L’atelier de l’historien-ne: post #62
Riprende la pubblicazione dei post metodologici di Diacronie.
Questo terzo post dedicato alla ricerca genealogica è di Gianfrancesco Vecchio.
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di Gianfrancesco Vecchio
Il nome dei nonni
Se si dà un’occhiata all’albero genealogico della mia famiglia[1], non si potrà non notare che mia moglie, prima figlia, e la sorella seconda nata hanno, rispettivamente, lo stesso nome di battesimo della loro nonna paterna Elisabetta e della loro nonna materna Carmela, mentre i loro primi fratelli maschi (il sesto e il settimo nell’ordine dei figli) hanno lo stesso nome dei loro nonni, rispettivamente, paterno Nicodemo e materno Pasquale; io, invece, non porto il nome di alcuno dei miei nonni, perché sono il terzo di tre figli maschi. Il ricorrere dei medesimi nomi dei nonni con la stessa regola implicita si ritrova anche se guardiamo ai nostri zii, nonni, bisnonni e prozii e così via, mentre solo più sporadicamente si ritrova per i nostri nipoti e pronipoti e noi stessi abbiamo scelto liberamente i nomi dei nostri figli.
In una società solidamente patriarcale e tradizionale, come appare in quasi tutti i piccoli centri del Mezzogiorno almeno fino alla metà del secolo scorso, per i figli nati all’interno del matrimonio o comunque riconosciuti dal loro padre biologico, non solo non era neppure ipotizzabile un cognome diverso da quello paterno (come peraltro è stato normativamente previsto in tutta Italia senza possibili alternative fino a qualche anno fa[2]), ma anche il nome registrava una priorità paterna: i primi figli avevano quasi sempre, nell’ordine, i nomi dei nonni paterni e poi quelli dei nonni materni. Più precisamente, il primo figlio maschio (anche quando nasceva eventualmente come secondo o terzo figlio) e la prima figlia femmina avevano rispettivamente il nome del nonno e della nonna paterni, mentre il secondo figlio maschio e la seconda figlia femmina portavano, rispettivamente, il nome del nonno e della nonna materni.
Vi erano naturalmente eccezioni, ma quasi sempre spiegabili con le vicende delle nascite: per esempio, il figlio nato dopo la morte prematura del padre che lo aveva concepito prendeva spesso il nome di battesimo del padre medesimo; parimenti, se i figli battezzati nel pieno rispetto di questa tradizione di priorità dei nomi dei nonni morivano nella prima infanzia (si tenga conto che per molti anni la mortalità infantile fu particolarmente elevata), al primo figlio nato dopo tale morte precoce veniva dato lo stesso nome di quello defunto, interrompendo o riprendendo così la sequenza ordinaria. Così potrà capitare che in una famiglia in cui la nonna materna si chiami, per esempio, Caterina, sfogliando i registri delle nascite si trovino a distanza di due o tre anni l’una dall’altra, casomai inframmezzate da altre nascite, due o tre figlie con il nome di Caterina; solo verificando le annotazioni o certificazioni di morte potrete rilevare che le prime erano morte prematuramente.
Le famiglie del Sud: numero dei figli e altre caratteristiche
Nel Mezzogiorno d’Italia nel secolo XIX e nella gran parte del secolo XX le famiglie, soprattutto quelle contadine e più povere, erano quasi sempre molto numerose, anche senza tener conto dei tanti figli che purtroppo non superavano gli anni dell’infanzia. Quando i figli erano pochi spesso era solo perché le vicende della vita avevano reso più difficile avere un gran numero di figli. Molte volte si trattava indicativamente di una gravidanza ogni uno o due anni quasi per l’intera durata degli anni fertili della donna durante tutto il periodo in cui il coniuge era presente (interrotti quindi non solo dall’eventuale morte prematura di uno dei coniugi, ma anche da eventuali periodi di separazione per malattia, emigrazione, guerre, ecc.).
Mia moglie, per esempio, ha sei fra fratelli e sorelle, mentre io ne ho solo due probabilmente perché prima è stato male mio padre (ricoverato in sanatorio per tubercolosi) e poi mia madre, ammalatasi di cuore abbastanza giovane, ha evitato conseguentemente ulteriori gravidanze. La mamma di mia moglie aveva ben 7 fra fratelli e sorelle, mentre il padre di mia moglie aveva solo una sorella essendo suo padre morto a soli 27 anni e non essendosi sua madre risposata. Mia madre aveva 6 fra fratelli e sorelle, mentre mio padre solo un fratello e una sorella. Quando si risale più indietro nel tempo la ricostruzione completa dei nuclei famigliari non è sempre agevole. Comunque, mia nonna paterna aveva almeno 5 fra fratelli e sorelle, mentre sia la nonna paterna che il nonno materno di mia moglie avevano ciascuno almeno 7 fra sorelle e fratelli. Mio nonno paterno aveva almeno 6 fra fratelli e sorelle derivanti dai due successivi matrimoni di sua madre, oltre ai fratellastri derivanti dal primo matrimonio del secondo marito (anch’egli vedovo con figli) di sua madre.
Un’altra cosa che appare evidente, fino almeno alla metà del secolo scorso, è la grande rilevanza formale della famiglia basata sul matrimonio e l’assenza di parità di diritti fra figli legittimi e illegittimi. Quasi tutti gli atti di nascita recavano la dichiarazione del padre che comunicava la nascita del proprio figlio dalla sua “legittima” moglie con lui convivente, ovvero la dichiarazione di un terzo (spesso l’ostetrica o “levatrice” che aveva curato la nascita) che, con analogo tenore, faceva riferimento all’avvenuta nascita di un bambino o di una bambina dal padre e dalla sua “legittima moglie”. Diverso era invece il tenore delle dichiarazioni quando (e il caso non era infrequente all’epoca, nonostante il formale discredito e disvalore di tali “anomale” situazioni) il nascituro era di padre ignoto ovvero quando ignoti erano entrambi i genitori o comunque quando il padre era noto, ma la nascita era avvenuta al di fuori del matrimonio. Possiamo leggere sia tale frequenza che tale ritenuto disvalore nelle parole del fratello di mio zio, Orazio Campagna:
In uno stato di deprimente miseria, di sopraffazione, di ingiustizie sociali, di abbrutimento, anche il senso dell’onore, sani principi morali possono venir meno e può subentrare la rassegnazione al vizio o accettarlo passivamente. In tanto squallore, e fino agli anni Cinquanta, le nascite illegittime costituivano avvenimento normale, come documentano i registri anagrafici[3].
Bisognerà attendere il 1975, con il nuovo diritto di famiglia – Legge 19 maggio 1975, n. 51 –, per vedere finalmente una equiparazione di piena parità di diritti e doveri fra i figli nati all’interno e al di fuori del matrimonio; bisognerà poi attendere addirittura i giorni nostri – Legge 20 maggio 2016, n. 76 – per vedere un primo riconoscimento giuridico (e quindi la legittimità) di altre famiglie e unioni diverse dal legame costituito dal matrimonio religioso o civile.
Quanto all’età dei matrimoni, dal relativo registro anagrafico di Maierà del 1865 (che continueremo a utilizzare a titolo esclusivamente esemplificativo anche in alcuni dei paragrafi successivi) possiamo rilevare che in quel particolare anno e luogo l’età media degli sposi è 28 anni (in una gamma che va da 15 a 36 anni) e quella delle donne 25 anni (con una gamma da 17 a 51 anni). Si tenga conto che non stiamo parlando dell’età media del primo matrimonio in quanto dei 52 sposi considerati ben 7 (due uomini e cinque donne) sono vedovi in seconde o terze nozze. Crescere i figli da soli in quei tempi è, in tutta evidenza, molto difficile sia per un uomo che per una donna e, se il coniuge muore quando i figli sono ancora minori, è frequente che ci si risposi, spesso con un altro vedovo. La tendenza generale, come si deduce dai valori medi sopra indicati è che il primo matrimonio avvenga in giovane età[4] e che la sposa sia di due o tre anni più giovane dello sposo, ma anche su questo aspetto le eccezioni non sono infrequenti se si considera che sui ventisei matrimoni considerati ben sette riguardano uomini più giovani delle loro spose e talvolta anche con una differenza di età notevole.
La mortalità infantile
Partiamo da alcuni dati familiari, senza nessuna pretesa di attribuire a tali esemplificazioni alcun valore statistico. Se invece si volesse fare un raffronto con dati più affidabili e generalizzabili, si può ricorrere ai dati e alle serie storiche italiane che l’ISTAT raccoglie e pubblica in materia di mortalità infantile[5]:

Immagine 1: Tasso di mortalità sotto i cinque anni in Italia dal 1887 al 2011. Fonte: ISTAT, La mortalità dei bambini ieri e oggi in Italia.
Mia madre ha avuto almeno una sorella morta a pochi anni di vita e mio suocero almeno un fratello deceduto nell’infanzia. Anche nella famiglia della mia nonna paterna si è registrata almeno una morte infantile, mentre almeno due morti infantili si contano nella famiglia della mia nonna materna.
Anche ampliando il riferimento dai dati familiari a quelli più completi e oggettivi della mortalità rilevabile dai registri anagrafici in alcuni anni esemplificativi nelle località principali di tale storia familiare, il dato dell’estrema rilevanza della mortalità infantile nell’Ottocento appare più che confermato:
- Maierà: anno 1865, su 51 deceduti, ben 19 sono bambini; anno 1864, su 44 deceduti, 13 sono bambini; anno 1816, su 55 deceduti, 29 sono bambini;
- Laureana, anno 1863, su 99 deceduti, addirittura 68 sono bambini;
- Gallico: anno 1868, su 146 atti di morte, 74 sono di bambini e 72 di adulti.
- VECCHIO, Gianfrancesco, «Un’esperienza di ricerca genealogica 1. Ragioni, percorso e fonti», in Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, 5 febbraio 2026, URL: https://www.studistorici.com/2026/02/05/atelier-de-lhistorien-ne-post-60/ [consultato il 5 aprile 2026].[↩]
- La Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2014 ha invitato l’Italia a sanare la grave lacuna legislativa data dall’impossibilità per i genitori di attribuire ai figli, alla nascita, il cognome della madre anziché quello del padre. Con sentenza del 27 aprile 2022, la Corte Costituzionale ha previsto che i figli assumano il cognome di entrambi i genitori, nell’ordine da essi concordato.[↩]
- CAMPAGNA, Orazio, Storia di Majerà, Cosenza, Brenner, 1985, p. 69. [↩]
- A ulteriore conferma, relativamente agli usi e costumi di Maierà, in Ibidem, p. 59: «Il matrimonio fra la povera gente avveniva in giovane età. Avuta la possibilità dello scambio di qualche parola furtiva, si mandava l’“ambasciatore” a chiedere la mano della ragazza. Per l’occasione si stabiliva un termine per il matrimonio; si parlava della dote e si fissavano per il giovane i giorni e l’ora in cui poteva andare a casa di lei». [↩]
- La mortalità dei bambini ieri e oggi in Italia, ISTAT, URL: https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-mortalita-dei-bambini-ieri-e-oggi-in-italia-anni-1887-2011/ [consultato l’8 gennaio 2026].[↩]
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