L’atelier de l’historien-ne: post #64
Riprende la pubblicazione dei post metodologici di Diacronie.
Questo quinto post dedicato alla ricerca genealogica è di Gianfrancesco Vecchio.
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La Calabria è stata anche terra di brigantaggio e oggi è terra di ‘ndrangheta1: anche tali fenomeni hanno lasciato tracce nei registri anagrafici e nelle storie familiari.
Il brigantaggio è stato molto presente in quest’area geografica del Mezzogiorno d’Italia, sia nel periodo preunitario che in quello postunitario2. Non è stato solo una questione criminale. Per rimandare alla formazione culturale che la mia generazione ha ricevuto al riguardo, rimando al mio vecchio libro di testo delle scuole superiori: al riguardo recitava:
L’esclusione delle masse popolari dalla vita pubblica e quindi la loro indifferenza od ostilità verso lo Stato liberale dovevano costituire per lunghi decenni una delle più dolorose caratteristiche nazionali ed essere addirittura cagione non lieve di scarsa vitalità delle istituzioni liberali. Ma gravissima in particolare fu nei primi anni di vita del Regno d’Italia la reazione delle campagne meridionali, sfociata nel cosiddetto brigantaggio, rinnovante nell’ex Regno di Napoli i truci fasti del sanfedismo del 1799. […] Come il Sanfedismo del 1799, il brigantaggio meridionale era, in sostanza, un terribile episodio di lotta di classe fra i contadini e la borghesia paesana del Meridione3.
Nel periodo successivo e soprattutto nel secondo dopoguerra al fenomeno del brigantaggio subentra quello della criminalità organizzata di tipo mafioso. Al di là della successione cronologica e di qualche comune lontana radice, non si può semplificare troppo sostenendo che il fenomeno delle mafie meridionali in generale e, in Calabria, quello della ‘ndrangheta (nel cosentino tirrenico però è stato presente anche, e forse di più, quello della camorra, più tipico della Campania), siano solo la naturale evoluzione dei fenomeni di banditismo e del brigantaggio che per anni hanno imperversato negli stessi territori. Soprattutto a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso la criminalità organizzata di tipo mafioso ha perso ogni radicamento nella tradizione contadina e ogni malintesa connotazione di contropotere territoriale e popolare, per espandersi anche nelle aree più sviluppate del Centro-Nord e diventare una questione drammatica di grandi affari illeciti. Il traffico internazionale di droga e dei rifiuti, il controllo illecito degli appalti, il ricorso a ricatti, estorsioni, sequestri, delitti sempre più feroci, il soffocante controllo dell’economia del territorio, l’infiltrazione e la commistione nella cattiva politica e nella corruzione dell’amministrazione pubblica locale hanno avuto pesantissimi e negativi effetti sul territorio, sulla sicurezza dei cittadini, sulla possibilità di sviluppo e sana iniziativa economica4. Forse l’unico punto di persistente legame fra i due fenomeni è che, così come era già in modo più generalizzato per il brigantaggio, anche le attuali mafie trovano alimento, in questo caso per reclutare la manovalanza criminale, negli strati più poveri ed emarginati della popolazione. Ne consegue che l’intento di eradicare tali fenomeni non può essere affidato solo a meccanismi di repressione, ma anche a interventi di sostegno sociale ed economico dei territori interessati, volti a ridare speranza e futuro a tali segmenti di popolazione per sottrarli alle sirene dell’illusione di un riscatto fatto di guadagni facili conseguiti attraverso la sopraffazione gestita spesso per conto d’altri, nonché a una battaglia anche culturale per sostenere gli apparati dello Stato e l’azione giudiziaria nella lotta contro tutte le mafie.
Immagine 1: Mafie ed antimafia in libreria. Fonte: G. Vecchio. Riproduzione autorizzata dall’autore.
Entrambi i fenomeni, brigantaggio e mafia, se considerati anche assieme alla piaga del “delitto d’onore”5, nutrito dal medesimo retroterra culturale, valgono comunque a superare radicalmente, nella ricostruzione del mondo contadino calabrese degli ultimi duecentocinquanta anni, una narrazione tutta elegiaca di vita semplice e serena, dettata dai ritmi della natura e da tradizioni e antichi usi, mostrando invece quanto quella vita possa essere stata segnata anche da miseria, durezza, degrado e fenomeni di violenza criminale feroce e a tratti pervasiva.
Nella mia personale ricerca genealogica familiare6, non ho trovato parenti prossimi che risulta siano stati briganti o vittime di briganti né mafiosi o vittime di mafia. Sono però rimasto molto incuriosito di aver scoperto che un mio avo paterno di sesto grado, bracciante, è morto a cinquanta anni, nel 1815, nel carcere di Cosenza, dove era detenuto non so per quale reato7. In tale occasione, ho altrettanto casualmente trovato anche un paio di casi di deceduti nel carcere di Cosenza la cui attività anteriore a quella di detenuto era espressamente indicata come «brigante». Anche nella famiglia di mia moglie ho ritrovato in anni meno remoti qualche episodio di violenza criminale. Il marito di una sua zia venne ucciso nel 1951 alla guida di un’auto a noleggio poiché involontariamente coinvolto in una vicenda di “fuitina” (la fuga di una coppia di fidanzati che volendo sposarsi senza il consenso dei loro genitori mettevano questi di fronte al fatto compiuto) che si concluse tragicamente con la morte dello zio di mia moglie e il grave ferimento della fidanzata per mano del fidanzato. La donna aveva infatti tentato di ritornare sui propri passi e interrompere la fuga in corso, decisione che l’uomo non riusciva ad accettare. Ancora, alcuni lontani cugini furono uccisi nel 19908, forse solo perché si trovavano troppo vicini a episodi di violenza ed erano diventati testimoni dell’uccisione di un loro ancor più lontano parente coinvolto in una faida fra famiglie di ‘ndrangheta.
Ho quindi percepito che quello del brigantaggio, prima, e poi, comunque, quelli della criminalità e della violenza, potevano essere fenomeni personalmente noti e direttamente sentiti nell’ambiente in cui gli avi della mia famiglia hanno vissuto. Ho provato quindi a fare una ricerca un po’ più sistematica in alcuni dei registri dei defunti delle principali località della mia storia familiare (attualmente disponibili online9 per anni riferibili più al brigantaggio che all’odierna criminalità mafiosa) per verificare quanto la mortalità violenta fosse diffusa anche in quei piccoli e particolari territori.
1. Laureana di Borrello
Cominciamo da Laureana di Borrello, il paese di origine di mia moglie e della sua famiglia. Nel registro dei morti del 1809, a fronte di 53 defunti per i quali risulta accertata l’effettiva «morte naturale», ve ne sono 6 a luglio e 4 a ottobre che risultano deceduti per «morte violenta», fra cui un sacerdote e 6 espressamente qualificati come briganti. E ancora, a Stellitanone, allora comune autonomo e oggi frazione di Laureana di Borrello, nel registro dei morti del 1809, al numero d’ordine 7, risulta che «al dì 11 del mese di luglio dell’anno corrente alle ore ventitré è morto ucciso il brigante Giuseppe Scarmato, di anni ventiquattro, di professione bracciale, domiciliato come sopra». Così pure a Bellantone, oggi altra frazione di Laureana, sempre nei registri del 1809, su 24 deceduti, a fronte di 19 morti «nella sua propria casa», oppure «nella casa dei suoi genitori», senza alcuna specificazione della causa di morte, ve ne sono ben 5 che sono dichiarati come «morto ucciso».
Del brigantaggio locale nella zona di Laureana fra la fine del Settecento e i primi anni del Novecento parla anche il padre francescano Fedele Fonte raccontando episodi, personaggi, scontri e, in generale, descrivendolo così:
Nel Mezzogiorno è stato facile l’attecchimento del disordinato sistema brigantesco, poiché da noi più che altrove arrivarono al limite massimo di sopportabilità le ingiustizie sociali e i soprusi di stampo schiavistico e medievale.
(…)
Certo è che la frequente e vorticosa girandola politica in quel breve periodo in cui si videro Borboni, Giacobini, Sanfedisti, Borboni ancora, Napoleonidi e ancora Borboni non fece altro che soffiare aria rivoluzionaria nella truce vendetta di chi non sopportava affronti politici e morali, e gli affronti si pagavano col sangue.
(…)
L’apparire od il momentaneo ecclissamento del brigantaggio era periodico, secondo la forza della propaganda socio-politico-religiosa. Così apparve assai consistente nel periodo di lotta tra giacobini e sanfedisti, poi, dopo alcuni anni di silenzio, riprese a comparire nel decennio napoleonico, quando i contadini ed il popolo laureanesi rimasero delusi dalle promesse francesi e da facili interventi di quegli ufficiali nell’interno delle nostre case, dove con troppa tenerezza circuivano amorosamente le donne, arrivando a delle insolenze non mai sopportate dall’onore di ogni famiglia. E tante volte tra un periodo e l’altro perdurava l’odio feroce tra i diversi clan, che si spegneva con l’estinzione completa d’uno di essi, perché l’odio si sposava con la vendetta sanguinaria10.
2. Maierà
Passiamo poi al luogo di origine del mio nonno paterno, Maierà.
Nel registro comunale dei morti dell’anno 1811, consultato in parallelo al registro delle relative dichiarazioni di morte, su 65 defunti, ben 7 risultano deceduti presso il carcere di Cosenza. Le relative registrazioni nella località di origine Maierà, per trascrizione delle dichiarazioni originariamente ricevute dagli uffici anagrafici di Cosenza, sono comprese fra il 3 aprile 1811 e la fine del medesimo anno. Si tratta di giovani fra i 18 ed i 22 anni, uno solo di 38, tutti di estrazione contadina (bracciali, agricoltori, campagnoli), solo tre espressamente qualificati come briganti. Risultano entrati in carcere in due gruppi, di cui il primo il 30 dicembre 1810 e il secondo il 23 marzo 1811, e tutti deceduti pochi mesi dopo.
Considerato anche che non risultano simili annotazioni nei registri dei morti dell’anno precedente e dell’anno successivo, se ne può presumere che si sia trattato di due episodi di cattura da parte delle forze napoleoniche che operavano per reprimere il brigantaggio, seguiti quasi certamente dalla pena di morte applicata in carcere. Anche se nelle già menzionate dichiarazioni di morte non si fa alcun riferimento all’esecuzione di una condanna, ma solo all’ispezione dei relativi cadaveri, è difficile immaginare che persone così giovani siano morte in carcere quasi contestualmente in altro modo, dopo solo pochi mesi dal loro arresto. Sarebbe probabilmente interessante cercare altri riscontri di tali episodi di repressione del brigantaggio in diversa tipologia di documentazione (verbali di polizia, cronache locali, ecc.).
Della presenza del brigantaggio nelle montagne di Maierà nell’Ottocento parla comunque anche Orazio Campagna, storico locale e fratello di mio zio, secondo cui:
Per tutto l’Ottocento il tenore di vita della Comunità majerajota non ha subito rilevanti evoluzioni sociali, forse peggiorato rispetto all’amministrazione feudale, difatti si moltiplicò sfruttamento, brigantaggio, abigeato. Molti toponimi ci ricordano la permanenza di briganti sulle nostre montagne11.
Oltre quelli del 1811, un altro episodio di repressione del brigantaggio che sarebbe avvenuto fra il 1860 e il 1870 sembrerebbe in qualche modo collegato a Maierà; riferito questa volta non a briganti originari di Maierà morti nel carcere di Cosenza, ma a 7 briganti forse uccisi a Maierà o nelle vicinanze, non so se originari di Maierà o meno, e le cui teste tagliate sarebbero state esposte su pali come spesso avveniva all’epoca per ammonire ed intimidire le popolazioni locali che ai briganti davano assistenza e rifugio. L’episodio trova comunque oggi il suo ricordo a Maierà nell’opera di un artista locale, Angelo Aligia, come parte di un percorso dedicato alla poetica di Rocco Scotellaro, poeta lucano attivo nella politica e nella difesa dei diritti dei contadini del Sud. L’opera, intitolata Sempre nuova è l’alba, come già la poesia di Rocco Scotellaro che richiama, è costituita da cinque cilindri in cotto, disposti lungo il percorso, nei quali sono raffigurati i volti dei briganti uccisi12. Ma di quest’episodio non ho trovato alcuna traccia nei registri anagrafici dei defunti a Maierà, peraltro disponibili online solo parzialmente per quel periodo.
Sempre nuova è l’alba
Sempre nuova è l’alba
Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
Che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna –
l’oasi verde della triste speranza –
lindo conserva un guanciale di pietra….Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova13.Rocco Scotellaro
3. Gallico
Infine, facciamo riferimento alla località di origine della mia nonna paterna e di entrambi i miei nonni materni, Gallico.
Nei registri anagrafici di Gallico la dimensione del fenomeno del brigantaggio almeno in epoca napoleonica non è praticamente leggibile. I registri disponibili online sia per Gallico Inferiore che per Gallico Superiore dal 1809 al 1816 riportano con qualche isolata eccezione tutti morti «nella sua propria casa» e nessun riferimento a briganti o simili. Questo silenzio si può spiegare con il fatto che Gallico Inferiore è una località di mare (ma anche Gallico Superiore è poco distante dal mare) e i briganti della zona erano insediati nelle montagne fra l’Aspromonte e le Serre. Alle stesse conclusioni si arriva esaminando i registri dei defunti disponibili online per Gallico Superiore e Gallico Inferiore per gli anni fra il 1860 e il 1865, in cui la modulistica e la prassi locale non prevedono più l’indicazione del luogo di morte e delle eventuali cause diverse dalla morte naturale, ma comunque le altre indicazioni presenti non fanno individuare morti legate a fenomeni di brigantaggio, né comunque morti per fatti di violenza12.
Per rilevare invece, al di là dell’ambito familiare, l’entità degli omicidi di mafia nel secondo dopoguerra e, attraverso essi, l’accentuazione dei fenomeni di criminalità organizzata nelle già menzionate località, l’assenza di registri anagrafici online per quel periodo certamente non aiuta14. Bisognerebbe quindi affidarsi a fonti diverse oppure semplicemente alle cronache locali concernenti soprattutto le numerose e sanguinose faide che hanno caratterizzato alcuni degli anni in cui i delitti per mafia sono aumentati in modo esponenziale. Tali cronache evidenziano comunque una rilevante presenza del fenomeno mafioso sia nel Reggino che nella piana di Gioia Tauro, Laureana di Borrello compresa, per delitti la cui efferatezza ha spesso raggiunto anche le cronache nazionali15.
Non è certamente piacevole per chi, come me, ne è originario, che queste aree della Calabria, così come molte aree della Sicilia e della Campania, siano ormai associate nel senso comune alla presenza invadente della criminalità organizzata di stampo mafioso.
Al riguardo non ci resta che concludere con questa bella citazione di Giovanni Falcone, magistrato ucciso da Cosa Nostra assieme alla moglie e alla scorta il 23 maggio 1992, e assurto a simbolo condiviso della lotta alla mafia:
Ma certamente che c’è speranza. La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni16.
- Tra la fine del Settecento e l’unificazione italiana, la penisola fu attraversata da diverse forme di violenza politica, intrecciate tanto con la violenza criminale quanto con l’azione delle istituzioni deputate alla gestione dell’ordine pubblico. Si veda DI FIORE, Laura (a cura di), Violenza politica, violenza criminale, istituzioni. Il Mezzogiorno nello spazio italiano, Viella, Roma, 2026; CICONTE, Enzo, Borbonici, patrioti e criminali. L’altra storia del Risorgimento, Salerno, Roma, 2016. [↩]
- In riferimento soprattutto al brigantaggio postunitario nell’area del Cosentino si veda ARCHIVIO DI STATO DI COSENZA (revisione a cura di Anna Balsamo), Introduzione all’inventario del Fondo Prefettura Brigantaggio (1820-1895), pp. 2-7. URL: https://archiviodistatocosenza.cultura.gov.it/fileadmin/user_upload/ASCS_brigantaggio_Introduzione.pdf (consultato l’8 maggio 2026). Sul brigantaggio si può far riferimento a letteratura recente: TATASCIORE, Giulio (a cura di), Lo spettacolo del brigantaggio. Cultura visuale e circuiti mediatici fra Sette e Ottocento, Viella, Roma, 2022; ROMANO, Valentino, Filomena, la regina delle selve. Storia e storie delle donne del brigantaggio, Carocci, Roma, 2024. Per una sintesi del dibattito storiografico, si veda CALEFATI, Christopher, Il revival del brigantaggio meridionale. Tra storiografia e mitografia, in Pandora Rivista, 23 febbraio 2021. URL: https://www.pandorarivista.it/articoli/il-revival-del-brigantaggio-meridionale-tra-storiografia-e-mitografia/ (consultato l’8 maggio 2026). [↩]
- SPINI, Giorgio, Disegno storico della civiltà, vol. III, Cremonese, Roma, 1963 (X edizione), p. 236.[↩]
- Per un approfondimento delle questioni collegate al fenomeno mafioso si veda il numero monografico di Diacronie a cura di GRIFO, Marco, PIETRACOSTA, Fausto, Mafia e storiografia. Premesse culturali e prospettive attuali, N°39, 3|2019 Diacronie. Studi di Storia Contemporanea URL: < https://www.studistorici.com/2019/10/29/sommario-numero-39/ > [consultato il 7 marzo 2026]. Con particolare riferimento alla ‘ndrangeta, si rimanda a CICONTE, Enzo, ‘Ndrangheta, Soveria Mannelli, Rubettino, 2011. [↩]
- L’onore come causa giustificativa dell’omicidio e, in particolare, l’onore sessuale e famigliare intriso di maschilismo e sfociante nella violenza di genere, costituiva un modo di sentire e di esistere arcaico e patriarcale largamente diffuso soprattutto nella società meridionale, ma trovava anche riconoscimento formale e giuridico in tutta Italia fino all’abrogazione degli articoli 544 e 587 del Codice Penale a opera della legge 5 agosto 1981, n. 442, Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore (GU Serie Generale n.218 del 10-08-1981). I predetti articoli, con una grave discriminazione di genere, prevedevano, il primo, una pena ridotta (rispetto all’omicidio), per chi uccideva la moglie, la figlia, la sorella o i rispettivi amanti, sorpresi in «illegittima relazione carnale», nonché, il secondo, l’estinzione del reato di violenza sessuale in caso di «matrimonio riparatore», cioè se lo stupratore sposava la vittima. Sulla condizione giuridica della donna si vedano: GAROFALO, Giulia, La lunga storia del delitto d’onore, in “il Mulino, Rivista trimestrale di cultura e di politica” 1/2012, pp. 135-143; FILIPPINI, Nadia Maria, La “politica dei processi”. Agency delle donne contro la violenza dei tribunali negli anni Settanta, in Ateneo Veneto, CCXI, terza serie 23/I (2024), pp. 175-195. [↩]
- VECCHIO, Gianfrancesco, Un’esperienza di ricerca genealogica 1. Ragioni, percorso e fonti, in Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, 05 febbraio 2026, URL: http://www.studistorici.com/2026/02/05/atelier-de-lhistorien-ne-post-60/ [consultato il 7 marzo 2026]. [↩]
- Portale Antenati. Gli Archivi per la Ricerca Anagrafica, Registro: Registro 7. URL: https://antenati.cultura.gov.it/ark:/12657/an_ua35972004/5gZkbmG [consultato il 7 marzo 2026]. [↩]
- SERGI, Pantaleone, Erano sul trattore quando la lupara li ha falciati, in La Repubblica, 10 luglio 1990, URL: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/07/10/erano-sul-trattore-quando-la-lupara-li.html [consultato il 7 marzo 2026]. [↩]
- Cfr. Portale Antenati. Gli Archivi per la Ricerca Anagrafica, URL: < https://antenati.cultura.gov.it/ > [consultato il 4 aprile 2026].[↩]
- FONTE, Fedele, Laureana di Borrello, Chiaravalle Centrale, Frama Sud, 1983, pp. 335-343. [↩]
- CAMPAGNA, Orazio, Storia di Majerà, Cosenza, Brenner, 1985, p. 82. [↩]
- Cfr. CAFFO, Roberto, Maierà, il borgo sulla roccia in Calabria, Lo scrigno di Pandora, 15 novembre 2020. URL: https://www.scrignodipandora.it/maiera-il-borgo-sulla-roccia-in-calabria/ [consultato il 9 aprile 2026]. [↩]
- SCOTELLARO, Rocco, Sempre nuova è l’alba, in ID., È fatto giorno. 1940-1953, Milano, Mondadori, 1954. [↩]
- I registri anagrafici di Maierà pubblicati online arrivano per i defunti fino al 1910, quelli di Laureana fino al 1903 e solo quelli di Gallico fino al 1943, nessuno comunque agli anni del secondo dopoguerra. [↩]
- Cfr. Storia della ‘ndrangheta su Wikipedia.org, URL: https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_%27ndrangheta [consultato il 9 aprile 2026], nonché, ancora su Wikipedia.org, ‘Ndrangheta URL: https://it.wikipedia.org/wiki/’Ndrangheta [consultato il 9 aprile 2026]. Si riportano numerosi fatti di cronaca con i relativi riferimenti ai quotidiani o agli atti giudiziari che li hanno citati. In tali pagine web sono riportati, ad esempio, riferimenti a una sentenza della Corte d’Appello delle Calabrie del 1906 in cui si dimostra come elementi di una cosca proprio di Gallico attecchirono anche negli Stati Uniti, dove il capo Giovanni Costa viene definito «capo della mano nera». Inoltre si menziona la faida degli anni Novanta del secolo scorso che vide al suo centro proprio Laureana di Borrello e lo scontro tra le due fazioni locali, gli Albanese-Cutellè-Tassone e i Chindamo-Lamari-D’Agostino. [↩]
- La citazione, tratta da un’intervista di Gianfranco D’Anna a Giovanni Falcone, RaiTre, 30 agosto 1991, è riprodotta nella rivista settimanale online Internazionale, numero 950, 25 maggio 2012, URL: https://www.internazionale.it/opinione/giovanni-de-mauro/2012/05/24/speranza [consultato il 4 aprile 2026]. [↩]
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