ISSN: 2038-0925

Devenir historien-ne: post #36

Prosegue la partnership avviata con Devenir historien-ne, il blog di informazione storica di Émilien Ruiz, Assistant Professor in Digital History presso il Dipartimento di Storia di Sciences Po a Parigi. Questo mese proponiamo la traduzione del post «L’ostéométrie humaine appliquée à l’étude des pratiques militaires anciennes».

La traduzione e l’adattamento dal francese sono stati curati da Ludovica Lelli, curatrice della versione italiana della rubrica.

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L’osteometria umana applicata allo studio delle pratiche militari antiche
12 giugno 2016

di Clément Salviani

Durante la mia tesi di dottorato in archeologia intitolata «Armi, mestieri delle armi e armate in Italia centrale e meridionale, VI – III a.C.», ho scelto di orientare il mio studio su diverse grandi questioni: innanzitutto sulla tipologia dell’armamento ritrovato in diversi contesti archeologici (sepolture, santuari, insediamenti, campi di battaglia), poi sulle panoplie individuali che si possono isolare sulle le pratiche culturali, sociali ed economiche legate alla guerra (devozioni religiose particolari, formazione e riti d’iniziazione dei giovani, solidarietà militare, mercenariato, ecc…). Infine, poiché sia l’epoca classica che, soprattutto, quella ellenistica sono i momenti in cui emersero delle prime armate «professionali» della zona del Mediterraneo, la nozione di «mestiere delle armi» si è subito rivelata centrale nella mia riflessione: come avvenne, nell’Italia antica, la nascita di armate mercenarie che vendevano la loro forza bellica e la loro specializzazione militare ad altre entità politiche e militari in debito di soldati? Quali strutture di addestramento e quali vite hanno condotto queste migliaia di Sanniti, Lucani, Apuli, Britannici e altri Cartaginesi, Galli, Iberici a percorrere la penisola italiana tra gli anni 500 e 200 prima di Cristo?

Delle lacune documentarie e forti pregiudizi interpretativi: un cocktail rischioso

La domanda può sembrare senza risposta: sulla questione, quando si tratta di uscire dal punto di vista greco o romano, le fonti letterarie sono poche perché la maggior parte delle popolazioni summenzionate non scrivevano proprio, tanto meno letteratura sulla loro storia. Se talvolta disponiamo di qualche iscrizione la loro aridità è tale che per sfruttarle bisogna estrarre dal cilindro tesauri linguistici (e certe volte è comunque impossibile comprenderle con ragionevole certezza).
Tuttavia, il compito non è né vano né destinato ad andare incontro ad un’impasse: nell’Italia centrale e meridionale disponiamo di una documentazione archeologica ricchissima, soprattutto a proposito di sepolture contenenti armi deposte con il defunto (diverse centinaia [di sepolture] sono state oggetto di pubblicazioni e diverse migliaia giacciono ancora negli archivi museali in attesa di uno studio completo), di dipinti murali con rappresentazioni di guerra (in particolar modo a Paestum) o ancora di armi scoperte in un contesto votivo (offerte in un santuario). Il contesto più abbondante e significativo sembrerebbe essere da molto tempo quello funerario: infatti, la sepoltura è il solo luogo d’associazione diretta tra armamento ed individuo che potrebbe esserne il portatore, o possessore. Che l’arma sia direttamente indossata da un defunto (casco sulla testa, corazza, cintura attorno al bacino, schiniere sulle tibie) o deposta al suo fianco, spesso la presenza di un armamento all’interno di una tomba è stata considerata un segnale multiplo:

  • marcatore di genere: «il defunto è un uomo»;
  • marcatore di status: «il defunto fa parte dell’élite della società»;
  • marcatore d’attività: «il defunto è un guerriero».

Purtroppo, non è così semplice:

  • si conoscono numerose tombe di donne o bambini di genere non definito contenenti armi, dalla protostoria europea («principesse» celtiche o altro) a periodi più recenti (donne vichinghe del IX-X secolo d.C.). Da una parte, bisogna tener conto che le donne guerriere esistevano, oppure potrebbe trattarsi di regali da parte di una comunità di guerrieri vicini alle proprie famiglie; un bambino poteva poi essere inumato con delle armi: si tratterebbe di una proiezione del defunto, morto prima di poter diventare un guerriero, anche se magari non avrebbe mai percorso le campagne vestito di tutto punto in bronzo;
  • la «quantità di corredo funerario» non è un indicatore completamente affidabile della posizione sociale di un individuo: le politiche ed ideologie funerarie nelle società antiche non hanno niente di univoco, non tutte praticano l’ostentazione sistematica o, quantomeno, non sempre l’ostentazione definisce l’appartenenza all’apice della gerarchia sociale. Per dirla più semplicemente: la tomba non per forza rispecchia proporzionalmente la posizione o lo statuto personale del defunto. Non è quindi possibile ipotizzare una gradualità definita tra valore supposto del corredo funerario (no, non esiste un corso sui prezzi in vigore nelle aree più remote dell’Italia del 450 a.C.) e livello sociale raggiunto in vita dal defunto. Seguendo questo ragionamento, l’associazione «guerriero = élite» non è sempre così automatica, anche se spesso corretta e molto accattivante;
  • è spesso impossibile provare che un’arma offensiva in ferro sia stata effettivamente utilizzata, perché lo strato di corrosione ricopre completamente la superficie originale dell’oggetto cancellando, di fatto, qualsiasi traccia di usura. E, di fatto, esistono numerosi esempi nella storia di armamenti d’apparato, quantomeno sufficienti perché ci si possa porre la domanda;
  • così com’è, solo guardando un mucchietto d’ossa che costituiscono un corpo e qualche oggetto, è impossibile stabilire se l’individuo un giorno avesse effettivamente tenuto un’arma in mano, ancora meno si può dire se abbia impugnato le armi che sono deposte con lui.

Spesso si ha un cadavere, antico, di un individuo più o meno anziano e delle armi a fianco o sopra di lui. Fare il collegamento tra i due è una grande tentazione, ma se ci si accontenta di considerarlo come un dato di fatto senza prove e senza indicazioni precise si fa un primo errore di metodo. Questo consiste nel non considerare le differenti ideologie funerarie che avrebbero potuto lasciare le stesse tracce finali: «l’assenza della prova non significa mai la prova dell’assenza», ecco il mantra che guida l’archeologo che sul campo va alla ricerca di informazioni sul fatto sociale che sta analizzando (per esempio, dei funerali e le loro tracce materiali).

Ripensare il contesto funerario e i dati che esso fornisce: l’apporto dell’osteologia

Come in ogni altro campo, però, la scienza avanza. Da ormai qualche decennio, l’osteologia umana applicata ha fatto un’entrata rumorosa (è il caso di dirlo) in archeologia tra gli studi delle società antiche. Permettendo di identificare le antiche malattie, di caratterizzare meglio l’età, il sesso, i legami famigliare tra individui sulla base dei «caratteri discreti», l’accurato studio dei reperti ossei archeologici ha sconvolto ciò che veniva dato per scontato, soprattutto nell’archeologia funeraria. I campi di applicazione sono numerosi:

  • paleodemografia (lo studio della demografia antica);
  • paleopatologia (lo studio di tutte le alterazioni di salute delle popolazioni antiche, dall’artrosi alla meningite passando per i tratti genetici specifici);
  • selezione funeraria («chi è sepolto in quali proporzioni e quali quantità e che cosa può rivelare questo della società considerata?»);
  • studio delle morti violente e dei trattamenti sul corpo («l’individuo è stato scotennato dopo la sua morte»; «l’individuo ha visto il suo cuore prelevato tra una costola e l’altra utilizzando un coltello»; «l’individuo ha subito una trapanazione e le è sopravvissuto X anni»; «l’individuo ha avuto il viso scarnificato da uno strumento in selce»; ecc.).

Per tornare ai nostri antichi combattenti, una metodologia tipica dell’osteologia umana applicata all’archeologia è quella degli indici biomeccanici e la «CSG»: «cross-sectional geometry» (niente a che vedere con la fiscalità[]). Questo metodo si basa su dei presupposti storici, di cui potremo discutere in separata tesi, che sembrano solidi:

  • se la guerra nell’antichità era un’attività principalmente maschile, allora osserveremo un’usura ossea specifica e delle deformazioni «di genere», cioè che troveremo sugli scheletri degli uomini e non su quelli delle donne;
  • se la guerra era un’attività specifica e un mestiere completo, l’insieme di queste usure formeranno un sistema e non potranno che essere considerate nel loro insieme, invece che singolarmente;
  • la guerra si pratica quasi annualmente, dura molto tempo e colpisce la vita di chi utilizza le armi fin dal primo momento in cui viene formato per farla.

Al di là dei parametri storici, il metodo del CSG si basa sul fatto che se un individuo pratica effettivamente un maneggiamento regolare e intenso delle armi, sul suo scheletro si riscontreranno due tipologie di segni: dei traumi specifici legati ai combattimenti e delle patologie dovute alla durata. Tra le patologie derivanti dal tempo se ne ricorda una: la deformazione dell’omero destro. Infatti, la guerra dell’antichità (ma non solo) per diverse ragioni tattiche (portare lo scudo a sinistra per proteggere il vicino, organizzazione in falangi) privilegia il mantenimento dell’arma offensiva a destra (lancia, spada, giavellotto, sarissa, ecc.). Si può allora ragionevolmente pensare che dopo aver utilizzato per decenni una lancia o una spada con il braccio destro, sia in addestramento che in combattimento, un individuo soffrisse di «patologie da lavoro» che si riscontrano anche oggi in alcune tipologie di lavoratori. Analizzando nel particolare (con binoculare, MEB, radiografie) le ossa lunghe del braccio si identifica un sovrannumero di superfici articolari (l’osso si conforma progressivamente all’attività che genera choc e tensione articolare), delle entesopatiti e delle periostiti. Questa asimmetria omerale nell’uomo, rispetto agli omeri femminili, non avviene per caso: si tratta di analizzare una «popolazione funeraria» coerente, una necropoli alla volta. Ognuna traccia i contorni di una comunità di vivi che ha deciso di seppellire in un luogo per un periodo di tempo definito; una necropoli tumulare etrusca del VII secolo a.C. non può essere confrontata disinvoltamente con una necropoli celtica del III secolo a.C.: si rischierebbe di creare molta confusione.
Prendiamo allora l’insieme dei corpi archeologici a livello locale e tracciamo una carta d’identità della necropoli e delle patologie di genere: procederemo per tutti gli individui all’analisi della geometria dell’omero, poi confronteremo queste misure con degli «indici» di deformazione e rappresenteremo la correlazione in un grafico in 2 serie, uomini e donne. Possiamo anche filtrare queste asimmetrie omerali a seconda dell’età del defunto per vederne le evoluzioni durante la vita: a che età comincia a manifestarsi? A che età smette di evolversi? All’interno della stessa necropoli possiamo anche cercare di cogliere l’evoluzione dei nostri cari omeri nel tempo tenendo conto della datazione della tomba (ottenuta con una datazione al carbonio14 o grazie al corredo funerario) e analizzare se l’attività militare, supposta origine delle nostre asimmetrie omerali, si intensifichi o diminuisca attraverso le epoche. La maggior parte degli articoli recenti sulla questione constatano un diminuimento di queste patologie tra l’VIII e il III secolo a.C.; la conclusione che se ne può trarre ancora è dubbia:

  • Può darsi che ci siano più persone che vanno in guerra ma per meno tempo e più occasionalmente?
  • Si fa meno la guerra in generale?
  • Si tratta di un cambiamento più profondo nelle ideologie sociali e funerarie (allargamento della popolazione avente «diritto alla sepoltura», espansione delle élite e aumento della base reclutabile, o al contrario demilitarizzazione delle élite e «democratizzazione» della guerra)?
  • In questa diminuzione si osserva un effettivo calo progressivo di altre attività che lasciano le stesse tracce dell’impugnatura di un’arma (per esempio la caccia?), calo potenzialmente legato al miglioramento dei rendimenti agricoli?

Delle prospettive storiche attraenti

Al di là dei nostri omeri, il periodo storico considerato nella mia tesi vede un’evoluzione anche per quanto riguarda il calvario della guerra, ed è l’analisi della geometria delle ossa lunghe delle gambe che spero permetterà di quantificare la pratica della cavalleria e imitare l’associazione delle armi del defunto con la pratica del cavalcare per identificare meglio l’arte militare equestre, i suoi strumenti, le sue panoplie, le sue armi predilette e approcciare poi al meglio le tattiche e le scelte fatte dalle armate italiche antiche.
In breve, l’osteometria apre punti interrogativi quasi quanti ne chiude, ma sicuramente permette di confermare:

  • l’utilizzo sulla lunga durata di uno strumento «monomanuale» da parte del defunto e di evitare la definizione di «guerriero» per coloro che non presentano alcuna patologia asimmetrica;
  • la dimensione di genere di questa deformazione in relazione ad una popolazione funeraria che permette il confronto (uomini, donne, bambini);
  • le evoluzioni che queste deformazioni hanno avuto nel tempo, attraverso le età e le diverse classi sociali.

Il mestiere delle armi lascia quindi tracce che è opportuno (ri)esaminare alla luce degli apporti moderni dell’antropologia fisica e della paleopatologia: queste nuove metodologie, di cui la CSG fa parte, permettono di uscire dal mero studio dell’evento militare tipico della storiografia classica per interessarsi all’usura dei corpi dei «guerrieri», intesa come indicatore della loro attività senza vanificare, a volte in modo troppo azzardato, il suo senso sociale.

Bibliografia essenziale

Bibliografia essenziale

Per l’analisi biomeccanica

  • BROWN, James A., On mortuary analysis – with special reference to the Saxe-Binford research program, in BECK, Lane A. (ed.), Regional approaches to mortuary analysis, New York, Plenum Press, 1995, pp. 3-26.
  • CLAESSEN, Henri J. M., War and state formation: what is the connection?, in OTTO, Ton, THRANE, Henrik, VANDKILDE, Helle (eds), Warfare and Society. Archaeological and Social Anthropological Perspectives, Aarhus, Aarhus University Press, pp. 217-226.
  • MARCHI, Damiano, SPARACELLO, Vitale S., HOLT, Brigitte M., FORMICOLA, Vincenzo, «Biomechanical approach to the reconstruction of activity patterns in Neolithic western Liguria, Italy», in American Journal of Physical Anthropology, 131, 2006, pp. 447-455.
  • OTTERBEIN, Keith F., How war began, College Station, TAMU Press [Imprint] Texas A & M University Press, 2004

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Linea di separazione
  1. La battuta fa riferimento alla Contribution Sociale Généralisée, un’imposta creata nel 1991 con l’obiettivo di diversificare il finanziamento della protezione sociale in modo che non si basi unicamente sui contributi versati dai lavoratori dipendenti e dai datori di lavoro. La CSG è al momento l’imposta diretta più importante, davanti a quella sul reddito [NdT]. []

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