ISSN: 2038-0925

Devenir historien-ne: post #7

Prosegue la partnership avviata con Devenir historien-ne, il blog di informazione sulla storia mantenuto da Émilien Ruiz, collaboratore di Diacronie. Questo mese proponiamo la traduzione del post «Narrating Europe: un exercice de réflexivité» di Frédéric Clavert.

La traduzione e l’adattamento dal francese sono stati curati da Francesca Sanna ed Elisa Grandi.

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Narrating Europe: un esercizio riflessivo
12 novembre 2013

di Frédéric Clavert

Il testo che segue fa parte dei contributi di un seminario organizzato da Benoît Majerus per il Master di Storia dell’Europa Contemporanea all’Università del Lussemburgo. Il seminario si concentra sui differenti modi di narrare la storia d’Europa, invitando storici, museologi, “umanisti digitali” che lavorano sul tema.

Il testo è stato pubblicato contemporaneamente su Devenir historien-ne et sur h-europe.

Ego Histoire (1) – L’Europa in tutte le salse

Credo di non aver mai smesso di studiare l’Europa nel senso di “costruzione europea” da quando ero al liceo, più o meno all’età di 13-14 anni. Nella scuola francese, la storia generale si insegna a partire dai sei anni, e riguarda soprattutto la storia europea, anche se nei programmi più recenti troviamo un’apertura verso una storia più globale1.

Questo tipo di insegnamento della storia d’Europa è associato a quello della geografia dell’Europa. L’associazione fra storia e geografia nella scuola primaria e secondaria in Francia è particolarmente forte.

Proseguendo negli anni, il programma va precisandosi fino ad arrivare all’ultimo anno (“Terminale” in francese, caratterizzato da una predominanza delle materie scientifiche, ma con un programma di storia e geografia importante), in cui compare l’insegnamento della storia dell’integrazione europea e dell’Unione Europea nel senso di geografia umana.

A questo percorso classico, si aggiunge la questione dell’Alsazia. In Francia tutti considerano l’Alsazia-Lorena responsabile di tre guerre tra Francia e Germania (1870, Prima e Seconda Guerra Mondiale). Questo è completamente falso, ma è spesso vissuto in questo modo. La vicinanza con la Germania e l’amore-odio degli Alsaziani per la Germania e per la Francia, concede una risonanza particolare a questa regione che, ad ogni elezione, oscilla fra l’apertura all’Europa e il ripiegamento identitario alsaziano o francese. In breve, se l’Europa – sempre nel senso di “integrazione europea” – ha lasciato molti cittadini francesi indifferenti, non è stato così per l’Alsazia, tanto più che Strasburgo ha accolto molti organismi della nuova istituzione europea (Consiglio d’Europa, Corte Europea, Parlamento Europeo).

Quando cominciai i miei studi in Scienze Politiche a Strasburgo con la ferma intenzione di diventare giornalista politico, ero molto europeista, ripecchiando l’immagine della mia città e della mia regione natale.

Ego Histoire (2) – Studi e ricerche

L’insegnamento negli Instituts d’Études politiques francesi è diviso fra Diritto pubblico (francese, europeo, internazionale), economia, sociologia politica e storia. Una buona parte dei tre anni di studi è consacrata all’integrazione europea, sotto queste quattro chiavi di lettura.

Perciò, l’integrazione europea non è stata oggetto dei miei studi. Piuttosto, ho cercato di comprendere cosa sia successo durante le due guerre mondiali, vista la mia posizione di buon Alsaziano, la cui nonna, nata tedesca, è stata reintegrata con nazionalità francese e il cui nonno ha disertato l’esercito tedesco fuggendo ad Algeri.

Incontrando il mio futuro relatore, Sylvain Schirmann, ho cominciato a lavorare sulla politica francese fra il 1936 e il 1939 descritta dal giornale inglese The Economist. Questo orientamento alla storia delle relazioni economiche internazionali dell’Europa si è confermato negli anni del Master con lo studio della missione van Zeeland. Da lì, proseguii con una tesi su Hjalmar Schacht, incontrato al tempo delle mie prime ricerche: sono così passato dolcemente dalla Fancia alla Germania, ma conservando comunque un approccio “centrale”: l’organizzazione dell’economia, della finanza e della moneta nel continente europeo (cosa che toccava il cuore le ricerche del mio relatore).

Queste ricerche mi hanno portato a interessarmi alla questione dell’integrazione europea. Pur non avendo studiato direttamente la Seconda Guerra Mondiale, ne conosco le cause. Intendendo la storia dell’integrazione europea sostanzialmente come volontà di pace. Pace politica, ma anche economica e monetaria. È importante non dimenticarlo.

Fra il 1920 e il 1930 ci furono numerosi tentativi di pacificare l’Europa, che ci permettono di comprendere cosa può funzionare e cosa no. L’imperialismo del povero (la Francia nella prima metà degli anni Venti), della razza o di qualcos’altro non funziona. Iscrivere la vendetta in piani politici, economici, finanziari ha fallito miseramente. Aspirare alla dominazione militare o razziale ha portato ad una catastrofe senza precedenti. Tuttavia, i tentativi d’intesa politica si sono incagliati sullo scoglio dell’economia, della moneta e della finanza.

Quindi, quando si guarda ai tentativi di integrazione (pacifica) dell’Europa negli anni 1920-1930, ci si accorge che ciò che è maggormente riuscito riguarda l’ambito economico e, in misura minore, monetario. Economico o piuttosto industriale: per esempio i cartelli internazionali. Essendo in Lussemburgo, pensiamo in primis a quello dell’acciaio. In campo monetario, nel periodo infrabellico si istituzionalizza la cooperazione fra banche centrali, senza che questa sia formalmente istituita: i comitati economici e finanziari della Società delle Nazioni (SDN) vi giocano un ruolo importante. La fondazione della Banca per la regolamentazione internazionale (BRI), a Basilea, è un evento sottostimato, ma di grande importanza. I Presidenti delle banche centrali di numerosi paesi del mondo vi si incontrano una volta all’anno. Un numero più ristretto si riunisce tutti i mesi. Circolano numerose informazioni. Nell’ambito monetario la BRI riuscì in quel che la SDN fece parzialmente, almeno fino all’avvento della seconda Guerra Mondiale.

Come termine di paragone con le tecnologie di informazione di oggi, potrei dire che queste istituzioni furono possibili solo con l’espansione dei nuovi mezzi di comunicazione materiali (aereo) e immateriali (radio e in misura ben minore la televisione).

Le conclusioni che si possono trarre rapidamente dalle mie ricerche sul periodo tra le due guerre sono in relazione alla maniera in cui “racconto” l’Europa:

  • l’intesa fra Francia e Germania deve esistere;
  • questa intesa non può che essere esclusiva, soprattutto nelle relazioni col Regno Unito e l’URSS poi Russia;
  • la costruzione europea deve permettere di creare la pace in Europa;
  • la pace dev’essere globale: la costruzione europea deve essere solo politica ed economica.

Ego Histoire (3) – Il periodo dal 1989 al 2005

Questa visione dell’Europa, questo modo di narrarla, sono complessi. Il racconto che ne farò è molto più lineare della realtà.

1989-2005. Qual è il senso di queste date? Il 2005 si spiega da sé: è il fallimento del trattato costituzionale europeo, bocciato da Francesi e Olandesi. Ciò costituisce un’espressione del modo in cui si percepisce l’integrazione europea.

La pace è un dato di fatto. Spiegare l’esistenza dell’Europa come il risultato dell’anelito alla pace non è più sufficiente. Spiegare che l’Europa è il mercato unico non è più sufficiente. Una politica di livello europeo manca dalla zona euro dal 2008. Come colmare questa mancanza? Non ho risposte a questa domanda.

La pace è un dato di fatto? Si, sicuramente, dato che non abbiamo più conflitti in Europa occidentale dal 1945.

Tuttavia, c’è stato il 1989 e la caduta del Muro. E anche il discorso di Milosevic a Gazimestan, celebrando i 600 anni della battaglia del Kosovo persa dai Serbi contro gli Ottomani, Milosevic espresse apertamente le posizioni del nazionalismo serbo, riferendosi alla possibilità di ricorrere alle armi da parte di una nazione allora parte della Yugoslavia. Da quel discorso cominciò la guerra della Yugoslavia, un trauma per tutta l’Europa.

Come oggi la crisi dell’Euro, la guerra di Yugslavia mostrò le falle dell’Europa in senso lato: l’Unione Europea, allora appena nata dalla CEE, si rivelò impotente, perché i suoi membri non le diedero i mezzi per reagire. L’Ex-Yugoslavia dimostra oggi che se la cooperazione franco-tedesca non funziona, l’Europa non funziona: quando la Croazia fu riconosciuta dalla Germania, François Mitterrand mantenne un’attitudine ambigua verso la Serbia.

Il 1989 fu seguito da numerose agitazioni in Europa, che marcarono l’avvento dell’integrazone europea nell’opinione pubblica. Si parla del deficit democratico dell’UE. Si dovrebbe parlare di mancanza di legittimità democratica. Maastricht sollevò una vivace e piuttosto nuova opposizione alla costruzione europa, tale quale era stata fatta in Francia (referendum 1991). Anche altri paesi si opposero: la Norvegia, che rifiutò due volte l’unificazione, l’Irlanda, i Paesi Bassi, la Svezia, il Regno Unito e infine anche la Germania, anche se dirlo è tabù. Il periodo 1989-2005 mostra dunque il paradossi dell’Europa: il suo successo (la pace), non è stato totale (Yugoslavia) e ormai non le si dà più alcun peso (il mio argomento per il 2005, cioè parlare del duo franco-tedesco o della pace, non ha più alcun valore del dibattito pubblico all’alba di un voto europeo). Laddove invece l’Europa pone le sue fondamenta (l’economia), è rimessa in discussione da tutti i punti di vista (liberali contro l’eccessivo dirigismo, alcuni partiti per la mancanza di libertà per le Nazioni sovrane). Laddove infine l’Europa cercò di affermarsi fra il 1990 e il 2000, dovette far fronte alle proprie contraddizioni (l’euro) e ad una rotta totale (gli affari esteri).

Tutto ciò influenzò le mie ricerche. Nel 2008, quando cominciai a lavorare al CVCE di Lussemburgo, un collega di Strasburgo mi parlò di un programma di conferenze sulle opposizioni all’Europa ed acettai subito.

Il tema è stato completamente ignorato dagli storici. È affrontato in maniera strana dai giuristi e poco più dagli scienziati politici.

Così, dopo una serie di conferenze, ho legato il CVCE a questo progetto, cosa che mi ha permesso di registrare tutti i seminari e di coordinare (e quindi leggere i contributi giunti dall’intera Europa) il primo volume tratto da questo programma sulle opposizioni all’Europa.

Studiare le opposizioni all’Europa è molto interessante, perchè mostra le mancanza dell’Unione. Nello stesso anno, 2008, ho partecipato a un incontro sui 50 anni del congresso di La Haye. Nel 1948, molti europeisti si incontrarono a La Haye, a margine di un congresso convocato da Churchill. Il risultato concreto del congresso fu la creazione del Consiglio d’Europa, organismo oggi svuotato di competenze, ma allora importante nella questione dei Diritti dell’Uomo e dell’integrazione dei paesi dell’ex blocco comunista nel 1990. Tuttavia, a guardare le tre commissioni di La Haye (politica, economico-finanziaria, culturale), ci si accorge di un punto importante: la cultura.

Nel mio articolo sulle opposizioni all’euro, ciò che emerge è che gli economisti, incaricati di elaborare modelli matematici, risentono della propria provenienza. Manca una cultura comune: gli economisti tedeschi stimarono che l’euro non avrebbe potuto sopravvivere perchè non riposava sul modello alla tedesca, i Francesi che la moneta unica sarebbe stata troppo tedesca e poco francese. Nessuno si preoccupò di andare a vedere cosa ne pensassero gli altri.

Infine, torniamo alle fondamenta: l’Europa dalla cultura, quella di Denis de Rougement, in senso lato. Questa è la sola capace di realizzare la vera unità dell’Europa.

Ego Histoire (4) – La storia, il cittadino, il digitale

Questa nozione di Europa della cultura suscita il problema delle relazioni fra ricercatore e cittadini. Non mi ero interessato alla divulgazione prima del 2008. Per forza di cose, come ricercatore al CVCE ho dovuto interessarmene.

Come negli anni Trenta, siamo in momento importante. Non faccio riferimento alla crisi, ma ai nuovi mezzi di comunicazione e alla tecnologia dell’informazione, che cambiano tutto: la “società” (senza voler reificare questa nozione), la politica, l’economia, la moneta. E anche la cultura.

Il CVCE, come il progetto su cui sto lavorando ora, cercano di utilizzare il digitale in una prospettiva di divulgazione, negli Stati Uniti si direbbe Public History, cosa che ha il vantaggio di non apportare una connotazione negativa.

Non mi dilungherò oltre sul mio progetto attuale, cercherò di connetterlo a quel che ho detto più sopra. Sono stato assunto come ingegnere di ricerca per il LabEx “Scrivere una nuova storia d’Europa”. Questo LabEx, diretto da Éric Bussière (che ha lavorato sull’organizzazione economica e finanziaria del continenete europeo fra le due guerre) è partito dalla considerazione che la storiografia dell’integrazione europea è incapace di spiegare la crisi che attanaglia l’UE. Questa incapacità deve essere risolta con il ritorno alla storiografia della storia d’Europa. Quando lo scorso aprile (2013) ho chiesto di essere integrato al LabEx, non potevo che essere d’accordo con questa posizione, essendomi già interrogato sulle aspettative dei cittadini verso l’Europa. L’originalità del LabEx è di partire allora dai problemi odierni. Saranno messi in campo diversi strumenti: i più tradizionali (libri, convegni…) e i meno tradizionali per l’università francese: un’enciclopedia on line.

Quest’ultimo è un punto nevralgico di questa riflessione. Non ne scriverò in termini stretti, ma elaborandone il sistema di pubblicazione. Concettualmente, si tratta di indirizzare ad un pubblico variegato (professionisti e dirigenti, politici, economisti, ma anche insegnanti e cittadini interessati), valorizzando aspetti legati a problemi presenti e poco trattati. Non ci sarà – esempio sovente esposto da Éric Bussière – un contributo su Jean Monnet. Le voci – che ora non posso descrivere nel dettaglio essendo l’enciclopedia un progetto ancora embrionale2 – saranno elaborate dai gruppi di ricerca del LabEx secondo sette direttrici:

  • l’Europa come prodotto della civiltà materiale;
  • l’Europa in una epistemologia del politico;
  • l’umanismo europeo o costruzione «per sè», fra affermazione ecrisi identitarie;
  • l’Europa come «altro da sè»: frontiere, confinanti et alterità lontane;
  • l’Europa delle guerre e delle tracce di guerra;
  • genere e identità europeea
  • tradizioni nazionali, circolazione et identità nell’arte europea.

Mi sembra che questo coincida con quello che considero mancante in Europa: l’idea dell’altro, della sua storia e della sua identità. In breve, l’Europa attraverso la cultura.

Come diffondere l’enciclopedia, la sua logica, a un grande pubblico? Qui sta l’importanza di un’enciclopedia online. Le enciclopedie solo cartacee oggi vanno scomparendo. Non c’è altra strada per sopravvivere che il digitale, e la rete sembra adatta ad accogliere questo tipo di opere. Utilizzeremo tutti i mezzi offerti dal web per diffonderla e, in questo senso, fare Public History significa intervenire in scala magari ridotta ma comunque utile nelle relazioni dei cittadini con l’Europa: la diffusione sui social networks, la partecipazione al web “sematico” (linked open data) con l’inserimento dell’enciclopedia – previa approvazione del LabEx – in Europeana (che permetterebbe una diffusione dei metadati e un loro riutilizzo in altri progetti con conseguente ramificazione della diffusione), l’arricchimento delle voci.

Esistono numerosi progetti di “Digital Humanities” che oggi si interessano al grande pubblico, come il CVCE di Lussemburgo. Tuttavia la duplice preoccupazione di una ricerca molto approfondita, che associa diversi centri di ricerca di alto livello con un obiettivo di divulgazione, mi sembra piuttosto originale.

Prima di affrontare in dettaglio gli elementi digitali che concorrono a “raccontare l’Europa”, mi permetto un ritorno su ciò che ho appreso sin’ora sulle relazioni fra scienze storiche e digitale, senza la presunzione di essere esaustivo.

La scrittura della storia evolve con il digitale?

La scrittura della storia nell’era della carta era molto dipendente dai libri. Le scienze storiche di oggi sono ancora strutturate per la pubblicazione cartacea.

Per il lavoro quotidiano dello storico:

  • Inventario degli archivi cartacei;
  • annotazioni scritte su carta.

Per la scrittura storica:

  • stesura di articoli e libri.

Di conseguenza lo storico, anche se lavora “in rete” da molto tempo, lavora “in privato” per una certa parte della ricerca: quando è negli archivi e prende appunti, quando li riordina e quando ne fa un capitolo, un articolo o un libro.

Poi si apre una fase pubblica, dove lo storico non è più solo: deve considerare l’editore e tutta la catena della pubblicazione, deve difendere le sue ipotesi e il suo lavoro di fronte a un pubblico di colleghi suoi pari, ma più raramente davanti a un pubblico più vasto (generalmente su questioni come nel 1980 la tedesca “Historikerstreit”, o il dibattito pubblico sulla collaborazione e la resistenza in Francia nel 1990 intorno a Jean Moulin, François Mitterrand, o i coniugi Aubrac). Questi grandi dibattiti toccano per la maggior parte momenti dolorosi della memoria collettiva.

Con il progressivo avanzamento del digitale nel mondo della ricerca, il processo di “fabbricazione” della storia si è grandemente evoluto.

Nel passato, l’espansione del campo di ricerca delle scienze storiche da parte degli Annales mostrò che l’informazione storica era più abbondante di quel che si credeva. Dalla fine degli anni ‘50, gli storici si posero il problema della gestione di fonti sempre più numerose. E la questione si complicò ad ogni passaggio evolutivo del digitale: il passaggi alla micro-informatica e poi il caricamento in rete corrispondono ad una digitalizzazione dei dati senza precedenti.

L’informatica e la rete destrutturano completamente il modello di costruzione della storia, dato che rendono il libro sempre più caduco. Un libro, un capitolo, un articolo sono fatti per essere letti dalla prima all’ultima pagina e la loro struttura è semplice da padroneggiare sin dalla loro prima definizione (libro dal Rinascimento e articolo dal XVIII sec). Così anche per le pratiche di lettura: intima, lineare, senz’altra mediazione fra lettore e autore che il libro, nessuno o ridotto accesso alle fonti primarie da parte del lettore, anche se le note a piè di pagina teoricamente permettono di verificarle.

Scrivere la storia al tempo della rete è nettamente più compesso. In particolare per quel che riguarda:

  • la mediazione autore-lettore: è uno dei punti più complicati. Può essere completamente assente (accesso diretto alle fonti digitalizzate o nate digitali), o completamente nuova (uso degli strumenti ipertestuali, ad esempio);
  • le modalità di lettura: sono infinite, dato che il web è multidimensionale. Da quando Ted Nelson inventò l’ipertesto nel 1960, la lettura non è più lineare, ma sequenziale;
  • in associazione alla lettura, l’annotazione, che risale al Medioevo, diventa una pratica facile e coerente con gli strumenti del web;
  • i commenti: tecnicamente tutto quello che è sul web può essere commentato, da chiunque. La discussione, il dibattito attorno alle ipotesi su cui si fonda una pubblicazione è reso più animato, ma a volte più cacofonico.

In breve, la lettura digitale è tanto partecipe della costruzione della storia che lo storico stesso.

Di conseguenza la scrittura della storia si dipana oggi in funzione della lettura. Non che il libro non se ne occupasse, ma oggi i tipi di lettura sono molto più vari.

Un altro punto che sovverte la fabbrica della storia, è l’apertura della “bottega dello storico”. I blog, per esempio quelli di hypotheses.org, permettono allo storico di informarsi sulle pratiche che prima erano chiuse nel privato della ricerca personale. Ciò significa che il dibattito sulle ipotesi (non a caso la piattaforma si chiama hypothèses) inizia dall’origine della ricerca e si può intavolare sia con altri storici sia con un pubblico più largo, compresi gli attori stessi delle vicende storiche, nel caso della storia contemporanea.

Infine, terzo punto che cambia le scienze storiche, è loro digitalizzazione di fonti, risultati e dibattiti. Le fonti primarie e secondarie possono allora essere lette attraverso strumenti di analisi testuale, fogli di calcolo elettronico ecc. Questo permette, appunto, di maneggiare un’abbondanza di informazioni senza precedenti e consente di connettere potenzialmente tutto ciò che fanno e utilizzano gli storici. Ciò significa che le fonti utilizzate dai ricercatori e messe in rete devono essere pensate come delle banche dati che tutto il mondo può riutilizzare.

Quali sono le conseguenze per il modo di raccontare l’Europa? Ritorno qui alla mia esperienza.

Nel caso dell’enciclopedia del LabEx EHNE, ciò significa che tenteremo di giocare sull’ipertesto, a beneficio dei lettori. Concretamente, attraverso il Linked Open Data ( la capacità di collegare i dati fra loro) potremo arricchire le voci, facendo appello al contenuto di europeana e della Digital Public Library of America. Si tenterà inoltre di automatizzare questi link, sempre previa prova. Se le voci non avessero bisogno di ipertesti classici, saranno arricchiti con l’aggiunta automatica di fonti primarie, incitando il lettore ad approfondire. Questo arricchimento rientra nel quandro dell’ipertesto descritto da Nelson.

E rispetto all’autore? Si tratta di mollare un po’ la presa. Di rinunciare a controllare il processo di lettura del pubblico. E’ difficile, ma è la prassi del web. La rete favorisce il consenso e non l’autorità (cf. Le pagine di dibattito su Wikipedia). Sarà necessario privarsi di un po’ della propria autorità se si desidera partecipare all’elaborazione del consenso. Il rischio, altrimenti, e di tagliarsi fuori dal suo pubblico e di ingrandire il grande baratro fra il grande pubblico e il mondo accademico sulla storia e i suoi usi pubblici.

L’arricchimento va in una duplice direzione. Cercheremo di fare in modo che i metadati dell’enciclopedia siano “raccolti” da Europeana o dal motore di ricerca in scienze umane e sociali Isidoro, cosicchè i lettori possano, con un clic, inserire le loro annotazioni nei loro archivi bibliografici (Zotero, Mendeley). Di conseguenza, questi metadati saranno disponibili per altri lavori, arricchendoli e legandoli all’enciclopedia, per addensarla di contenuti.

Lo storico deve così mollare la presa sulla sua opera e accettare che i suoi scritti possando essere riutilizzati per fini che egli stesso non immaginava. Tuttavia, è questo il solo modo di fondersi nell’ambiente web e nel dibattito attorno dei vari soggetti.

Nel flusso di informazioni che circolano, l’enciclopedia sarà un mezzo per guidare il lettore e proporgli una scrematura delle troppo abbondanti informazioni e dirigerlo verso le fonti e gli scritti più pertinenti nel caso voglia documentarsi su una precisa questione.

Nel caso del CVCE, ciò che era disponibile su ena.lu è ora su cvce.eu. Si trattava di fare una selezione delle fonti primarie da destinare al grande pubblico. Il problema è la contraddizione fra ciò che il pubblico – insegnanti, studenti e ricercatori – desidera. I ricercatori non hanno bisogno di una pre-selezione delle fonti, perché hanno bisogno per la maggior parte di fonti primarie.

Da qui l’emergere di differenti pubblicazioni: corpus di ricerca, raccolte documentarie, che rispondono teoricamente ai bisogni dei ricercatori, ma anche dossier tematici, con dei documenti d’esempio su una questione data e un testo che ne sintetizza le conoscenze.

Il problema è la sostenibilità di questo tipo di scrittura della storia d’Europa. Non che questi tipi di pubblicazione non siano buoni, ma il problema è nei dettagli. I ricercatori vorrebbero non solo numerose fonti primarie, ma anche poterle scremare loro stessi secondo il loro lavoro: fogli excel, annotazioni, utilizzo dei loro scritti. Tutte cose che il modello attuale del CVCE non è ancora in grado di supportare. Alcuni sistemi come l’Old Bailey on line invece già lo permettono.

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In conclusione, oggi permangono ancora numerose incertezze sul modo di raccontare l’Europa e in senso più generale di fare la Storia. Fra le numerose piste esplorate, poche hanno avuto successo.

Per quel che mi riguarda, e per tornare alla maniera in cui il riercatore deve trattare il suo soggetto, si deve continuare a cercare un compromesso fra la pubblicazione tradizionale e quella digitale.

In sintesi, raccontare l’Europa oggi implica:

  • permettere al lettore di essere attivo, quindi di sottostare di meno al processo di costruzione della storia;
  • approfittare delle possibilità del web per arricchire i propri scritti;
  • utilizzare l’ipertesto, senza dimenticare che la lettura è oggi soprattutto sequenziale.

Il vantaggio di questo tipo di scrittura è moltiplicare il contatto con i lettori. Se si accetta la prova a volte difficile di esporsi al pubblico, la nostra narrazione della storia sarà più vicina al grande pubblico, senza compromettere le sue fondamenta scientifiche. Il rischio però è la cacofonia e l’uso inappropriato dei contenuti.

Tuttavia il caos, che sia reale o virtuale, è quasi una regola per l’Europa di oggi. Il digitale ben utilizzato può essere allora un rimedio. Da un certo punto di vista, è lo scopo dell’enciclopedia EHNE: utilizzare il digitale per colmare lo scarto fra gli storici, gli attori della costruzione europea e i cittadini nel mezzo.

Linea di separazione
  1. Un’apertura di fatto contestata. Si veda l’articolo di Pierre Nora: NORA, Pierre, « Difficile enseignement de l’histoire », Le Débat, 175, 2/2013, pp. 3-6. []
  2. [Sugli sviluppi del progetto menzionato, si veda il sito del progetto, http://www.labex-ehne.fr/, NdT] []

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