ISSN: 2038-0925

Devenir historien-ne: post #30

Prosegue la partnership avviata con Devenir historien-ne, il blog di informazione storica di Émilien Ruiz, Assistant Professor in Digital History presso il Dipartimento di Storia di Sciences Po a Parigi. Questo mese proponiamo la traduzione del post «Faire l’histoire des Fake news au temps du Coronavirus».

La traduzione e l’adattamento dal francese sono stati curati da Ludovica Lelli, curatrice della versione italiana della rubrica.

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Storia delle Fake news ai tempi del Coronavirus
26 aprile 2020

di Stéphane Le Bras

Come tutte le più grandi vicende nazionali o internazionali, la profonda crisi sanitaria che stiamo attraversando porta con sé ondate di Fake news di ogni tipo. Dal 25 marzo France Info mette in guardia sulla diffusione di notizie false riguardo alla prima settimana di lockdown in Francia. L’articolo riporta l’esempio di una mail, che circola da un indirizzo all’altro, che propone ricette miracolose per evitare la malattia: «fare i gargarismi con una soluzione disinfettante» eliminerebbe la presenza del SARS-CoV-2 dalla gola; «bere qualche sorso d’acqua ogni quindici/venti minuti» permetterebbe di far discendere il virus nello stomaco dove l’acido gastrico potrebbe poi ucciderlo. Se la situazione non fosse così grave questi consigli quasi miracolosi potrebbero far sorridere. Per la ricerca in scienze sociali, invece, sono importanti indicatori dell’importanza della diffusione di false informazioni in tempo di crisi e permettono una messa in prospettiva storica.

Le Fake news nella storia

Donald Trump, contrariamente a quanto affermava nel 2017, pur essendo uno dei propagatori dell’espressione, non è in alcun modo l’inventore del concetto di Fake news. Infatti, la presenza di «notizie false» nella storia è plurisecolare ed esiste, sotto forme più o meno complesse, fin da quando l’uomo ha cominciato a vivere in società. Come premessa, soffermiamoci però un attimo sulla definizione del concetto. In francese, la traduzione usata più di frequente («notizie false») non è soddisfacente. In realtà, infatti, la trascrizione dall’inglese è sbagliata. Invece che tradurre «fake» con «falsa» si potrebbe utilizzare la parola «plasmata» o uno dei suoi sinonimi. Le espressioni «notizie plasmate» o «notizie falsificate» sono più pertinenti e, soprattutto, più trasparenti; indicano con chiarezza l’intenzionalità della manipolazione, fattore essenziale su cui ritorneremo più avanti.
Nella storia, quest’utilizzo della manipolazione da parte dei sistemi di informazione è presente fin dai racconti mitologici greci, pieni di tradimenti e menzogne utili a influire sulle azioni di dei o uomini. Nelle opere di Esiodo dell’VIII secolo a.C. appare la dea Apate, divinità dell’inganno, della falsità e della disonestà, figlia di Nyx, dea della notte e delle tenebre. Più avanti il concetto di falsificazione delle informazioni viene teorizzato esplicitamente nel IV secolo a.C. dallo stratega e generale cinese Sun Tzu nella sua opera l’Arte della guerra. Vi espone la necessità, in ambienti conflittuali o di guerra, della diffusione di notizie falsate, sapienti mescolanze tra bugie e verità, in un sottile equilibrio tra verosimiglianza e straordinarietà. In tempi più prossimi al nostro ci sono stati, in contesti spesso parossistici come quello attuale, numerosi episodi di eccessiva diffusione di informazioni falsate. Citiamo, ad esempio, il famosissimo Affaire Dreyfus, in cui i due schieramenti utilizzarono la stampa – di massa o politica – per cercare di manovrare l’opinione pubblica e, di riflesso, le autorità militari e civili. Successivamente, la Prima guerra mondiale si rivela il contesto perfetto perché «frottole» e «lavaggi del cervello» vengano utilizzati per influenzare le persone a fini patriottici. Vengono diffuse informazioni sbagliate per alimentare e mantenere la convinzione collettiva in un finale vittorioso e, dall’altra parte, si cerca di controllare con efficacia e severità le informazioni per limitare al massimo il disfattismo.
Manipolazioni e deformazioni delle informazioni sono frequenti anche nel campo della salute. Il corso della storia, soprattutto in occasione di carestie o epidemie, ne è costellato. Nel suo Trattato politico e medico sulla peste, nel 1721 il medico della facoltà di Montpellier François Ranchin propose un’analisi della pestilenza che aveva colpito la città nel biennio 1629-1630. Fin dalle prime pagine avverte circa la necessità di di fare attenzione ai «falsi rumori» che possono invadere le città che «sono già preoccupate per la peste». Bisogna evitare di «rimanere nell’incertezza» per «essere vigili al primo sospetto». Sono proprio questi sospetti ad essere, mezzo secolo dopo, all’origine della «Guerra delle farine», quando nel 1775 Brie, Beauce, Beauvaisis, Normandie, Picardie, Champagne e una parte dell’Ile-de-France sono percorse dalle agitazioni per le nuove leggi reali che deregolano il commercio dei cereali. I negozianti, i contadini e i rappresentanti del potere reale, di cui alcuni subiscono anche attacchi fisici, vengono percepiti come accaparratori e affamatori. Tre secoli dopo, di fronte all’impossibilità di determinare una causa tangibile, sono il fornaio di Pont-Saint-Esprit, la modernità agricola, le potenze straniere e anche il diavolo ad essere additati come l’origine dell’intossicazione alimentare che fa ammalare una parte considerevole della popolazione del dipartimento del Gard nell’estate del 1951.
Come le antenne 5G che, considerate responsabili della diffusione del Covid19, sono state incendiate nel Regno Unito nel 2020, lo straniero portatore di malattie nel Medioevo, il commerciante di grano in età moderna o il panettiere contemporaneo sono dei perfetti capri espiatori in un periodo di stress e paranoia collettiva.

Meccanica della menzogna

Fatta questa rapida carrellata retrospettiva bisogna ora esaminare il meccanismo di funzionamento della distorsione di informazioni nello spazio pubblico e – cosa a cui la scienza storica si interessa in modo particolare – come si innestino nel tessuto sociale e nei legami che ne derivano. A questo proposito, le informazioni manipolate funzionano come un virus: si inseriscono nel corpo sociale per destabilizzarlo, quando non distruggerlo, dall’interno. In questo senso possono essere messi in luce diversi fattori.
Il primo è la viralità dell’informazione. Tanto nell’Antichità quanto oggi, ciò che condiziona il processo di diffusione è la sua capacità di spostarsi attraverso lo spazio-tempo con un’intensità che cresce man mano che le innovazioni tecnologiche ne aumentano l’influenza. Il primo ingranaggio del procedimento risiede nelle relazioni interpersonali su scala ridotta. Le opere che hanno studiato il fenomeno nel Medioevo, in epoca moderna o contemporanea, testimoniano l’importanza della parola e della trasmissione «di bocca in bocca». In qualsiasi periodo, nelle frazioni, nei villaggi o nei quartieri urbani si spargono voci su chiunque, dal vicino di casa, al collega ad un personaggio pubblico. Con i progressi tecnologici dell’informazione le voci assumono una dimensione diversa: dai pamphlet sovversivi del XVI secolo e i libelli rivoluzionari a stampa, venduti a un soldo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ad Internet e agli smartphone alla fine del secolo successivo. Tutti questi nuovi supporti, che sono allo stesso tempo anche canali di diffusione, ampliano il campo d’azione delle informazioni falsificate accrescendo il loro pubblico e l’impatto che producono.
In questo senso i nuovi vettori d’informazione giocano un ruolo fondamentale nella registrazione più o meno duratura e più o meno profonda della notizia falsata, facendo da tramite o essendone direttamente alla base. «È vero perché un tizio l’ha detto» nel Medioevo si è trasformato in «è vero perché l’ho letto su internet» (o «su quel giornale») ai giorni nostri. Diventa allora necessario lo studio del ruolo di colui che diffonde l’informazione. Più il suo grado di legittimità e credibilità è socialmente elevato, più le sue facoltà di irraggiamento e diffusione saranno rilevanti. Così, il mezzo che viene utilizzato per diffondere false notizie porta sempre il sigillo della competenza o della vicinanza con i circoli di potere, in modo da dare più peso all’informazione: un professore dell’azienda ospedaliera francese nel caso delle mail che incoraggiano a bere acqua per lottare contro il Coronavirus; amici vicini alla coppia Pompidou in occasione dell’affare Markovic nel 1968-69[]. Il tono della confidenza o dell’esperto permette di far passare il messaggio dandogli maggior peso. Dal loro boom dopo gli attentati dell’11 settembre, i video cospirazionisti su Youtube abbondano di termini eruditi e tecnici e dichiarano tutti di basarsi su documenti ufficiali, spesso distorti. Ai loro tempi, gli scritti calunniatori dell’Antico regime l’uno o l’altro sovrano erano pieni di aneddoti ripetuti da qualcuno autodefinitosi di fiducia.
Alla fine, le notizie falsificate sono contemporaneamente specchi e creatori di immaginari sociali. Attraverso la cristallizzazione delle angosce collettive e la stigmatizzazione di facili obiettivi, rendono manifesta l’opinione pubblica provvedendo, al tempo stesso, a costruirla. La recente messa in discussione delle élite e delle opinioni degli esperti a cui viene opposto il buon senso popolare, associata alla facilità di accesso alla conoscenza e alla diffusione globale delle informazioni spiegano la moltiplicazione di esperti autoproclamatisi tali (soprattutto grazie all’effetto Dunning-Kruger) e l’ampliamento del fenomeno delle Fake news degli ultimi anni. Con meno intensità e potere di propagazione, ma con meccanismi simili, il fenomeno è lo stesso di epoche più lontane: ogni momento storico attraversato da problemi, crisi o sfiducia nel futuro vede la diffusione di notizie plasmate a tavolino. È vero, per esempio, nei periodi cardine, di fine regno o di fine secolo.

Un motore di e per la storia

In questo scenario, le «notizie falsate» si rivelano un fenomeno privilegiato per studiare una società, il suo funzionamento, le sue dinamiche relazionali e le sue convinzioni collettive o individuali. La moltiplicazione di notizie distorte sorte intorno al movimento dei gilets gialli in Francia nel 2018 è sintomatica quasi quanto il fenomeno stesso delle aspettative riposte su questo episodio dalla maggioranza della popolazione che si sente declassata, abbandonata e tradita. Come l’Affaire Dreyfus durante la Prima guerra mondiale o il racconto, ripetuto per decenni, del provvidenziale ritorno dopo la morte di Federico Barbarossa nel 1190, le notizie costruite a tavolino si rivelano importantissimi motori della storia. Oltre a costruire immaginari sociali, accelerano spesso il corso della storia stessa, modificando percorsi individuali o collettivi attraverso pressioni sia sulle decisioni di persone comuni sia su quelle dei governanti. È in questo senso che si rivelano essere particolarmente efficaci, spingendo individui o comunità all’eccesso (citiamo per esempio il caso Hautefaye nel 1870, che è stato doppiamente prodotto di notizie falsate, sia nel suo svolgimento – un traditore in tempo di guerra – poi nella leggenda – col cannibalismo[].
) o, al contrario, inducendo alla prudenza (emissari in tutte le città nei pressi di Montpellier che si pensava potessero essere state toccate dalla peste nel 1629).
In ogni caso, le notizie falsificate sono sempre frutto di un’intenzionalità e determinano delle conseguenze, attraverso percorsi spesso complessi che è importante capire ed imparare. La questione dell’intenzionalità è sempre la più delicata da affrontare. Ne è testimonianza la parola «Infox», che è apparsa per la prima volta qualche anno fa per indicare le notizie falsificate ma che non è del tutto appropriata. È formata dalla combinazione tra le parole «informazione» e «intox»[], e supporrebbe un’intenzionalità manifesta nell’origine e nella diffusione della notizia in questione: non è però sempre così. Gli studi fatti sulla diffusione di informazioni falsificate mostrano che spesso queste vengono trasmesse da persone in buona fede, indotte in errore da una fonte conosciuta o da una persona di fiducia. Quello che è certo è che la notizia, ad un certo punto del suo percorso di diffusione, viene sfruttata e manipolata volontariamente. Nata dalla confusione o da un malinteso, presto o tardi, ci saranno organismi di diffusione che la strumentalizzeranno. Oppure, creata fin dall’inizio con l’obiettivo di ingannare, si ritroverà ad essere diffusa da persone oneste. A tale riguardo, in campo biologico, la teoria di Lissenko illustra bene la complessità che si sviluppa tra manipolazione a vari livelli e la buona fede o la fiducia nel teso contesto di concorrenza geopolitica e ideologica internazionale intercorso tra il 1930 e il 1960. Le conseguenze possono essere più o meno drammatiche, ma sono sempre permanenti. Negli anni Trenta, per esempio, la marca americana di sigarette Cherstefield è stata colpita da una voce: uno dei suoi impiegati avrebbe contratto la peste. Le conseguenze di questa informazione inesatta, diffusa da quotidiani nazionali avidi di notizie sensazionali sono state immediate: le vendite sono crollate e la società ha impiegato quasi 10 anni prima di riuscire a riprendersi economicamente.
In definitiva, attraverso il suo lavoro di analisi e di decostruzione, il ruolo della storia in quanto scienza è riuscire a garantire razionalità di fronte ad un fenomeno di massa presente da secoli che gioca principalmente su molle affettive spesso negative (credulità, paura, invidia, gelosia, rifiuto). Ricollocando nel contesto sociopolitico, concretizzando i processi di diffusione ed evidenziando gli impatti del fenomeno, permette di comprenderne meglio le sfide, sia per le società passate che per quella contemporanea. Infatti, articolando il passato col presente, la parola dello storico frena il panico proprio dei periodi di tensione e di disagio sociale; imponendo una presa di distanza critica, propone uno sguardo più ampio e distaccato sulle crisi e le loro conseguenze (uomini provvidenziali, rimedi miracolosi, paure collettive, ecc.), laddove le informazioni falsificate giocano un ruolo da protagoniste da diversi millenni.

Linea di separazione
  1. Georges Pompidou, capo del governo francese, venne coinvolto in uno scandalo che sconvolse la Francia. Nell’ottobre ’68, a seguito del ritrovamento del corpo di Stefan Markovic, guardia del corpo, controfigura e assistente di Alain Delon vennero denunciati festini a luci rosse partecipati da personaggi del mondo dello spettacolo e della politica. Nonostante fosse stato insinuato che Pompidou ne fosse coinvolto e fosse stata scatenata una violenta campagna contro di lui, la magistratura accertò la sua estraneità ai fatti e nel giugno del 1969 venne eletto Presidente della Repubblica. []
  2. Con il “caso Hautefaye” si ricorda un dramma avvenuto nell’agosto 1870 ad una fiera nel villaggio della Dordogna di Hautefaye. Era passato appena un mese dallo scoppio della guerra franco-prussiana quando Alain de Monéys, giovane del posto sceso nelle strade del villaggio per partecipare alla fiera, venne picchiato, torturato ed infine bruciato vivo dalla folla. Tutto fu causato da un malinteso che fece scambiare Alain de Monéys per un prussiano, ma il carattere barbaro del dramma venne ulteriormente amplificato dalla dichiarazione di uno dei testimoni della tragedia, che sosteneva di aver sentito gli abitanti del villaggio esprimere l’intenzione di bruciare e mangiare la vittima. In sede di processo le accuse vennero poi ritirate, ma le voci di cannibalismo non si spensero [NdT]. []
  3. In italiano «bufala» [NdT]. []

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