ISSN: 2038-0925

Devenir historien-ne: post #6

Prosegue la partnership avviata con Devenir historien-ne, il blog di informazione sulla storia mantenuto da Émilien Ruiz, collaboratore di Diacronie. Questo mese proponiamo la traduzione del post «Où va l’histoire économique française?».

La traduzione e l’adattamento dal francese sono stati curati da Francesca Sanna ed Elisa Grandi.

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Dove va la storia economica francese?
31 ottobre 2012

di Émilien Ruiz

Come scriveva Bernard Lepetit nel 1989 a proposito della storia quantitativa1, dopo l’acme degli anni 1960-70, oggi la storia economica non è più alla moda. Lo conferma, ad esempio, la frequenza del termine nel database “Ngram” di Google (che bisogna tuttavia maneggiare con prudenza, come già ebbi occasione di scrivere all’epoca della sua apparizione):

Figura 1. Interrogazione della banca dati Google Ngram Viewer: http://goo.gl/RGDWZL

Un’ulteriore prova, ancor più aneddotica, ma assai eloquente, concerne la visibilità concessa alla pubblicazione di una recente raccolta, curata da Jean-Claude Daumas, L’histoire économique en mouvement2.

Nella libreria Gibert Joseph di Parigi, lo scaffale “storia economica” non si trova nella sezione “Storia” al terzo piano, ma in quella dell’economia e del diritto. Mi reco regolarmente nello spazio dedicato alla storia economica, ma è giocoforza constatare che il visitatore occasionale, interessato per esempio alla storia culturale (indicata in arancione nel grafico più sopra), ha molta più probabilità di incrociare casualmente le più recenti analisi sull’insegnamento della storia che quella di trovare l’opera di cui ci occupiamo.

Inoltre, anche se questa raccolta si trovava al terzo piano in settembre, essendo uscita il 30 luglio 2012, non era posta sul tavolo delle novità, ma vicino al pavimento, ai piedi di uno degli scaffali…

Figura 2. Collocazione dell’opera di Jean-Claude Daumas, L’histoire économique en mouvement,
nella libreria Gibert Joseph di Parigi

La storia economica in movimento: fra bilanci e prospettive

L’opera è però appassionante. L’idea di partenza nasce dalla constatazione di uno stato di indebolimento. Come spiega Jean-Claude Daumas nella prefazione:

«In ragione del constatato indebolimento e delle attuali difficoltà della storia economica nel nostro paese [Francia, ndt], la Direzione del Département des Sciences de l’Homme et de la Société du CNRS3 ha creato, nel maggio 2007, la Reseau Themathique Pluridisciplinaire (RTP) di storia economica, la quale ha come missione quella di attuare una revisione di questa branca del sapere storico e di favorire l’emergere di tematiche e forze nuove». (p. 13)4

L’opera L’histoire économique en mouvement è il risultato del lavoro del RTP: le discussioni, durate quattro anni, dei diversi rapporti sulla situazione della storia economica e un incontro internazionale “L’histoire économique vue d’ailleurs” tenutosi a Lione a ottobre 2010. Jean-Claude Daumas precisa subito che, data la natura personale delle opinioni di ogni autore, i testi prodotti possono apparire divergenti o contraddittori.

Per il curatore si tratta perciò «di far riflettere e alimentare la discussione» (p. 14). In effetti, partendo dal bilancio proposto nell’opera, l’obiettivo è quello di alimentare «la discussione collettiva necessaria per disegnare l’avvenire della storia economica» (p. 15).

Purtroppo, non dispongo del tempo che occorrerebbe per redigere una vera recensione critica dell’opera, ma mi è sembrato necessario farne una piccola segnalazione. Mi contenterò dunque di riportare qui la quarta di copertina, l’indice completo e citare i nuovi propositi di Jean-Claude Daumas: per «rivitalizzare la storia economica» (p. 42) arricchendo il tutto con qualche breve nota…

Presentazione del curatore

«Oggi in Francia la storia economica non gode più del prestigio che aveva al tempo di Braudel e Labrousse, ma lungi dall’essere rifugio di un manipolo di nostalgici, essa non cessa di rinnovarsi. Frutto di un’iniziativa del CNRS, questo libro di interroga sulla situazione attuale e sulle sue prospettive di sviluppo: peso delle eredità, crisi dei paradigmi, rapporti con gli altri settori della storia e delle discipline affini, lavori in corso e tematiche emergenti sono qui proposti dai migliori specialisti. Inoltre, fuori dalla Francia, l’opera porta a conoscenza i lavori che, a livello internazionale, stanno rinnovando la storia economica e rappresentano una sfida per gli storici francesi. Facendo giustizia di stereotipi riduttivi, essa mostra che la storia economica aiuta a pensare la complessità e, schiarendo il presente con il passato, contribuisce e rendere intellegibili i problemi del nostro tempo – dalle crisi finanziarie all’ascesa della Cina, passando per la scomparsa delle campagne o l’aumento delle disuguaglianze».

Indice dei contenuti

  • Prima parte: La storia economica in Francia oggi

Jean-Claude Daumas: «Dove va la storia economica oggi? Tendenze, problemi, proposte»; Mathieu Arnoux: «Sguardi retrospettivi»; Raymond Descat: «Un punto sulla storia economica dell’Antichià»; Laurent Feller: «Storia del Medioevo e storia economica»; Didier Terrier (con la collaborazione di Philippe Minard e Corine Maitte): «La storia del commercio e dell’industria all’epoca moderna: fra eredità e nuove piste»; Gérard Béaur: «Storia economica e storia delle campagne: il rinnovamento di un paradigma?»; Alain Chatriot et Claire Lemercier: «Istituzioni e storia economica»; Patrice Baubeau et Pierre Cyrille Hautcoeur: «La storia bancaria, monetaria e finanziaria francese dal 1980»; Jean-Claude Daumas: «La Business history alla francese: due o tre cose che conosco»; Claude Diebolt e Jean-Luc Demeulemeester: «Quo vadis? Quale futuro per la storia economica in Francia? Riflessioni e raccomandazioni di due economisti»; Michel Margairaz: «Storia economica e scienze sociali: alleanza, convivenza, confronto?»; Laurence Fontaine: «La storia economica e sociale: intorno ai cambiamenti e ai paradigmi»; Carlo Belfanti: «La storia economica italiana alla ricerca di nuova identità»; Youssef Cassis: «La storia economica francese vista da fuori».

  • Seconda parte: La storia economica vista da fuori

Kenneth Pommeranz: «Ripensare il cambiamento econmco di lunga durata: la Cina, l’Europa e la storia economica»; Peer Vries: «Un mondo di somiglianze sorprendenti»; Maxine Berg: «I secoli asiatici dell’Europa. Asia, lusso e nuovi approcci alla rivoluzione industriale»; Luciano Palermo: «Sviluppo e crisi in una economia pre-industriale: moneta e credito in Europa alla fine del Medioevo»; Rosa Congost: «I poveri possono arricchirsi? Un altro modo di interrogare la curva di Kuznets»; Morgan Kelly e Cormac Ó Gráda: «Popolazione e livello di vita nella lunga durata: la storia quantitativa si misura a Malthus».

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Come già detto, mi è impossibile qui proporre una vera recensione critica di un’opera tanto ricca. È un peccato, perché alcuni dei saggi sono appassionanti e meriterebbero un’attenzione ben più ampia di quella dei soli lettori interessati alla storia economica (penso in primis a Laurence Fontaine, autore di un magistrale L’économie morale5, il cui contributo permette di farsi un’idea delle principali trasformazioni epistemologiche della disciplina a partire dagli anni ’70; così anche Alain Chatriot et Claire Lemercier, che inscrivono la loro analisi sull’emergere di un interesse per le istituzioni, nell’ambito della storia economica, in un contesto interdisciplinare, che impone di prendere in considerazione tanto le trasformazioni del rapporto con le istituzioni intrattenuto da altre scienze sociali6, quanto una riflessione sulle questioni metodologiche di una rinnovata storia delle istituzioni7).

Rivitalizzare la storia economica?

Mi accontenterò dunque di riassumere qui i propositi del curatore dell’opera, relativi all’avvenire della storia economica, la maggior parte validi anche per l’insieme della disciplina storica.

1. «Ritrovare il senso del globale e del generale»

Jean-Claude Daumas afferma, malgrado gli evidenti apporti, una constatazione di fallimento della microstoria perché, secondo lui: «tutto procede come se la questione dell’articolazione dei livelli di analisi (non solamente macro e micro, ma anche i livelli intermedi) fosse stata sospesa e la sua soluzione procrastinata». Per il curatore dell’opera, si tratta dunque di meglio cogliere le dinamiche economiche globali non ritornando all’approccio macroscopico, ma oltrepassando le opposizioni fra «attori e strutture, individuo e società, micro e macro» (p. 44).

2. «Il riavvicinamento all’economia: una necessità» e 3. «Rendere più complesse le problematiche»

L’appello all’interdisciplinarietà non è una novità. Per Jean-Claude Daumas il riavvicinamento all’economia – attraverso il dialogo fra gli specialisti delle due discipline, i titolari di una doppia formazione possono allora servire da «ponti fra le due comunità scientifiche» (p. 45) – è una necessità per lo storico che cerca di affinare il suo questionario e di inscriverlo nelle riflessioni macroeconomiche che figurano «oggi nell’agenda della ricerca internazionale» (p. 44).

Inoltre, questo ancoraggio disciplinare implica di mantenere o rinforzare dei legami con altri approcci: quelli della storia sociale («originalità della storia economica francese», p. 46), quelli dei «tornanti culturali», i quali implicano di «prendere gli attori sul serio» attraverso l’analisi delle rappresentazioni, dei valori ecc. che fondano i loro comportamenti e le loro scelte (p. 47).

4. «Quantificazione e formazione sui metodi statistici»

Jean-Claude Daumas insiste su una presa di coscienza: «le illusioni, i fallimenti del passato non condannano l’uso dei metodi statistici, che possono costituire un grande aiuto». Secondo lui, non comprendere questo punto significa rischiare di ignorare gli oggetti la cui analisi presuppone uno «sforzo di quantificazione» e restare così a margine della riflessione internazionale, dove alcune scuole fanno del quantitativo un criterio di scientificità dell’analisi di storia economica (pp. 48-49).

Inoltre, la concomitanza di un certo disinteresse per la storia economica con una sorta di misconoscimento dell’approccio quantitativo è eloquente (penso anche che numerosi mutamenti storiografici recenti, dagli anni ’80-’90, possano essere compresi attraverso il rapporto degli storici non solo ai metodi, ma anche ai materiali quantitativi). E ancora, l’esempio è aneddotico, ma porta un buon indizio della situazione. La frequenza del termine “storia quantitativa” segue una curva assai simile – benché più accentuata – a quelle della “storia economica” dagli anni ’80:

Figura 4. Interrogazione della banca dati Google Ngram Viewer: http://goo.gl/jA8N3H

A questo proposito, mi permetto di ricordare che la lettura dell’opera di Claire Lemercier et Claire Zalc, Méthodes quantitatives pour l’historien, apparsa nel 2008, costituisce un prerequisito per tutti gli studenti che pensano di iscriversi al Master o al dottorato. Non si tratta di un manuale completo per apprendere a maneggiare le statistiche in storia, ma è un’introduzione che vi permetterà di conoscere meglio il campo delle possibilità e di non sbagliare se un giorno affronterete delle fonti la cui analisi guadagnerebbe dall’utilizzo del metodo quantitativo.

5. «L’orizzonte della storia globale»

Rilevando il profilo di una storiografia francese (non solamente economica) che combina «ripiegamento delle ricerche su soggetti franco-francesi e ignoranza delle storiografie straniere» (p. 50), Jean-Claude Daumas sottolinea l’importanza delle questioni poste, «tanto in termini di terreni, fonti, scale d’analisi e metodi – da questa storia transnazionale che rifiuta assolutamente l’eurocentrismo» (p. 51), affermando anche che questo approccio non dequalifica il procedere comparatista.

6. «Sguardo retrospettivo e riflessività critica»

In questa sezione, il curatore de L’histoire économique en mouvement sottolinea l’importanza di una lettura critica della storiografia economica e si appella a una «lucidità collettiva [che impone] che si smetta di prendere per oro colato il discorso che la disciplina ha costruito (e continua a costruire) su se stessa». Una riflessività che costituisce una «necessità per la salute intellettuale della storia economica» (p. 53).

7. «Creare una rivista plurale aperta al dibattito»

Per l’autore, la creazione di una rivista plurale, cioè che non sia rappresentativa di una sola scuola di storia economica, costituisce una «condizione indispensabile al riformarsi della storia economica, perché favorirebbe sia il coagulo della comunità sia l’emergere di tematiche e forze nuove» (p. 54).

8. Pubblicare in inglese: una necessità all’epoca della globalizzazione

La debole ricezione dei lavori francesi sulla scena storiografica internazionale conduce l’autore a considerare che, malgrado la buona rappresentanza degli storici francesi sulla scena internazionale, è necessario andare più lontano creando, ovviamente, le condizioni per un migliore apprendimento della lingua inglese da parte degli apprendisti storici e storiche, favorendo, per esempio, «i soggiorni all’estero dei dottorandi e post-doc» (p. 57).

9. Uscire dal ghetto accademico per partecipare al dibattito pubblico

Jean-Claude Daumas conclude le sue raccomandazioni (e l’introduzione dell’opera) con un appello ad un maggior intervento degli specialisti di storia economica nel dibattito pubblico. Non per renderli oggetti da palcoscenico, ma perché si articoli meglio «ricerca scientifica e presenza nella scena pubblica».

Secondo il curatore dell’opera, gli storici dell’economia non hanno investito abbastanza in un confronto «faccia a faccia con le questioni d’oggi», contrariamente a certi specialisti stranieri.

E, in tutto questo, il digitale?

Terminerò questa nota segnalando la questione della formazione degli apprendisti storici (economici e non) ad una cultura digitale comune qui totalmente assente. Si può biasimarlo in un contributo il cui obiettivo è in parte (qui riassunta) fare una lista delle sfide che lo storico economica dovrà affrontare nel futuro. In effetti, come ho potuto sottolineare altrove8, la presa di coscienza dell’importanza della formazione ai mezzi informatici e alle risorse digitali è a volte tarda… Pertanto, andando oltre, questa questione incontra perfettamente almeno due propositi. In primis il numero 4, perché lo sviluppo dei metodi quantitativi non potrebbe passare se non attraverso l’uso dei mezzi che oggi permettono di sviluppare la ricerca molto di più che in passato; poi il numero 5, perché la creazione di una rivista in questo tempo di crisi dell’editoria delle scienze umane e sociali non saprebbe affrontare la questione del digitale e dell’open access9.

Puntiamo allora sulla tavola rotonda organizzata da Frédéric Clavert et Claire Lemercier10, occasione della prossima Assemblea Generale dell’Associazione Francese di storia economica [che si è tenuta il 12 dicembre 2012, ndt], auspicando che permetterà agli specialisti di storia economica di prendere coscienza di queste sfide.

Linea di separazione
  1. LEPETIT, Bernard, L’histoire quantitative, deux ou trois choses que je sais d’elle, Histoire & Mesure, n°3-4, 1989, pp. 191-199. []
  2. DAUMAS, Jean-Claude, L’histoire économique en mouvement, entre héritages et renouvellements, Villeneuve d’Ascq, Presses universitaires du Septentrion, 2012, 405 p. []
  3. Intanto il dipartimento ha cambiato nome in “Institut des Sciences Humaines et sociales”, InSHS. []
  4. «C’est parce qu’elle faisait le constat de l’affaiblissement et des difficultés actuelles de l’histoire économique dans notre pays que la direction du 4 a créé, en mai 2007, le Réseau thématique pluridisciplinaire (RTP) d’histoire économique avec pour mission de faire un audit de cette branche du savoir historique et de favoriser l’émergence de thématiques et de forces nouvelles». []
  5. FONTAINE, Laurence, L’économie morale. Pauvreté, crédit et confiance dans l’Europe préindustrielle, Paris, Gallimard, coll. «NRF essais», 437 p. Per ulteriori informazioni, vedere le interviste online sul sito http://www.gallimard.fr e la recensione di Philippe Minard su La vie des idées. []
  6. Si prendono in considerazione i diversi “istituzionalismi” (in economia, scienze politiche e in sociologia economica), l’economia neo-istituzionale e l’economia della regolazione, la sociologia del diritto, per opposizione alla storia del diritto. []
  7. Sono così evocate le questioni poste dai livelli di analisi – temporali e spaziali – e dall’analisi critica delle fonti. []
  8. Mi permetto di rinviare a «Vers un socle commun de formation aux outils numériques?» e «Les historiens seront-ils finalement programmeurs?», pubblicati in La boîte à outils des historiens, così come all’articolo che ho scritto insieme a Franziska Heimburger: «Faire de l’histoire à l’ère numérique: retours d’expériences», in DELELANDE, Nicolas, VINCENT, Julien (dir.), «Le métier d’historien à l’ère numérique: nouveaux outils, nouvelle épistémologie?», Revue d’histoire moderne et contemporaine, n° 58-4bis, supplément 2011, pp. 70-89 – di cui esiste una versione aggiornata in inglese online: «Has the Historian’s craft gone digital? Some observations from France», in GRANDI, Elisa, PACI, Deborah, RUIZ, Émilien (a cura di), Digital History. La storia nell’era dell’accesso, Diacronie. Studi di storia contemporanea, n° 10, Giugno 2012. []
  9. Sulla questione, vedere DACOS, Marin, MUNIER, Pierre, L’édition électronique, Paris, La Découverte, 2010. []
  10. Si visitino i rispettivi siti Quanti-IHMC e Clavert.net. []

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