 []
  10. ICHOU, Mathieu, «Différences d’origine et origine des différences : les résultats scolaires des enfants d’émigrés/immigrés en France du début de l’école primaire à la fin du collège», in Revue française de sociologie, 54, 1/2013, pp. 5-52. []

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