ISSN: 2038-0925

Devenir historien-ne: post #19

Prosegue la partnership avviata con Devenir historien-ne, il blog di informazione storica di Émilien Ruiz, Assistant Professor in Digital History presso il Dipartimento di Storia di Sciences Po a Parigi. Questo mese proponiamo la traduzione del post «Comment (et pourquoi) écrire un projet de recherche ?».

La traduzione e l’adattamento dal francese sono stati curati da Ludovica Lelli, curatrice della versione italiana della rubrica.

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La lunga durata: una storia senza storia?
1° dicembre 2014

di Claire Lemercier

La pubblicazione in Open Access (pubblicata anche dalla Cambridge University Press) del breve e pieno di slogan The History Manifesto di David Armitage e Jo Guldi online ha generato una vasta eco. Gli autori avevano precedentemente dato il via al dibattito presentando in numerosi seminari un testo ancora più breve in cui si parlava di un «ritorno della lunga durata» in prospettiva «anglo-americana». Qui difendevano la necessità di una collaborazione, presentata come del tutto naturale, tra lunga durata – soggetto «serio» tanto quanto la storia politica, economica e ambientale – e gli strumenti propri della storia digitale. Insieme ad altri colleghi mi è stato richiesto di dare un riscontro sul testo. Questo, pubblicato nelle Annales, sarà basato sulle sfide della storia digitale e sui problemi che il silenzio rispetto al rapporto con scienze sociali e le questioni di casualità pone. Inizialmente avevo pensato di proporre due ulteriori aggiunte all’articolo, più direttamente basate su un lavoro empirico che avrebbe rimesso in discussione due elementi centrali della dimostrazione di Armitage e Guldi: l’idea stessa di un declino della lunga durata (che loro attribuiscono al fatto che si trova nel mirino della micro-storia) e quella di un’associazione tra lunga durata e pubblico non necessariamente limitato agli storici di professione.

D. Armitage e J. Guldi contraddetti dai loro stessi dati

È vero, come affermano Armitage e Guldi – benché non offrano una datazione precisa che nei lavori di carattere storico la «lunga durata» ha conosciuto un recente declino? Alla prima lettura del loro testo ho avuto l’impressione che tutto ruotasse intorno ad un unico punto su cui loro avanzavano, a sostegno, un argomento empirico (basato su e avvalorato da una grande quantità di dati). In effetti, è un po’ ironico che il punto principale della loro lunga dimostrazione si fondi proprio su citazioni puntuali di testi distribuiti solamente nell’arco cronologico di qualche decennio. In realtà, un veloce controllo sulla fonte di cui si sono serviti per discutere delle tesi americane mi ha non solo mostrato i limiti della base dati utilizzata, ma anche la loro errata interpretazione.
Per riferirsi al dominio delle «scale temporali biologiche comprese tra cinque e cinquant’anni» citano un’inchiesta su 8.000 tesi di storia scritte negli Stati Uniti a partire dal 1880. In realtà, tra l’altro, questo studio non suffraga la loro tesi: lo stesso autore scrive, in grassetto, che «i periodi coperti dagli storici si sono allungati», in particolare dal 1965 circa. In quel momento la mediana, ben più pertinente in caso di dati di questo tipo che la media (utilizzata da Armitage e Guldi), era scesa a 20 anni, laddove dal 1890 fluttuava (rispetto al limitato numero di tesi considerate) tra i 20 e i 30 anni. Viceversa, dagli anni Settanta, un aumento regolare ha portato a sorpassare i 70 anni.


Grafico tratto da: SCHMIDT, Benjamin, « What Years Do Historians Write About ? », Sapping Attention, 9 maggio 2013.

Come per qualsiasi altra quantificazione, in storia, sarebbe molto più interessante non accontentarsi di una tendenza generale ed esplorare la diversità, manifestamente molto forte, di questi periodi indagati dalle tesi americane. La maggior parte di quelle scritte tra gli anni Sessanta e il 1995 coprono tra i 5 e i 100 anni, la maggior parte di quelle più recenti, invece, tra i 10 e i 500 anni: si può facilmente osservare un’inflessione dei valori estremi, ma anche una rappresentazione ben distribuita di tutto quello che vi è in mezzo. Per andare oltre bisognerebbe mettere in relazione la durata coperta con il periodo trattato, i temi o i metodi: ciò permetterebbe di discutere meglio le affermazioni di Armitage e Guldi basate sulle affinità tra corta durata e micro-storia e temi del quotidiano in opposizione a questioni politiche, economiche o ambientali. In ogni caso, non è vero né che negli Stati Uniti la lunga durata abbia conosciuto una prima età dell’oro «durante i primi anni della professione», o all’epoca di Braudel (le due idee proposte dagli autori, in ogni caso parecchio diverse), né che vi sia stato un declino dopo.

Nel momento in cui ho fatto questa constatazione avevo già cominciato a cercare degli elementi empirici sulla Francia. In effetti, Armitage e Guldi rivendicano una prospettiva «anglo-americana» (un po’ nebulosa, comunque, in un periodo in cui i ricercatori del mondo intero scrivono in inglese e dove i sistemi universitari britannici e americani risultano essere così diversi). È senza dubbio il solo elemento relativamente modesto del loro testo, che potrebbe sembrare un invito a presentare altre «prospettive». Ho quindi cercato di tracciare un confronto con la Francia, per riflettere sulla possibile generalizzazione delle loro affermazioni.
L’ho fatto impiegando una scala ridotta rispetto a quella di Schmidt (grafico sopra), ma a partire da dati più solidi e più ricchi quanto a possibilità d’interpretazione secondo la tradizione di storia quantitativa che difendo 1. Questo lavoro, ovviamente, per quanto riguarda l’accesso ai dati e al loro trattamento dipende dal computer e, come quello che citano Armitage e Guldi, rimane limitato ed esplorativo. Io, però, non ho scelto di estrarre automaticamente delle date da un corpus enorme ma ho fatto riferimento a una base dati più ristretta e ad un codice manuale. Questo ha il vantaggio di prendere in considerazione sia le durate formulate come intervalli (per esempio 1939-1945) che quelle riportate sottoforma di secoli o di altre denominazioni, come «Ancien régime», «Seconda Repubblica», o «epoca coloniale». È una procedura leggermente più laboriosa ma cruciale, visto l’argomento di cui ci occupiamo: non è solo questione di precisione. Emerge infatti come una buona parte dei titoli di tesi e articoli che rinviano a durate più lunghe di un secolo (che chiamerò per comodità «lunga durata») non contengono nessuna data (né menzione del secolo): nei trattamenti automatici, quindi, non risultano, portando così a sottostimare la durata coperta dalle tesi. Abbastanza logicamente, quando si trattano tre secoli, è raro che li si formuli come «1421-1743»: molto più spesso si utilizzano formule più generali come «epoca moderna». Inoltre, ho cercato di rapportare la durata anche ad altre variabili, per cercare di capire da dove venissero i valori assoluti.

Le tesi francesi di storia moderna e contemporanea: lavori pluridecennali

Cominciamo quindi dalle tesi. Non ho voluto lanciarmi in un lavoro retrospettivo, ma mi sono accontentata di una fotografia molto recente, da un punto di vista istituzionale, il Consiglio nazionale delle Università (CNU) 2. La sezione di questo organo accorpa la storia moderna e contemporanea con la storia dell’arte e la musicologia dello stesso periodo (in questi ambiti le tesi sono decisamente poco numerose e sufficientemente affini alla storia da non modificare troppo le mie analisi precedenti anche se, essendo spesso biografiche, frequentemente rischiano di coprire meno di un secolo). Coloro che desiderano fare domanda alle Università francesi devono inviare la propria tesi al CNU e benché non sia la totalità, vi si ritrova una gran parte delle tesi sostenute; alcune non in storia ma comunque di interesse per la disciplina.
Un archivio del 2014, fattomi gentilmente conoscere da un collega, mi ha permesso di dedurre direttamente dal titolo (in 545 casi su 586) il lasso di tempo coperto dalla tesi, la data d’inizio del periodo preso in esame e di mettere questi elementi in relazione con l’università in cui la tesi è stata sostenuta (al prezzo di numerosissime ricodifiche), oltre la data di discussione (che permette di constatare come le tesi del 2013 non differiscano in niente, per quello che ci riguarda, dalle tesi più vecchie inviate per diverse ragioni al CNU nel 2014).


Qualche titolo di tesi che, pur coprendo una lunga durata, non indica estremi cronologici come limiti – sotto la forma in cui sono arrivati al mio computer.

Si può constatare che il 20% delle tesi prendono in esame un periodo inferiore a 20 anni, un po’ più della metà copre da una ventina d’anni a un secolo mentre il restante 25% si divide egualmente tra tesi che trattano circa un secolo e lavori che fanno riferimento a un lasso di tempo più lungo. Se si restringe l’analisi sulle tre istituzioni francesi che inviano la maggior parte delle tesi di storia moderna e contemporanea al CNU (le università di Paris 1, Paris 4 e l’EHESS) e che hanno incarnato delle modalità di fare storia un po’ diverse dalle altre, si può notare come la ripartizione sia identica in ognuna di esse. Le tesi che coprono meno di 20 anni sono quasi tutte di storia contemporanea, ma non focalizzate, come si potrebbe pensare per esempio, sulle guerre mondiali: il XIX secolo è rappresentato sia come secolo di rivoluzioni che come centro prolifico di storia culturale su diverse opere e sulla loro ricezione. La storia che maggiormente domina la corta durata è quella politica. Le tesi che esaminano un arco di tempo superiore ai cento anni, invece, a volte coprono il XIX e il XX secolo (12 casi su 73), ma più spesso in epoca moderna – o del Medioevo– pur superando raramente due secoli. Ben lontane dai clichés spesso associati alla lunga durata (storia economica o sociale, o storia delle mentalità), le tesi sembrano coprire tutte le tematiche immaginabili: dal clima alle relazioni sociali, dall’architettura alla giustizia, dalla medicina al ruolo delle regine.

Annales et Revue historique: delle preferenze immutabili in termini di lunga e corta durata

Non si tratta che di un’istantanea dei soggetti scelti negli anni 2000. È possibile che nel passato siano state privilegiate durate più corte o più lunghe. Per affrontare la questione della diacronia, cruciale per Armitage e Guldi, si può cambiare punto d’osservazione e approfittare di un lavoro in corso di Paul-André Rosental e Marie Thébaud-Sorger sugli articoli pubblicati sulle Annales ESC, HSS e sulla Revue historique dagli anni Sessanta. Per il momento la base dei dati tratta solo gli anni 1964-1966, 1974-1976, 1984, 1994 e 2004 per le Annales e solamente gli anni che finiscono in « 4 » per la Revue historique, ma prende comunque in considerazione già 655 articoli (tra cui qualche lunga recensione), che sono stati descritti (autore, lunghezza, presenza d’illustrazioni, ecc, oltre che una codifica di corta durata secondo i principi precedenti) e parzialmente copiati e incollati in parte per poter prestare le loro introduzioni e conclusioni ad un’analisi linguistica – processo lungo e complicato, perché questi articoli sono disponibili online in diversi formati, più o meno adatti a questa operazione 3. Per quello che ci riguarda questo corpus offre quattro insegnamenti importanti.
Per cominciare, non è riscontrabile alcuna evoluzione nel tempo per quello che riguarda le durate oggetto delle analisi degli articoli di ogni rivista, questo nonostante il fatto che le stesse abbiano parallelamente cambiato molto i loro centri d’interesse o gli approcci privilegiati: le percentuali per ciascuna durata si collocano esattamente nelle stesse fasce.


Sintesi dei risultati incrociando riviste (per data di pubblicazione) e arco cronologico preso in esame dagli articoli.

Lo studio del vocabolario delle introduzioni e delle conclusioni sottolinea, per quanto riguarda gli Annales, l’ampiezza di altri cambiamenti storiografici.

Si tratta di una cronologia di lavori empirici e non di dichiarazioni storiografiche: queste ultime sono spesso anteriori, nonostante Armitage e Guldi lo dimentichino. Nelle Annales, una corrente di articoli più teorici e/o riguardanti le scienze e la letteratura (temi a cui è spesso impossibile associare una durata) è presente regolarmente dal 1974 al 1994. Tra il 1964 e il 1976 possiamo anche distinguere, con un vocabolario differente, un gruppo di articoli che riflettono esplicitamente sulla storiografia. In questo campione di introduzioni e conclusioni, quello da cui generalmente le Annales sono caratterizzati – storia economica e sociale, soprattutto rurale, industriale e demografica – appare all’interno di un lessico a parte, presente in modo particolare tra 1964-1966 e nel 1984, nettamente inferiore tra 1974-1976, 1994, e 2004. Gli articoli pubblicati nel 1994 e nel 2004 utilizzano delle terminologie nettamente più politiche, che si avvicinano a quelle della Revue historique (che nei decenni sembrerebbe non essere mai veramente soggetta a un mutamento). Quello che emerge in questo caso è la netta evoluzione storiografica delle Annales, marcata nel linguaggio e che non sembrerebbe invece da correlare in nessuna misura alle durate prese in esame negli articoli, che non cambiano mai.

Le classi di vocabolario identificate da IRaMuTeQ

Terzo dato di fatto: queste durate sono differenti da quelle affrontante nelle tesi. Gli articoli non privilegiano la trattazione di qualche decennio (un articolo su sei nelle Annales, un terzo nella Revue historique) che è invece tipica della maggioranza delle tesi. Sarebbe interessante studiare questo processo perché, nel momento in cui traiamo un articolo da una tesi o ci lanciamo in ricerche ulteriori, sembrerebbe portarci ad estendere o restringere il periodo di riferimento a seconda della rivista.
Infatti, ed è l’ultimo punto significativo, tra le due riviste esiste un contrasto perdurante: le Annales lasciano più spazio per la lunga durata, la Revue historique invece prevalentemente ad articoli relativi ad eventi specifici. Se questa sfumatura è ben lontana dall’essere una regola assoluta, un reale effetto hanno invece le diverse dichiarazioni storiografiche. Non tutti gli articoli delle Annales coprono un secolo o più di storia, ma la metà lo fa, e un terzo supera i cento anni. Non tutti gli articoli della Revue historique si focalizzano su un unico evento, ma i due terzi coprono meno di un secolo, più del 40% copre meno di venti anni e circa un quarto si occupa di un anno solo o addirittura di un periodo minore. Senza dubbio parte delle ragioni di questa differenza si ritrovano nella preferenza, da parte della Revue historique, di occuparsi di periodi più recenti, ma questo non sembrerebbe bastare a giustificare la diversità: anche gli articoli delle Annales sulla lunga durata sono molto più incentrati sulla storia moderna che medievale o antica. Ciò che sicuramente gioca un ruolo sono gli spazi geografici considerati: la Revue historique si concentra sulla Francia e sull’Europa, in particolare sulla Germania, mentre le Annales si occupano anche di altre regioni del mondo, in riferimento alle quali i titoli fanno riferimento a durate più lunghe. Capire meglio queste correlazioni sarebbe interessante. C’è un’attrattiva particolare per la lunga durata negli approcci che si rivendicano di essere antropologici, spesso in riferimento ad altri continenti, e/o spinta, da parte degli autori, a coprire periodi più ampi quando si parla di luoghi meno familiari al pubblico? Infine, entrando nel vocabolario di introduzioni e conclusioni, le Annales generalmente si distinguono dalla Revue historique per il loro interesse per le «strutture», la «tradizione», il «rurale» o l’«economia», piuttosto che per la «Chiesa», la «stampa», la «difesa» o la «politica» (alcune tra le parole maggiormente rappresentate statisticamente in ciascuna rivista comparando i nostri campioni di introduzioni e conclusioni); ma, come abbiamo visto, la svolta delle Annales verso questioni più politiche dopo il 1990 non è accompagnata da nessun cambiamento dell’arco cronologico preso in esame delle dagli articoli.

Una questione di carriere e non di modelli storiografici?

Questa divaricazione tra le riviste dimostra due cose: l’assenza di un indice di cambiamento in rapporto alla lunga durata e la differenza tra tesi e articoli. Non c’è quindi, un motivo ovvio che spieghi le ragioni storiografiche della scelta della lunga durata solamente per una piccola parte delle tesi di oggi né della scelta diversa operata della maggioranza. Il dominio del formato «qualche decennio», almeno nella storia moderna e contemporanea, nasce sicuramente soprattutto dalla convinzione condivisa che si tratti di un lavoro che si può ragionevolmente concludere in qualche anno, tanto in termini di quantità di fonti da vagliare (essendo quelle accessibili molto voluminose per quello che riguarda la storia contemporanea, soprattutto del XX secolo), quanto in termini di padronanza del contesto (che si acquisisce grazie alla bibliografia). Io stessa ho discusso una tesi basata su cinquant’anni di storia principalmente parigina; inizialmente avevo previsto di lavorare su settant’anni, ma davanti alla quantità di fonti d’archivio da studiare e alla presa di coscienza che un tempo più breve avrebbe assicurato un’omogeneità maggiore ho ridotto i miei limiti cronologici di riferimento. Dieci anni dopo, per la mia abilitazione come direttrice di ricerca, ho lavorato su un centinaio d’anni (proponendo confronti con altre realtà in Francia e nel resto del mondo); le operazioni di ricerca collettiva in cui sono impegnata attualmente coprono invece un paio di secoli e insieme ad un collega insegno in un corso, su cui verrà poi tratta un’opera di sintesi, in cui si verrà esaminato il periodo che va dalla metà del XVIII secolo ai giorni nostri. Non ho elementi empirici solidi che mi permettano di generalizzare a partire dal mio caso, ma non credo sia particolarmente originale: l’idea che con l’esperienza si possa, grazie a nuove letture di fonti e opere, costruirsi una competenza su un periodo più lungo a partire da una base più ristretta mi sembra sia una casistica che nella professione è molto diffusa. Armitage e Guldi stessi hanno del resto recentemente esteso il loro periodo d’indagine e le 17 tesi di cui il primo è stato relatore (secondo il CV che si può ritrovare online, consultato nel settembre 2014) coprono da 27 a 200 anni (di cui i due terzi trattano di un arco di tempo decisamente inferiore a un secolo), con una mediana di 63 anni.
I posti di lavoro stessi offerti dalle università francesi danno l’idea che la copertura di durate diverse sia associata, per una convenzione relativamente condivisa e diffusa nella professione, a momenti diversi della carriera e ad incarichi diversi (in linea di massima si insegna trattando archi di tempo più ampi rispetto a quelli su cui si fa ricerca). Emmanuelle Picard mi ha permesso di raccogliere le offerte di posti di lavoro non solo in storia moderna e contemporanea, ma anche antica e medievale tra il 2009 e il 2013: 239 posti come relatori in seminari e 196 come professori (escludendo la storia dell’arte). Questi ruoli, essendo accompagnati da schede dettagliate che potrebbero limitarli, vanno presi in considerazione con precauzione, ma danno un’idea dell’ampiezza dei periodi di cui deve farsi carico il futuro personale docente, all’interno dei quali devono inserire le loro ricerche (anche se è ammesso che queste ultime possano coprire una durata più limitata). In storia moderna e contemporanea, nel caso più frequente (circa il 60%), si fa riferimento a «storia moderna» o «storia contemporanea»: può essere precisato un secolo (cosa più frequente in epoca contemporanea) o meno. Si ritrova più o meno la stessa percentuale per gli incarichi in storia «antica», «greca», «romana» o «medievale», senza nessun’altra precisazione temporale. Si può quindi presumere che, grazie alle loro cattedre, i colleghi acquisiscano una competenza minima su un secolo intero (più frequentemente su due o tre) o ancora di più, in caso di storia antica e medievale, che potrebbe spingerli a estendere o contestualizzare più ampliamente le loro ricerche.
Come succede spesso ai testi che aspirano a dare una visione d’insieme sulla storiografia, quello di Armitage e Guldi pecca per l’assenza di prove empiriche, malgrado l’intenzione di muoversi in direzione opposta, un manifesto disinteresse per le pratiche della storia; la loro prospettiva reagisce a quelle che l’hanno preceduta senza preoccuparsi troppo per le conseguenze concrete, o meglio imputando loro delle colpe senza preoccuparsi però di provarle. Lasciano spazio a una rubrica come Devenir historien-ne che, in modo molto diverso, mira a fare storia nella maniera in cui deve essere fatta. Con meno impatto? Può sicuramente essere meno chic, ma non necessariamente meno letta4

Linea di separazione
  1. LEMERCIER, Claire, ZALC, Claire, Méthodes quantitatives pour l’historien, Paris, La Découverte, 2008.
  2. Istituzione nazionale francese fondata nel 1945. È stata scelta come base per il reperimento dei dati perché, benché sarebbe stato possibile utilizzare il database pubblico francese SUDOC, non si sarebbe riscontrata differenza rispetto al caso americano. Le questioni di formulazioni di titoli, così come il doversi limitare a tesi descritte come di «storia» avrebbero costituito un problema.
  3. Per dire che – nuovamente in contrasto diretto con le affermazioni di Armitage e Guldi – la pulizia e l’organizzazione dei dati resta, digitalizzazione o meno, un’operazione lunga e intellettualmente importante che non si può evitare o semplificare.
  4. Il docente nel seminario metodologico citato, anche autore del post, aveva scelto il formato “presentazione argomentata in 5 pagine” perché corrispondente a quello richiesto dall’Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS) per la domanda di dottorato.

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